Messico, comincia l’era di Amlo

Andrés Manuel López Obrador si insedia oggi come nuovo presidente del Messico, con le sue promesse per sradicare la povertà e combattere l’endemica criminalità che imperversa nel paese. Una controtendenza rispetto al vento di conservazione che attraversa l’America Latina. E all’ombra di un vicino necessario ma ingombrante.
scritto da FRANCO AVICOLLI

A cinque mesi dalle elezioni che hanno registrato una maggioranza superiore al 53 per cento dei voti mai raggiunta da nessun altro candidato, Andrés Manuel López Obrador, familiarmente chiamato Amlo, assume i pieni poteri di presidente degli Stati Uniti Messicani con una cerimonia in pompa magna che inizia nella mattinata di sabato 1° dicembre dalla tribuna del Congreso de la Unión e si conclude nel pomeriggio con un discorso dal balcone centrale del Palazzo Nazionale nella Plaza de la Constitución, che ritorna emblematicamente al centro della vita politica del Messico.

In questo palazzo fu presidente Benito Juárez, l’uomo della definitiva indipendenza messicana al quale López Obrador fa spesso riferimento con Venustiano Carranza, indicato volutamente come colui che ha abolito la schiavitù, un tema che si ricollega a una virtuale “nuova schiavitù” imposta da mafie di vario tipo e ritenuta “compito urgente”, e Francisco Madero, i presidenti della Rivoluzione del 1910 che espressero le istanze popolari di Francisco “Pancho” Villa e di Emiliano Zapata. Con essi Amlo ricorda Lázaro Cárdenas, il presidente che ispirò la modernità del paese e che nel 1938 recuperò allo stato l’industria petrolifera.

Il nuovo presidente del Messico Andrés Manuel López Obrador (Amlo)

La solennità della cerimonia dell’insediamento e il riferimento ai luoghi e ai personaggi, segnalano la volontà di recuperare segmenti di una storia da ricucire in una “Quarta Trasformazione” che lo legittimi “come un buon presidente”, secondo le sue stesse parole. Sono gesti con una forte carica simbolica, che riportano a questioni nazionali lasciate irrisolte, così riassunte dallo storico Lorenzo Meyer:

Siamo nati nella crisi con una versione di modernità e siamo cresciuti vedendo che non avremmo mai avuto una casa nostra, un impiego stabile, diritti lavorativi. E abbiamo la speranza che sia possibile altro. È un’alleanza con i nonni per saldare un debito della generazione dei padri.

In questi mesi di transizione Amlo ha indicato con un nuovo linguaggio le linee guida e i provvedimenti di maggiore impatto, che vanno dal piano formativo per oltre due milioni di giovani, alla riorganizzazione dei ministeri, alla riduzione dello stipendio presidenziale a 108 mila pesos – circa cinquemila euro – che provocherà un effetto domino giacché, secondo il dettato costituzionale, nessun dipendente pubblico può avere uno stipendio superiore a quello del presidente della repubblica, e a una serie di provvedimenti che sicuramente incontreranno grandi difficoltà attuative.

Voci nuove vengono anche dai membri del governo creato, come è il caso della trentunenne ministra del lavoro Maria Luisa Alcalde che propone il raddoppio del salario minimo di 80 pesos, la riforma della rappresentanza sindacale e del suo ruolo, o della ministra dell’interno Olga Sánchez Cordero che definisce “orrore” la scomparsa dei quarantatré studenti di Ayotzinapa. E l’espressione è davvero di rottura in un paese dove negli ultimi dieci anni si contano quasi trecentomila vittime tra omicidi e sparizioni, dove per cento delitti solo uno si conclude con una sentenza di assoluzione o di condanna.

E se, ha concluso il futuro ministro per la sicurezza Alfonso Durazo, “un criminale ha il 99 per cento di possibilità di uscire impunito”, ne consegue che il Messico vive in uno stato di insicurezza permanente e di guerra, aggiungerei, per cui pare proprio fondamentale il proposito di López Obrador di pacificare il paese e di creare delle commissioni ad hoc per “andare oltre la verità giuridica” del delitto.

La situazione è molto difficile in materia di sicurezza e lo è anche per il tema della povertà, che tocca in maniera impietosa sessanta milioni di persone, più della metà della popolazione, e in modo critico altri trenta milioni di messicani. È una questione che il nuovo presidente intende affrontare con “un governo del popolo, per il popolo e con il popolo” che non lascia dubbi sui principi che ispirano l’azione che riserva un particolare riguardo verso i “popoli indigeni”.

Per dare un’idea di che cosa significa “occuparsi dei popoli indigeni”, dei loro bisogni “reali”, ricorro alla decisione di un vecchio amico, un medico di grande valore che da un bel pezzo presta servizio a Oaxaca, lo stato del Messico dove più consistente è la popolazione indigena che conta nel paese quindici milioni di persone divise in una sessantina di gruppi etnici che parlano più di un centinaio di lingue differenti. Alberto, il medico, ha studiato medicina negli Stati Uniti e in Francia conseguendo una specializzazione che gli ha permesso di ottenere immediato impiego nell’ospedale più importante del paese dove il sistema sanitario è praticamente in mani private. Messosi al lavoro, si rese conto però che le sue conoscenze “non corrispondevano alla reale domanda della gente” e, se voleva essere il loro medico, doveva cambiare atteggiamento e conoscere da vicino la domanda “reale”, dove medicina e salute coincidono in una sacralità rituale da rispettare e seguire. Credo che senza il supporto di tale atteggiamento non sia possibile dare una risposta adeguata ai bisogni reali.

