L’estrema destra si fa strada in Andalusia

Tra astensione e scetticismo, il crollo del Psoe e degli altri partiti di sinistra segnano una svolta storica nella regione, bastione socialista. E per la prima volta dalla nascita della democrazia spagnola, l’estrema destra di Vox potrebbe entrare in una maggioranza di governo regionale.
scritto da ETTORE SINISCALCHI

Il voto in Andalusia porta due risvolti “storici” per la politica spagnola: per la prima volta nella storia della democrazia il Psoe può perdere il governo del suo storico granaio di voti; per la prima volta nella storia della democrazia una formazione di estrema destra, Vox, ottiene rappresentanza e raccoglie un indubbio successo elettorale.

Il risultato è un terremoto per gli equilibri locali ma ha anche conseguenze più ampie sia immediate sia di prospettiva sulla politica nazionale. Un voto di rottura, inatteso secondo molti che si poggiano anche sulle distanze, mai marcate come questa volta, tra le previsioni di voto e i risultati reali, che dimostrerebbero che quello che arrivava non era prevedibile: “che arriva all’improvviso e non sai mai da dove”, per dirla coi maestri Di Giacomo e Nocenzi del Banco di Mutuo Soccorso.

Quanto è avvenuto nelle urne andaluse, però, conferma anche tendenze presenti da tempo e oramai consolidate, come la frammentazione del quadro politico e la crescita dell’astensione nel lungo tramonto del bipartitismo spagnolo. Tendenze che la cronaca della politica ha contribuito a offuscare, coprendole col racconto quotidiano, ma che non è riuscita a cancellare e che, come vedremo più avanti, contano molto per capire non solo il risultato ma cosa sta accadendo nella politica spagnola.

Per i socialisti andalusi e per Susana Díaz, la presidente della comunità autonoma – e leader dell’opposizione interna al segretario Pedro Sánchez – che cercava il secondo mandato, si tratta di una sconfitta senza precedenti. Il Psoe, con poco più di un milione di voti, ottiene il 27,95 per cento, pari a 33 seggi. Rispetto al 2015 perde quattrocento mila voti netti assoluti, quasi il 7,5 per cento (era 35,43) e 14 seggi. Il Psoe-A (Partito socialista operaio spagnolo di Andalusia, perché il Psoe è un partito federale) resta al primo posto ma nessuna delle alleanze possibili, essendo esclusa quella col Pp, consente di raggiungere la maggioranza assoluta di 55 seggi: con la sinistra arriverebbe a 50 e con Ciudadanos (C’s) a 54.

Il crollo socialista non premia però alla sua sinistra. Adelante Andalucia (AA), la marca andalusa dell’alleanza tra Podemos e Izquierda unida, con 584 mila voti pari al 16.17 per cento e 17 seggi raccoglie meno di quanto i suoi componenti avevano ottenuto nel 2015, quando divisi raccolsero circa duecentocinquanta mila voti in più, pari al il 21.7 per cento e 20 seggi. Un risultato che conferma l’incapacità di crescere della compagine che unisce vecchia e nuova sinistra, che allontana ormai definitivamente l’illusione del sorpasso sul Psoe e si vede anzi sorpassata anche in Andalusia dagli arancioni di Ciudadanos, diventando la quarta lista.

I partiti di centrodestra (usiamo per comodità questo termine seppur in un contesto in cui il centro politico-culturale è schiacciato dal generale spostamento a destra del discorso pubblico, conseguente al confronto tra nazionalismi derivato dalla crisi catalana) sono gli unici a potersi rallegrare, anche se con moderazione, fatta la tara della storica perdita della supremazia socialista, e ognuno per motivi diversi.

Il Partido popular perde ma non dispera. Ottiene quasi settecentocinquanta mila voti, il 20,7 per cento e 26 seggi. Rispetto al 2015 perde oltre duecento mila voti, il sei per cento e sette seggi, ma resiste all’attacco di C’s, restando il secondo partito: quanto basta a Pablo Casado, il giovane neosegretario, immagine del tentativo di rinnovamento del Pp del dopo-Rajoy, per tirare un sospiro di sollievo e, seppur con qualche sforzo, presentare una nuova caduta come una tenuta che non archivia le speranze che ci sia ancora un futuro.

