Italexit dai finanziamenti europei

Con questo governo ci autoescludiamo da una partita decisiva: 1279 miliardi di euro di fondi strutturali di cui, col co-finanziamento, all’Italia spetterebbero una bella fetta attorno ai 72 miliardi di euro circa nel prossimo settennio
scritto da ROBERTO DI GIOVAN PAOLO

La strategia disegnata è sotto gli occhi di tutti: l’Europa “cattiva” ci chiede ancora e ancora sacrifici (certamente non aiuta l’immagine delle politiche di austerità di questi anni) e “noi” (Lega e 5 Stelle, ma più “noi” Lega) volevamo invece darvi più libertà e meno immigrazione, il reddito di cittadinanza (sennò Di Maio chi lo sente) e meno tasse. Ma ecco ancora arrivare i “cattivi” europei che – si sa – sono: i mercati, i banchieri, Soros, magari anche Goblin, il Pinguino e il Dr. Morte (questa è per i patiti del fumetto, e si sa che il populismo è pop per definizione) e ci attaccano con lo spread.

“Noi” del governo giallo-verde arriviamo dove possiamo: il decreto sulla sicurezza un po’ incostituzionale (a detta perfino di qualcuno dei relatori di maggioranza in Commissione alcune parti violano almeno gli articoli 10 e 11) ve l’abbiamo dato, non abbiamo firmato il “global compact” Onu sulle migrazioni e in questi giorni ci allineiamo ai Trump e Bolsonaro alla Cop 24 sui Trattati di Parigi per l’ambiente.

Ma poi, per il bene del popolo italiano, un po’ di trattativa dovremo farla con l’Ue. Certo, sarà un’“ammuina”, con l’ammiraglio Conte alla barra per due mesi comprese le feste, una messe di “dico e non dico” e “va tutto bene madama la marchesa”. E naturalmente, come a piazza del Popolo nella manifestazione della Lega ha fatto Salvini, gli appelli al popolo per rappresentare il popolo stesso si moltiplicheranno nel tempo, drammatici e sempre più lideristici e ultimativi. D’altronde, come ha detto Salvini, un “decimale più o meno” non rovinerà di certo questo bel bilancio dello stato.

Avanti così fino al 22 gennaio, quando dopo un Consiglio Europeo – senza la nostra presenza, ex art.126 di attuazione Trattati Ue – i restanti Ventisei decideranno, a maggioranza qualificata, sanzioni e tempi mentre saremo ormai di fatto in piena campagna elettorale per le europee (il 25 maggio: ipotesi candidature e liste a marzo, e poi campagna elettorale ufficiale da aprile), e qualcuno ipotizza anche per le politiche (non si sa mai).

In ogni caso le eventuali sanzioni, con circa nove miliardi di euro di multa, saranno poca cosa a fronte del fatto che il nostro margine di trattativa sui fondi europei 2021-2027 sarà ridotto allo zero, visto che il 9 maggio sarà presa la decisione nel Vertice di Sibiu (e gli altri ventisei paesi Ue avranno incassato nel frattempo tutto il possibile residuo di budget). 

E mentre chi vorrà solo fare campagna elettorale europea a cavallo della guerra con Bruxelles vedrà i suoi risultati a fine maggio, il nostro Paese si ritroverà con un danno certo per i prossimi dieci anni se consideriamo che saranno decisi budget e fondi strutturali 2021-2027 senza di noi e, ne consegue, anche i pagamenti previsti nei due anni successivi, fino al 2029.

Eh già, perché la partita di bilancio con la Ue è a “doppio registro”: si tratta della coerenza del bilancio annuale e triennale dello stato rispetto ai criteri comuni scelti nella Ue, ma anche di 1279 miliardi di euro di fondi strutturali di cui, col co-finanziamento, all’Italia spetterebbe una bella fetta: attorno ai 72 miliardi di euro circa nel prossimo settennio.

