Il Veneto? Una Los Angeles senza il cinema

"Works", il romanzo autobiografico di Vitaliano Trevisan, è ambientato nel Nordest, metafora di uno sviluppo malconcio, che è anche un paesaggio interiore, faticoso, difficile, incomprensibile
scritto da LUCIO FAVARETTO

ytali s’occupa spesso del territorio. Per questo vorrei consigliarvi la lettura di “Works”, romanzo di Vitaliano Trevisan, Einaudi/Stile libero.

Works è un romanzo dove passo dopo passo il lettore s’incammina per la via crucis dell’autore nel mondo del lavoro.

L’ambientazione è il Veneto, il cosiddetto ricco Nordest d’Italia, dove Vitaliano Trevisan passa (non sempre per scelta, ma poi cosa si sceglie davvero?) da un lavoro a un altro. È la “periferia diffusa” dove i piccoli centri storici si sono allargati a macchia d’olio senza soluzione di continuità. Il protagonista vive e lavora in questi luoghi senza fine e “resi incontrollabili”, come scrive in un saggio precedente, dalla sparizione del centro, che resta soltanto una quinta teatrale, una parata, una scena dove girano a vuoto le recite dei consigli comunali.

Nel romanzo si parla di lavoro, di potere, di depressione, di solitudini, come se l’impasto magmatico che forma questi luoghi, che sono simili in tutto il mondo, desse la dimensione di una marginalità umana incessante. Sono i margini dell’anima messa sempre un po’ più fuori dalla qualità della vita di relazione, dal tempo libero, dal comune sentire. La geografia esterna ci divora, e diventa un paesaggio interiore. Faticoso, difficile, incomprensibile.

Il Veneto raccontato qui è una Los Angeles senza il cinema, è la periferia, a volte oscura e difficile, dell’anima e le sue malattie, non ultima la melanconia, la depressione che lo scrittore dichiara apertamente. L’autore “soffre” il territorio, il lavoro, i frutti amari dei mutamenti dove “non si fanno le cose per le persone ma viceversa”. È un lamento accorato, dettagliato, portato fino al parossismo, con dovizia di particolari.

È vero, il romanzo sembra parlare delle periferie del Nordest, di Vicenza in particolare, ma grazie all’universalità della scrittura la periferia diffusa di Trevisan è ovunque. Si entra subito in un mondo dove lo sviluppo è convulso, privo di regole, in un territorio indecifrabile e primitivo ampliatosi all’infinito senza alcun raziocinio, senza alcuna guida. Il centro, il cuore della città, diventa solo un luogo sempre più piccolo, frantumato e ingoiato dall’espansione a spazzatura completamente folle del Nordest.

La storia, autobiografica, è il peregrinare di Trevisan tra molti lavori. Molti di questi sono lavori manuali, lavori pesanti che sporcano. Non meno di quanto sporchi la droga, il piccolo cabotaggio, il lavoro malpagato presso lo studio di un famoso architetto, o nei mobilifici più o meno grandi dove la cosiddetta “policy” aziendale è l’irrazionalità e insensatezza dei titolari.

Il Nordest diventa un luogo qualsiasi, caotico, sbandato, complicato del mondo industriale, dove gli operai giovani vestono con i jeans di marca e chiudono la settimana con lo sballo del sabato sera. C’è il lavoro, il lavoro e basta. E il denaro come significante e come significato.

È un mondo che non conoscevamo a fondo, che ci viene rivelato e che per la qualità della scrittura ci investe quasi fisicamente.

Raccontando la sua vita quotidiana, l’autore scrive la vita di tutti, dei tanti, della maggioranza delle popolazioni che vivono in quei luoghi. Il suo Veneto diviene la metafora di uno sviluppo malconcio, ci si riconosce al suo interno anche se si vive altrove, anche se si vive “fuori Roma”, o appena “fuori Milano”, tra Agrate, Brembate, Seriate, scendendo a Sesto Fiorentino, e più giù ancora, nella periferia di Caserta. Si potrebbe fare una lista di luoghi simili a quelli descritti, e sarebbe senza fine.

Solo un grande scrittore poteva mettere insieme così abilmente luoghi, persone, fatti, e il suo dolore, che corre per tutto il romanzo. E se è di moda lo “stare bene”, questo romanzo va contro tutte le mode, contro tutti i “circhi mediatici”, non ammicca, non pretende. Descrive e descrivendo ci racconta cosa come e dove succedono cose prima soltanto intuite ma mai così chiaramente mostrate, enunciate e sofferte.

Vitaliano Trevisan

Trevisan mette tutto il suo corpo nella scrittura. Vivere è un mestiere duro e nel romanzo il protagonista non si fa mancare niente: non per estetizzare la sua diversità di artista, non ci pensa proprio, ma perché la vita umana è fatta di caso, di possibilità emotive, di tanti accidenti e la si percorre tutta come si può, spesso come capita.

In Veneto la condanna sociale più forte viene pronunciata contro i senza lavoro. Il lavoro è il mito degli ultimi cinquant’anni dal quale non si sfugge. Il lavoro può essere costruzione, ribaltamento di fame atavica, ma qui è discarica psichica e fisica delle patologie dei “poteri”, sempre plurali, presenti ovunque: negli studi di architettura, tra i cosiddetti “imprenditori”, oppure tra gli operai stessi.