Ciudadanos raddoppia i consensi e cresce ancor più in seggi. Con oltre 659 mila voti, ottiene il 18,27 per cento e 21 seggi. Sorpassa AA diventando terza forza ma fallisce l’obiettivo di diventare il secondo partito a spese dei popolari. Gli arancioni di Albert Rivera si trovano però al centro del campo: difficilmente potrà nascere una maggioranza che faccia a meno di loro, che sia col Psoe o che passi dall’accordo dei tre partiti di destra, l’unica che supererebbe la maggioranza assoluta raggiungendo 59 seggi. Maggioranza però la cui nascita è anche in altre mani, quelle di Vox.

Il partito di estrema destra era al suo esordio elettorale in una competizione importante, dopo che a ottobre, nello stadio di basket di Vistalegre a Madrid, riunì diecimila persone per il suo rilancio come formazione politica. Le urne l’hanno premiata con quasi 396 mila voti, pari al 10,97 per cento e dodici seggi.

Ma cosa è Vox, un altro refolo di quel vento di destra che dall’Europa agli Usa all’America latina sta soffiando a volte imperioso o solo una manifestazione della crisi dei partiti storici spagnoli? Sicuramente la seconda cosa, sancendo la rottura del monopolio del Pp del voto di centrodestra spagnolo, che già era avvenuta però con la nascita degli arancioni. Rispetto ai quali, però, Vox non rappresenta la volontà di modernizzazione del centrodestra sull’onda degli Indignados, contro l’endemica corruzione del Pp, bensì la radicalizzazione nazionalista di destra opposta ai nazionalismi periferici dopo l’escalation catalana.

La formazione è guidata da Santiago Abascal, sociologo e saggista basco di 43 anni, con una lunga esperienza politica, e tradizione famigliare, tutta interna al Pp. Già il nonno fu sindaco durante il franchismo e così il padre, importante dirigente di Alianza popular prima e del Pp dopo. Appena diciottenne, Abascal inizia una lunga carriera politica nel Pp e nella sua formazione giovanile, Nuevas generaciones, diventando consigliere comunale, deputato della giunta generale di Álava, organo amministrativo del sistema forale basco, poi parlamentare autonomico, fino a dirigere per due anni l’Agenzia di protezione dei dati personali della Comunità di Madrid. Nel 2013 abbandona il Pp, da destra, in polemica contro la corruzione e la debolezza nei confronti dell’insorgenza del nazionalismo catalano, e l’anno successivo fonda Vox, con l’intento esplicito di “rigenerare la politica e la nazione”. In qualche modo ricorda il primo Le Pen, che si vantava di “dire ad alta voce quel che molti pensano sottovoce” – quindi anche un po’ Salvini. Contro gli stranieri, dunque, che rubano il lavoro e i servizi; contro la corruzione della politica; contro i nazionalismi locali, per finirla una volta per tutte col sistema delle Autonomie; contro le “feminazis”, come vengono chiamate le femministe, i gay, la criminalità, i non cattolici.

Vox per le elezioni andaluse ha diffuso un video in cui Abascal, putinianamente conduce un manipolo di cavalieri in una prateria marrone sotto un cielo livido, accompagnato dalla colonna sonora del Signore degli anelli, col cartello finale che ci dice che “La riconquista comincerà in terra andalusaUn immaginario che ricorda gli esperimenti della “destra sociale” giovanile di Campo Hobbit in Italia, nel difficile e contraddittorio sentiero dell’affrancamento dalla destra neofascista italiana in cerca di un nuovo gergo e di visioni più appropriate ai tempi, lontane dal prototipo dei picchiatori a libro paga di questure e servizi deviati ma sempre nell’orbita dei precedenti storici esemplari – in questo caso la “Grande Spagna”, uniforme e castigliana.

Se Abascal, e la sua Vox, saranno invece qualcosa di più, qualcosa di quel vento che soffia sulla crisi delle democrazie parlamentari e unisce Bolsonaro a Trump, i nuovi leader europei a quelli italiani, è presto per dirlo. Certamente, nella generale semplificazione dell’analisi e del racconto delle questioni, e nella conseguente semplificazione delle risposte politiche, Vox si nutre dalle tavole di tutti i protagonisti della politica spagnola.

Come segnala Javier Cigüela Sola su Contexto: 

Vox condivide col Pp il sovradimensionamento e l’elettoralizzazione del fenomeno migratorio e il populismo punitivo, con Ciudadanos la criminalizzazione delle nazionalità storiche, col Psoe la falsa presunzione che ‘la corruzione sono gli altri’, coi partiti indipendentisti il nazionalismo escludente, con Podemos la polarizzazione sociale e l’utilizzazione di significanti (in senso linguistico, ndr) vuoti come ‘l’élite’, ‘il popolo’ e così via.

