Venezia e il mondo, oltre l’avventura

"Lo schiavo patrizio" di Giacomo Stipitivich racconta la complessa e avventurosa vicenda del patrizio veneziano Alvise Zorzi, dal 1533 al 1577, cadenzata dall’incontro con tutto ciò che cerca e trova anche (e forse soprattutto) fuori dall’ambito di partenza.
scritto da MARIO SANTI

Giacomo Stipitivich, il giovane autore di “Lo schiavo patrizio” (Oakmond Publishing), è un viaggiatore veneziano del XXI secolo che parla del suo approccio al mondo – curioso di diversità e culture, riflessivo, intrinsecamente pacifista ­– attraverso la storia di un viaggiatore veneziano di quasi cinquecento anni fa.

Con il gusto del viaggio in giro per il mondo, a lungo in India, oggi con la sua compagna e il figlio a Tel Aviv, Stipitivich mantiene un legame forte con Venezia e la sua parte “viva”, un legame che ha voluto marcare con la scelta per la presentazione del libro: un ottobre veneziano ancora accogliente per iniziative all’aperto a Campo San Giacomo, tavolo e panchine accanto alla Vida, l’Antico Teatro di Anatomia, un simbolo di resistenza urbana e di proposta di “un futuro” per la città.

Giacomo non ha raccontato la trama del suo romanzo, ha invece parlato del contesto storico: non solo la “superficie”, come i commerci e le guerre dei veneziani di allora, ma l’incontro di culture e civiltà che accompagnavano sempre quegli eventi. È il riconoscimento di un mondo non eurocentrico, dove lo scambio con l’altro – il turco, l’indiano – è centrale. Perché gli si riconosce una dignità (culturale, religiosa e sociale, oltre che militare) pari e spesso superiore a quella da cui il protagonista, il patrizio veneziano Alvise Zorzi, parte. E infatti la complessa e avventurosa vicenda della sua vita (con i 43 anni, dal 1533 al 1577, lungo i quali il romanzo si dipana) è cadenzata dall’incontro con tutto ciò che cerca e trova anche (e forse soprattutto) fuori dall’ambito di partenza.

L’interesse che mi ha suscitato questo taglio, unitamente al fatto che mi aspettava un periodo di degenza, mi hanno spinto ad acquistare una copia del romanzo. Le dimensioni, oltre cinquecento pagine, mi sembravano adatte al periodo che m’aspettava. E poi amo i romanzi storici, con una predilezione particolare per i “diversi stili” di Saramago e Wu Ming, perché ti tengono avvinto a una trama e ti fanno entrare in una situazione storica.

Stipitivich, come narratore, è “agli inizi”. Tende a essere in molti casi eccessivamente ampolloso, presumo per essere sicuro che il lettore entri in situazioni e orizzonti culturali che non gli sono familiari. Ma è ottimamente documentato, curioso e capace di contagiare all’interesse per il rapporto tra diversità che si confrontano, scontrano, intrecciano.

Siamo di fronte alla scrittura di un “occhio veneziano” (e perciò di parte) che, muovendosi in un mondo dominato da fanatismi e integralismi, dietro gli orrori cerca e trova la pluralità e la ricchezza, nella relazione e nello scambio con mondi e culture diverse. Delle quali mette in luce la grande valenza storica a culturale, ne viene affascinato, sa acquisirle e viverle, fino a doversene staccare per un ritorno a casa che compirà il suo destino.

Un destino amaro e importante. Che gli consente di portare a casa un pacifismo sostanziale, raggiungibile (per un veneziano del XVI secolo) solo con un distacco individuale dal mondo, dopo centinaia di pagine di scontri epocali e massacri che culminano nelle due grandi battaglie di Talikota e Lepanto. Nella prima, di terra, svoltasi nella piana di Talikota in India nel 1565, le armate dei regni musulmani del Deccan distrussero l’esercito del potente impero indù Kannada e misero successivamente a ferro e fuoco Vijayanagra, la sua capitale, che era allora una delle più grandi, belle e popolate città del mondo. La seconda battaglia, ben più conosciuta qui da noi, si svolse nel 1571 a Lepanto: i veneziani guidarono la Lega Santa (che comprendeva le flotte papale, genovese e spagnola) alla vittoria nelle più grande battaglia fino ad allora combattuta nel Mediterraneo.

Allegoria della battaglia di Lepanto di Paolo Veronese

Il romanzo, senza indice (i lettori più ordinati calmeranno il loro nervosismo verso il distratto editore consolandosi con un bicchiere del vino che sempre Oakmond Publishing consiglia di abbinare a ciascuno dei libri pubblicati, in questo caso la scelta cade su un “persistente e vellutato Valpolicella Classico”) è introdotto da un antefatto (che introduce ai due contesti storici dove si svolgerà, a Occidente e a Oriente) e da un prologo (che partendo dal ritorno a Venezia del protagonista crea le condizioni per il suo lungo racconto) e si articola i tre parti.

La prima parte, “Lo sposalizio col mare”, avvia l’avventura di Alvise Zorzi, un giovane patrizio veneziano, brillante e irrequieto. Le prime vicende e il primo grande amore per Caterina ne segnano il destino. La rottura col fratello Pietro, la separazione forzata da Caterina cui lascerà un figlio che verrà attribuito a Pietro, la morte di lei, il consacrarsi a una vita da “capitano de mar”. L’incontro con quello che sarà il nemico della vita – lo spietato Emre Ibn Mehmet, detto Acumasiz, l’implacabile – al quale strapperà una bimba – Matilda – salvandola da un destino di schiava.