Fuori dalle polemiche politiche e dai giornali, infatti, nell’Unione Europea è cominciata dal maggio scorso e proseguirà fino al prossimo maggio la strada del bilancio pluriennale e dei relativi fondi strutturali 2021-2027.

Non stiamo certo parlando di poca cosa: si tratta di un progetto da 1279 miliardi di euro distribuiti su sei obiettivi, con forte accento sulle questioni ambientali legate al trattato di Parigi e con introduzione di forti impegni su sicurezza e difesa e sul capitolo emigrazione. Per un totale di 109 miliardi in più rispetto a quelli previsti inizialmente e considerando che sulle questioni del clima verrà sostanzialmente impiegato il 25 per cento del totale.

Ricorderete certamente tutta la vecchia vicenda delle cosiddette “quote latte”, che ha tenuto desta l’attenzione per quasi due legislature nel nostro paese: è bene chiarire subito che le quote dei singoli comparti di produzione dipendono dalle trattative fatte, e ciò vuol dire, dunque, che noi italiani non eravamo stati privati delle quote latte in maniera proditoria, ma che semplicemente abbiamo chiesto più spazio in altri settori e quindi ci siamo trascinati quella scelta, giusta o sbagliata che fosse, per gli anni successivi facendo inutilmente polemica in Europa. E pesando sul bilancio dello stato.

È il caso di non fare la stessa fine il prossimo settennio.

Vediamo da vicino questi 1279 miliardi di euro (a prezzi correnti): 442 saranno su coesione e valori; 373 per la coesione sociale, economica e territoriale, che sono il 29 per cento del bilancio con politica agricola comune (pac) e la politica di coesione che riducono il loro peso nel bilancio del cinque per cento.

Il bilancio, che rappresenta poco più dell’un per cento del reddito nazionale lordo dell’Unione Europea a ventisette, vede – a grandi linee – un rafforzamento del legame tra finanziamenti Ue e rispetto dello stato di diritto (rule of law) che inciderà nei confronti di Paesi come Polonia e Ungheria, ma anche di quelli che non fossero in linea con le norme europee sui limiti di bilancio (vedi il deficit per esempio).

Importante e attesa la creazione di una riserva per eventi imprevisti ed emergenze di tipo ambientale come terremoti ed eventi climatici, ma anche il tema dell’immigrazione per il quale è previsto peraltro un investimento di circa dieci miliardi di euro.

C’è poi un programma di sostegno alle riforme strutturali del mercato economico, sociale e del lavoro per circa venticinque miliardi di euro e una funzione europea di stabilizzazione degli investimenti per mantenere i livelli in caso di shock economico di circa trenta miliardi di euro. Infine, ed è una grande novità, la previsione anche di “risorse proprie” del bilancio derivanti soprattutto da accorpamento di provvedimenti fiscali già previsti nei singoli Paesi in campo ambientale come la tassazione delle buste di plastica non riciclabile oppure per lo scambio di quote di emissioni CO2.

In generale, guardando il progetto di bilancio secondo linee grafiche continue nei decenni, diminuisce il peso della politica agricola comune e della pesca; è stabilizzato verso il basso quello della coesione economica, sociale e territoriale; crescono invece il peso degli altri programmi e rimane in pareggio l’impegno sull’aggiornamento e l’innovazione della pubblica amministrazione.

Dicevamo quanto è importante l’impegno per le migrazioni e la gestione delle frontiere con una voce non nuova ma ricca di ben dieci miliardi di euro (che inviterebbe i ministri dell’interno a parlare di meno e usare meglio questi soldi e – per inciso – sono anni che l’Italia già riceve quasi un miliardo di euro dall’Ue e gli tornano comodi non solo per le politiche scarse delle immigrazioni ma per l’amministrazione del ministero stesso) mentre altri undici miliardi saranno impiegati per la gestione delle frontiere.

C’è poi il nuovo spazio di impegno per la sicurezza e la difesa con 27 miliardi sul quale ovviamente si appuntano anche scelte politiche di un certo rilievo nel panorama mondiale, quali quelle relative alla presenza – e di che peso specifico – negli organismi internazionali come la Nato. Nell’era dei Trump e dei Putin.