Il nuovo presidente del Messico Andrés Manuel López Obrador (Amlo)

In Messico le cose seguono una logica elementare segnata dal vuoto, dall’assenza non altrimenti definibile e l’osservatore attento può notare che in fatto di bisogni gli indigeni, gran parte del meticciato e tutta la popolazione rurale, non sanno che cosa chiedere con esattezza, e ciò per via di un esproprio originario che l’antropologo Darcy Ribeiro chiama una riduzione alla “condizione di testimone”, per le privazioni e l’immobilità secolari che non hanno permesso la formazione della coscienza del diritto che la maggioranza della popolazione specialmente rurale non possiede.

Un’idea di che cosa possa significare la coscienza del diritto che si sta facendo strada anche in Italia, la può proporre la problematica della “sostenibilità dei costi” che mette in dubbio o comunque condiziona diritti come la salute o l’istruzione. Perché uno stato sociale condizionato dalle leggi di mercato trasforma i diritti, che sono conquiste storiche, da esigenze legittime in opzioni, un quadro che qualcuno considera materia televisiva da seguire con popcorn e coca-cola.

Amlo ha promesso molto e probabilmente ha promesso pensando ai bisogni, alle necessità senza fare i conti. I critici dicono naturalmente che sono promesse elettorali, ma è forse retorico chiedersi se la corruzione, l’impunità, i privilegi, la povertà diffusa e inclemente, le ingiustizie, il lavoro, possano essere solo temi elettorali? Il suo programma di governo nasce da una “lunga marcia” iniziata fin dalla prima sconfitta elettorale del 2006 che lo ha portato in tutti gli angoli del Messico e nei villaggi dove si è intrattenuto con le numerose comunità indigene alle quali “nessuno fa caso da almeno cinque secoli”.

Come poteva prescindere dalla domanda di un paese dimenticato? E come ovviare “all’orrore” così definito inusitatamente dalla nuova ministra dell’interno, Olga Sánchez Cordero, dei quarantatré giovani che sono andati a scuola e sono scomparsi nel nulla senza che si siano mai potute conoscere le modalità della scomparsa? E si tratta di un orrore antico che il grande scrittore Juan Rulfo ha narrato con Pedro Paramo El llano en llamas, dove appare l’umanità negata del mondo rurale.

I nuclei semantici dei discorsi di Amlo hanno al centro termini come popolo, bisogni, dignità, patria, giustizia e similari che prevalgono su economia, bilanci, costi, utili e termini affini. Ha sottolineato che hanno votato per lui “milioni di cattolici, di tutte le religioni e i liberi pensatori, senza dimenticare i dirigenti sociali”; ha promesso che “verrà raddoppiata la pensione” che avranno anche i portatori di handicap, e che a tutti i giovani verrà garantito lo studio e il lavoro e ciò senza alterare i rapporti esistenti.

Il nuovo presidente del Messico si presenta sulla scena con grandi progetti che richiedono il rafforzamento delle istituzioni sperando che “gli imprenditori possano parlare con le università, i banchieri con gli studenti e gli intellettuali con il mondo rurale, perché in questa società pervasa dal dolore, ha sottolineato, ci sono molte versioni delle cause del dolore” e solo il dialogo potrà rivelarlo.

E ciò mentre la situazione regionale dal Cile, al Venezuela, al Brasile, all’Argentina non mostra grandi prospettive riformatrici; quando diverse migliaia di migranti premono ai confini del potente vicino del nord che mostra i muscoli obbligando il Messico a occuparsi del problema migratorio essendo un paese di emigranti, come tutta l’America Latina, dove la dottrina Monroe detta ancora legge a quasi due secoli dalla sua emanazione.

Il nuovo presidente del Messico Andrés Manuel López Obrador (Amlo)

Il Messico è storicamente un paese molto geloso della propria sovranità nazionale e in tale veste ha accolto rifugiati di diversa provenienza fra cui la grande emigrazione dalla Spagna che soccombeva alle falangi franchiste. Nello stesso tempo, ha sempre operato con molta cautela in tema di politica internazionale e americana evitando posizioni che comportassero una qualche frizione con gli Stati Uniti.

Con un programma di riforme che intende affrontare di petto gli endemici problemi della povertà e della violenza le cui cause sono ben note, Andrés Manuel López Obrador si muove in evidente controtendenza rispetto al vento di conservazione che attraversa tutta l’America Latina, fra l’altro, in un momento in cui lo slancio propulsivo di Cuba pare tramontato.

In tale immane progetto della “Quarta Trasformazione” del paese, non è da escludere che il Messico di Amlo possa trovarsi nella necessità di confrontarsi con gli Stati Uniti e la sua politica latinoamericana su temi di cui la colonna migrante che preme ai confini è un tangibile e pesante compendio problematico: ciò è una questione assolutamente nuova non solo per il Messico, ma per tutta l’America Latina.

Messico, comincia l’era di Amlo ultima modifica: 2018-12-01T11:58:55+00:00 da FRANCO AVICOLLI

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