Dalle battaglie navali alla prigionia, alla schiavitù, all’abbrutimento, al viaggio verso oriente, all’incontro a Gerusalemme col vecchio precettore che gli ridà la forza di lottare. Dagli anni passati alla catena in un dau (una grossa imbarcazione che faceva la spola tra l’Arabia e i porti della Persia e dell’India) alla rivolta con i due compagni che diventeranno gli amici di un a vita – l’ebreo Shlomo e il portoghese Fernando. Fino alla riconquista della libertà e all’arrivo in India, dove “Era impotente, ma non domato. L’attendeva l’ignoto. Non lo temeva”.

Credo che la seconda parte “La signora del tempo” non sia per caso la più corposa. Stipitivich si sofferma così a lungo sulle esperienze indiane di Alvise Zorzi per parlarci del suo amore per quelle terre e del suo rispetto per quelle culture. L’India terra di incontri, relazioni, culture. Dove lo “schiavo liberato” si realizza come uomo d’armi e di affari, si confronta con nuove sensibilità e nuove culture, incontra un amore dolcissimo, che gli darà per un po’ pace, serenità, la gioia del vedere crescere una famiglia che diventerà il suo bene più prezioso.

Ma che lo porterà, con la rovina dell’impero Kannada dopo la sconfitta degli indù da parte dei musulmani (tra i quali non può non comparire e lasciare il suo segno crudele l’immancabile Emre Ibn Mehmet: vendicarsi di lui, dello sterminio della sua famiglia sarà per Zorzi il motivo per continuare e ritrovarselo un giorno di fronte) al crollo improvviso e sanguinoso di tutto il suo mondo. Alvise precipita nel dolore e nella disperazione, nella voglia di annullarsi, lasciarsi andare, arrendersi. Verrà “sollevato” e salvato dall’intervento salvifico degli amici (Shlomo e in particolare Fernando), che lo portano a un riscatto che passerà dall’abbandono di quell’India in cui lascerà tanta parte di sé.

E mi sembra un bel segno del rispetto e della considerazione di Stipitivich per le altre religioni e culture il fatto che tutto questo avvenga seguendo il filo di una terribile profezia della dea Kalì, cui Alvise crede e che “letteralmente” segna le tappe fondamentali del suo percorso. Non riesce mai a credere a chi la considera una sciocchezza pagana, né a tranquillizzare la moglie Abigail e l’amico domenicano Caetano. Né riesce a salvare i suoi figli. Perché dall’inizio, durante e anche dopo il terribile epilogo del suo periodo indiano, egli sente che quella profezia segnerà il suo destino. E così sarà.

Una rappresentazione di Kalì, acquerello risalente al XIX-XX secolo conservato presso il Brooklyn Museum.

La terza parte “La mezzaluna e la croce” parte dalla fine del racconto della propria vita che Alvise fa al ritrovato fratello Pietro. Mette insieme ritorno, epilogo e riflessione sul viaggio. Alvise con Pietro, al termine del suo racconto, è lapidario:

La vendetta è ciò che mi ha dato la forza di rialzarmi, quando desideravo solo l’oblio. Per anni non ho cercato altro che di oppormi alla profezia della Dea Nera ma ora ho deciso di non oppormi più al destino ma, anzi, di rincorrerlo.

E lo fa.

È la storia che esplora i motivi delle “guerra al turco”, della nascita della Lega Santa, della grande vittoria di Lepanto favorita dalla trovata di Francesco Duodo – provveditore dell’Arsenale – capace di mettere in campo, con le Galeazze, un’arma di potenza di fuoco nettamente superiore a quelle in uso nelle battaglie navali fino ad allora combattute. Furono i danni da esse provocate nella flotta turca che avanzava all’inizio degli scontri a cominciare a far pendere lo sorti della battaglia dalla parte dei veneziani e della Lega Santa.

E a Lepanto Alvise Zorzi ha modo di chiudere in conti con il nemico d sempre, Emre Ibn Mehmet, e di “sentirsi di nuovo libero”, perché “Kalì era uscita dalla sua vita.”

Ma quest’ultima parte è anche la parte dell’umanità, della definitiva maturazione, della riflessione. In cui Alvise incontra quel figlio (Bortolo) che non sa sia suo padre e gli salva la vita. In cui ha modo di trovare l’amore della maturità proprio con quella Matilda che, bimba, aveva salvato dalla schiavitù del suo nemico. E che diventa la sua confidente, l’unica con cui si trova a parlare di sé nelle lunghe uscite in laguna in vela al terzo. E che poi sposa, vincendo i tabù della differenza di status (il patrizio bizzarro che sposa la serva), che gli dà una figlia e gli dona i momenti più sereni prima e dopo Lepanto fino alla peste del 1571, che se la porterà via.

Alvise è destinato a sopravvivere a tutti i suoi amori ma gli resta in questo caso la piccola Vittoria, che diventa la sua regione di vita. Una vita che ora può ricordare nel suo corso, lungo e avventuroso, in cui ogni giorno può “prendersi qualche minuto per pensare a ciò che era stato.”

 

Nell’immagine di apertura un dipinto della Battaglia di Lepanto, tardo Sedicesimo secolo, artista sconosciuto.

Venezia e il mondo, oltre l’avventura ultima modifica: 2018-11-24T17:55:53+01:00 da MARIO SANTI

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