Infine l’impegno economico, di un certo valore economico per le nuove adesioni Ue ma anche i paesi in via di sviluppo in Africa ed America latina, per un totale di 123 miliardi; e un impegno ingente, di circa 85 miliardi, per l’ammodernamento della pubblica amministrazione europea.

Insomma, le specifiche priorità Ue sono per l’ambiente, il clima, la coesione, innovazione e digitalizzazione mentre il maggior incremento, in termini economici, va ai fondi per migrazioni, clima, ambiente e giovani.

Che succede nello specifico per l’Italia? In teoria, a prezzi correnti, partivamo da un più sei per cento, seppure con una forte riduzione per pac e Fondo economico e sociale, e da questo punto di vista il negoziato sarebbe ancora tutto da fare… se ce lo fanno ancora fare e considerato che c’è un aumento delle regioni in ritardo di sviluppo: in particolare cala la Sardegna e le regioni “in transizione” sono Molise, Marche e Abruzzo, per le quali sostanzialmente si esce dalla zona bassa di minore sviluppo (a cui appartiene tutto il resto del Sud Italia) ma certo non si tratta di un avanzamento, considerando il calo di Pil regionale prodottosi in Italia in questi anni di crisi dal 2008.

Al di là della trattativa politica, che sarebbe una sorta di definitiva ghigliottina dal prossimo 22 gennaio, sarà difficile avere questi soldi come Italia (un po’ più difficile che per il resto dei paesi dell’Unione Europea) senza promuovere a livello pubblico e privato, centrale e di amministrazioni locali e regionali, azioni di programmazione e standard di livello europeo.

Peraltro finora esiste solo un documento ufficiale a livello di fondi regionali, quello approvato dalla Emilia Romagna a settembre scorso e vari “semi-definitivi” di altre regioni tra cui certamente la Puglia, mentre qualche altra regione inizia ora a procedere, con certezza la Campania.

Nulla trapela dal fronte nazionale del ministero preposto, dove la Lezzi finora non ha prodotto un documento ufficiale che potrebbe o dovrebbe divenire “le linee guida italiane” alla trattativa definitiva (sempre se non verrà cassata dalle sanzioni Ue all’Italia). Senza contare che con il 31 dicembre 2018 si conclude anche la “midterm review” dei fondi 2007-2014 e le notizie al riguardo sono alquanto “nere”, con funzionari pubblici in giro per il paese a tentare di mettere tra il “cantierabile” e il realizzato tutto il possibile, per paura di perdere i fondi che in teoria ci hanno già assegnato sinora (e questo per onestà non sarebbe colpa del governo attuale che, al massimo, può aver perso tempo prezioso in questi sei mesi ricognitivi, non di più e ovviamente nulla di meno).

Siamo di fronte, insomma, a un passaggio decisivo per il decennio a venire sia dal punto di vista economico che politico per la coesione tra il nostro paese e l’Europa, ma anche per noi stessi. Una partita in cui non si tratta di un dispetto elettorale da ricambiare o da modificare con il prossimo voto elettorale, ma di una visione del nostro paese dentro a una visione del ruolo dell’Europa nel mondo.

Si può averne di diverse. Si può sperare e combattere per una visione altra e opposta all’attuale, oppure auspicare perfino la fine dell’Ue, se ci si crede. La cosa peggiore – quella che oggi rischiamo – è di essere solo spettatori ininfluenti, postulanti queruli, clientes molesti.

Scoprire che abbiamo perso la partita dei prossimi dieci anni di sviluppo senza nemmeno poterla giocare sarebbe un macigno sulle giovani generazioni dell’Italia, e forse negativamente decisivo sul paese per moltissimi anni, anche più di un solo decennio. L’inizio – alle nazioni talvolta capita – di una reale decadenza. Forse meritata.

Italexit dai finanziamenti europei ultima modifica: 2018-12-09T23:32:00+02:00 da ROBERTO DI GIOVAN PAOLO

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