Colombia. Mine killer in un Paese senza pace

Un vasto territorio che prima era un condominio di guerriglia e narcotraffico è in mano a bande d’irriducibili della lotta armata e della droga che per difendersi dalle incursioni delle forze regolari colombiane hanno finito col disseminarlo di mine antiuomo.
scritto da CLAUDIO MADRICARDO

Sono da poco trascorsi due anni dalla firma dall’accordo di pace tra l’allora presidente colombiano Juan Manuel Santos, che per questo gesto ottenne il Nobel per la pace, e Rodrigo Londoño Echeverri (noto come Timoleón Jiménez o Timochenko), capo delle Fuerzas Armadas Revolutionarias de Colombia (FARC), senza che si sia dato seguito a buona parte di quanto allora era stato deciso nella lunga trattativa dell’Avana. 

Dalla firma della pace, circa settemila combattenti della più longeva guerriglia colombiana, lasciate le armi, hanno scelto di intraprendere un lungo percorso d’integrazione, cercando di inventarsi un mestiere nuovo, spesso legato all’agricoltura o al turismo.

Non senza alcune sacche di dissidenza e rifiuto del processo che avrebbe dovuto portare alla pacificazione della Colombia, rappresentate da almeno milleduecento guerriglieri che hanno deciso di non deporre le armi e si sono uniti ai gruppi di vario genere che ancora vivono alla macchia nella selva del Paese. 

Rodrigo Londoño Echeverri (noto come Timoleón Jiménez o Timochenko)

Sono andati così ad aggiungersi ai gruppi armati illegali che controllano alcune zone strategiche per il narcotraffico e per l’estrazione di minerali, mentre da parte sua il nuovo governo di destra del presidente Iván Duque Márquez ha sospeso la trattativa che era stata avviata dal febbraio del 2017 da Santos con l’ELN, l’altra guerriglia storica colombiana, quella in cui militò e morì il sacerdote Camilo Torres. 

Della necessità di rivedere il trattato di pace, l’attuale presidente aveva fatto argomento di campagna elettorale. Così, una volta vinte le elezioni sull’ex sindaco di Bogotà Gustavo Petro, recentemente coinvolto in uno scandalo per tangenti dal quale si è dichiarato estraneo, Duque ha frenato la trattativa in corso con l’ELN, condizionando la sua ripresa alla cessazione delle attività della guerriglia, e ha chiesto l’arresto del suo capo Nicolás Rodríguez Bautista, alias “Gabino”, alle autorità cubane che l’ospitano all’Avana.  

La condotta politica di Duque, che dallo scorso ottobre si è dovuto anche cimentare con un esteso movimento di protesta degli studenti di trentadue università pubbliche del paese a corto di fondi per il loro funzionamento, difficilmente potrà migliorare il controllo del vasto territorio che prima era un condominio di guerriglia e narcotraffico, e che ora è in mano alle bande d’irriducibili della lotta armata e della droga che per difendersi dalle incursioni delle forze regolari colombiane, hanno finito col disseminarlo di mine antiuomo.

Una cosa che accadeva anche ai tempi delle FARC, a ben vedere, ma con la differenza che allora i guerriglieri s’incaricavano di avvertire le popolazioni locali del pericolo, essendo le mine destinate all’esercito regolare. Ora la situazione è radicalmente cambiata, e nel paese, dove si sono registrate in questi anni 11.621 vittime, il numero dei colpiti dalle mine antiuomo è addirittura triplicato, passando da 56 tra morti e feriti del 2017 ai 180 del 2018. 

È quanto nei giorni scorsi ha dichiarato Álvaro Jiménez, direttore della Campaña Colombiana Contra Minas, l’organizzazione che è presente a livello territoriale attraverso venti coordinatori dipartimentali e un’estesa rete di volontari, e opera nelle comunità più colpite dalla presenza di mine ed esplosivi di guerra.

Nel suo grido di allarme, Jiménez ha ricordato che la maggioranza delle vittime, contrariamente a quanto accadeva prima, sono i civili che i gruppi irregolari che vivono nella selva cercano di terrorizzare, per tenerli lontani dai loro traffici. Una situazione che, a suo dire, costringe a spostare in avanti di dieci anni la data in cui il paese sarà finalmente libero dalle minacce delle mine antiuomo. 

Tenuto poi conto del fatto che la firma della pace, che ha messo fine al lungo conflitto che ha causato 260.000 morti e milioni di profughi, ha permesso di sminare solo un’area di quasi due milioni di metri quadrati. Nulla rispetto al territorio che sarebbe contaminato da esplosivi. Situazione che, al lordo degli imprevisti che possono sempre venire da scelte in cui spesso la politica non è estranea, porta a posticipare ben dopo il 2021 l’obiettivo di una Colombia finalmente sminata. 

Colombia. Mine killer in un Paese senza pace ultima modifica: 2018-12-07T14:05:18+02:00 da CLAUDIO MADRICARDO

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