Il libro interroga continuamente il lettore. Come siamo potuti arrivare a tanta fatica, come si può uscire dalla regione “betoniera” faticosa, cava, ferita della terra che si priva di senso, di progetto, di ragione, di memoria? Nel romanzo non c’è nessuna retorica sul bel mondo antico, niente concessioni al sentito dire. Solo il rapporto tra il protagonista e il suo stare ai margini, sempre ai margini, della sua stessa vita e dei lavori che svolge.

Il lavori sono difficili soprattutto perché potrebbero essere semplificati, messi in ordine e organizzati nella tranquilla operosità che esige un minimo, soltanto un minimo di rigore logico. Ma non c’è logica nella devastazione. Anche il buonsenso è stato travolto dall’avidità. Non immaginatevi “l’industria punto quattro”. Bensì, ripetendo la metafora del romanzo, un’immensa betoniera che si inceppa, che va spinta, una macchina dov’è saltata la batteria e le persone sono tutte lì a spingere per farla partire nell’assenza di conoscenza, nell’incomprensibilità del paesaggio, nella moria di tante piccole fabbriche che poi rinascono un po’ più in là allargando i confini ormai invisibili delle regione, dove si torna la sera nelle case come scaraventati da un luogo all’altro senza sapere perché sia così difficile guadagnarsi da vivere per poi vivere di qualcos’altro.

Nelle strade tutte intasate di veicoli c’è un’assenza di contatti, come mi pare voglia dire l’autore, che nega l’anima divorando malamente il tempo. C’è da chiedersi se la depressione dichiarata da Trevisan sia un suo male o sia “una forma superiore di critica”.

Nella storia raccontata c’è una moglie, quasi invisibile se non per il fatto che sceglie gli ingorghi psichici della sua famiglia, quella d’origine, e lo abbandona. L’autore rimarrà senza casa, né lavoro, né soldi, fino a partire per la Germania a fare il rivenditore di gelati.

Non c’è salvezza nel libro (in cui si cita Kierkegaard), non è possibile ora che tutto questo è stato fatto. Non c’è scampo nemmeno nel viaggio dell’autore in Africa, dove la pietas sostituisce l’idea di vacanza, poiché Trevisan, come in una maledizione esistenziale, trova tanta povertà e ancora sopraffazioni: delle madri che vendono le figlie, dell’uomo sull’uomo. Il capitalismo selvaggio di cui parla è dentro di noi, ci insegue ovunque con la sua ferocia. Penetra i comportamenti, i cuori e i fatti, che spariscono per abbandonarsi ai selfie.

Ovunque si parla per sentito dire. Il romanzo è presago di quello che sta succedendo oggi, alla fine del 2018.

Sono cinquecento pagine che si leggono in un fiato, con una scrittura altissima, quasi una partitura musicale. Alcuni momenti raggiungono enfasi comiche esilaranti e involontarie, delle vere e proprie gag teatrali.

L’autore scrive per il teatro, è colto, ha bisogno di lavorare con le mani per tenere libera la testa. E sembra di vederlo mentre cammina indolenzito dalla fatica, mentre racconta particolari degni di Edgar Foster Wallace, per ridarci empatia attraverso la scrittura, che è amore e suono allo stato puro. È molto bella la scrittura quando l’autore s’abbandona a una sorta di estasi che gli viene dal “piacere del testo”, dal suo amore per la musica, e con le parole rimpalla, gioca, salta, in un flusso impressionante che ci turba e ci fa immedesimare con il protagonista lungo tutto il romanzo.

Si salvano nel libro alcuni colleghi operai, lattonieri che lavorano privi di sistemi di sicurezza, aggrappati l’un l’altro sui tetti dei capannoni da finire in fretta. Si tengono stretti per salvarsi dalla caduta. Qualcuno muore. Il Nordest, tra i suoi primati, ha anche le morti sul lavoro.

La vita di Trevisan è cambiata oggi. Finalmente può dedicarsi alla scrittura. Per il cinema, per il teatro, per una buona casa editrice. Entra in un nuovo mondo, in un nuovo giardino zoologico al quale si sottrae, fuggendo dai vezzi degli artistoidi. Un universo muto dove si parla sempre. Anche qui si imbandiscono le tavole di nuovi stereotipi, si parla, e non c’è nulla che valga la pena di ascoltare.

Vale la pena di leggerlo per tentare di capire come si possa essere arrivati oggi fin qui, privi di qualcuno in grado di “governare lo sviluppo” orfano di padri, uno sviluppo famigliare senza la famiglia. Dove ogni pensiero diventa assoluto e aggressivo. Mi sento di consigliarne la lettura a tutti, soprattutto a chi si crede oppure è classe dirigente. A chi si chiede che fine abbia fatto il rapporto con “la base sociale”. I poeti come Trevisan dicono più cose di un qualsiasi reportage.

Troverete un mondo, già adesso mentre scriviamo, in outsourcing. E un uomo solo che con la sua motocicletta vede troppo, sente troppo, ma per nostra fortuna scrive.

Il Veneto? Una Los Angeles senza il cinema ultima modifica: 2018-12-05T15:53:29+00:00 da LUCIO FAVARETTO

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1 commento

Marcella Chiummo 6 dicembre 2018 a 17:01

Grazie Lucio, la tua passione non conosce negazioni dell’anima. Ogni nota che racconti, ogni parola che suoni sono nuova musica e nuova bellezza. Cercherò questo libro perché me lo hai raccontato tu

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