Intanto, il voto andaluso porta Vox nelle istituzioni nazionali. Dei 41 senatori della regione, infatti, nove sono designati dal Parlamento andaluso e con i nuovi equilibri il riparto dovrebbe essere il seguente: tre senatori al Psoe, due al Pp, due a C’s, uno a AA e uno a Vox

Un’occhiata allo scenario andaluso non può che essere rapida, in attesa di sviluppi reali.

Per il Psoe la speranza di continuare a guidare l’autonomia è legata alle ristrettezze di governi di minoranza, possibili solo con l’astensione di qualche deputato delle altre forze politiche. Accordi che, comunque, soprattutto nel caso di patto con C’s, passerebbero quasi certamente per lo scalpo di Susana Díaz. I socialisti hanno fatto sapere che non cederanno la presidenza agli arancioni in nessun caso. Siamo quindi in alto mare. Toccherà comunque al Psoe, e a Susana Díaz, l’onere del primo tentativo in quanto primo partito. Se fallirà, toccherà al Pp provare a unire i tre partiti di destra. Vox ha già dichiarato che “Non saremo di ostacolo per farla finita col regime socialista”, aprendo apparentemente anche a una sorta di appoggio esterno. Potrebbe essere la chiave per eliminare i residui imbarazzi, esistenti soprattutto negli arancioni.

Santiago Abascal, il leader di Vox

Sul quadro nazionale il voto ha un impatto immediato per il governo di minoranza di Pedro Sánchez impegnato nel difficile compito di far giungere in porto una legge di bilancio che, perlomeno a livello simbolico, costituisce una svolta anticiclica rispetto alle politiche di austerità sin qui seguite, con aumento di investimenti e spese sociali.

Nella difficile dialettica con Podemos, esacerbata anche dalla campagna elettorale, Sánchez era giunto a ipotizzare le elezioni anticipate, contando sul favore dei sondaggi, per ridurre le resistenze dei viola di Pablo Iglesias, in cerca di provvedimenti che sottolineassero il loro ruolo. Adesso l’ipotesi perde consistenza. Forse la situazione potrebbe indurre gli interlocutori a più miti consigli, nella consapevolezza che portare a casa la legge di bilancio sarebbe ora un risultato per il quale varrebbe la pena più di un sacrificio, visto che l’alternativa è incerta e potenzialmente pericolosa.

Le vele di Sánchez sembrano sgonfiarsi, malgrado i sondaggi  diano il Psoe primo partito. Il segretario socialista, dopo i feroci scontri, si era impegnato nel voto andaluso appoggiando in tutto la sua avversaria, conscio del valore della posta andalusa. La sua idea era che un buon risultato si sarebbe spiegato anche con la sua forza rinnovatrice. L’aura di Sánchez non ha invece potuto nulla con la crisi del socialismo andaluso, che è la rappresentazione più evidente della crisi del socialismo spagnolo. Sánchez ha fallito dove è più forte: nella mobilitazione dell’elettorato socialista.

Un risultato inatteso, e comunque non previsto dai sondaggi, dicevamo, che però conferma tendenze consolidate, come la frammentazione del quadro politico nella crisi dei partiti tradizionali, con Vox che diventa il quinto partito sulla scena nazionale. Ma, soprattutto, un risultato che parla della crisi del Psoe. Di un partito invecchiato, nella militanza e nell’età dell’elettorato, sempre più lontano dalle preferenze del voto urbano, sempre più chiuso nelle ridotte, come quella andalusa, ora forse perduta.

La crisi del Psoe che è anche la crisi del “partito che più assomiglia alla Spagna”, e quindi la crisi del progetto della Spagna democratica. Quella della Costituzione, della democrazia delegata, dei partiti, del sistema delle autonomie, del suo assetto costituzionale. Una crisi alla quale i rivolgimenti anche drammatici degli ultimi anni non hanno ancora cominciato neanche a provare a proporre dei ragionamenti, mentre i problemi esplodono e presentano il conto. Sánchez non ha ancora riformato il Psoe, non è riuscito a portarlo ad affrontare i temi reali, e non sappiamo neanche se voglia veramente farlo. Dalla crisi della democrazia e della partecipazione alla costruzione di un nuovo assetto istituzionale che superi il vicolo cieco dello scontro tra nazionalismi: i temi di cui parlare, monarchia, federalismo, riforma elettorale, sono ancora tabù in casa socialista. Se il Psoe non li affronta non riesce più a mobilitare il suo elettorato, e il risultato è l’astensione.

Perché questa volta non lo dice quasi nessuno eppure, mai come ora, dietro il crollo del Psoe, la vittoria delle destre e l’irruzione dell’estrema destra, a guardare ai risultati c’è un chiaro vincitore: l’astensione.

Al voto è andato il 58,6 per cento degli aventi diritto, il 3,7 per cento in meno del voto del 2015. Nessuno ipotizzava un’affluenza minore del 66 per cento. Il record negativo andaluso è del 1990, quando solo il 55 per cento degli elettori si recò alle urne. Già nell’analisi di quel voto si trovano molti nodi mai risolti e ancora presenti. José Cazorla Pérez e Juan Montabes Pereira, due sociologi dell’Università di Granada scrissero su Reis – la rivista del Cis, l’Istat spagnolo – un articolo che analizzava la bassa affluenza.

Attività irregolari dei partiti riguardo al finanziamento, fenomeni di corruzione, assenteismo dei politici e dei rappresentanti popolari, così come le irregolarità emerse in alcuni processi elettorali al Senato e alla Camera, non episodici o eccezionali, o il nepotismo attribuito ai governi, indipendentemente dai partiti. Risulta sorprendente che, malgrado la rilevanza dei fenomeni descritti, almeno dalla prospettiva della pubblica opinione, politologi e sociologi spagnoli non abbiano tenuto conto, a differenza di quanto accadeva negli Stati Uniti o in Italia, della rilevanza e della necessità dello studio della corruzione politica come problema rilevante del processo e del sistema politico.

Dal 1990 quei temi sono rimasti irrisolti e, nel tempo e nel mutare delle condizioni, hanno portato al 15M, alla rivolta pacifica degli Indignados, nella sopraggiunta crisi della rappresentanza e della democrazia dei partiti. La reazione del sistema politico catalano è stata la conversione dal nazionalismo moderato all’indipendentismo, occultando la questione politica e sociale dietro quella nazionale. I popolari al governo di Madrid, protagonisti del sistema corruttivo nazionale, hanno raccolto e amplificato la sfida. Lo scontro nazionalista ha portato a destra tutto il discorso politico, schiacciandolo sull’esemplarità e la semplificazione, nella disperata ricerca dell’individuazione di nuovi nemici, toccando il nervo scoperto della irrisolta caratteristica plurinazionale dello stato spagnolo.

Nello scontro dei nazionalismi la questione sociale perde importanza, le bandiere offuscano le responsabilità politiche della corruzione e quelle delle politiche di austerità, le sinistre cadono nel riflesso automatico della reazione alla repressione, quando non addirittura si illudono che il discorso nazionalista possa portare a repubbliche popolari, dimentiche della dura lezione del nazionalismo basco di sinistra.

Podemos è impegnata in dure battaglie interne che consolidano la leadership di Iglesias ma spengono gli entusiasmi di molti elettori che avevano cercato una via d’uscita alla crisi del Psoe. La lista non riesce dunque a crescere e non intercetta più quei voti che ingrossano le file dell’astensione. Il segretario socialista, invece, non riesce a mobilitare il suo elettorato davanti all’immobilità della dirigenza andalusa. Aumenta quindi quella “astensione punitiva” dell’elettore socialista, e ora anche di Podemos, così rilevante in questo voto e che potrebbe essere significativa anche sul piano nazionale.

Rispetto alla base elettorale di circa sei milioni di persone, la somma dei tre partiti di destra in Andalusia è di 1.8 milioni di voti. La destra ha quindi vinto nella regione con meno del 30 per cento dei consensi, con l’estrema destra al 7 per cento. Il 41 per cento di elettori astenuti e il quasi 3.8 per cento di schede bianche e nulle, sono la misura delle sinistre che tradiscono le speranze dei loro elettori e che non riescono a rinnovare il loro ruolo, il pensiero politico, a liberarsi delle faide interne e delle catene del discorso pubblico involuto.

Sempre Javier Cigüela Sola la mette così:

Se ciò di cui parliamo è propaganda, populismo, semplificazione, creazione di nemici da linciare e superiorità morale, questo lo stiamo desiderando tutti. In qualche modo Vox sarebbe la nostra stessa caricatura, più che un antagonista. E il pericolo al quale punta nasce da dentro di noi, non da fuori.

L’estrema destra si fa strada in Andalusia ultima modifica: 2018-12-05T09:57:14+00:00 da ETTORE SINISCALCHI

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