Giacomo Balla e quel balcone su Villa Borghese

Al Museo Bilotti, nel cuore del parco al centro di Roma, è stata recentemente inaugurata una nuova mostra sui periodi figurativi dell’artista torinese. Uno studio su luce e colore che precede l’adesione al Futurismo.
scritto da MARIO GAZZERI

Per chi ama ancora Roma, oggi defraudata e vilipesa, Villa Borghese resta il luogo di ricordi e affetti, un perimetro strategico di memorie e fragili nostalgie e, a volte, anche di sorprese. Scendendo infatti lungo Viale San Paolo del Brasile, che collega Porta Pinciana a Piazzale Flaminio e all’adiacente Piazza del Popolo (ma “Populus” sta anche per “pioppo”), sul lato destro si lascia il Museo del Cinema di Largo Marcello Mastroianni e quindi, superato il Monumento a Goethe, ci si imbatte nel Museo Bilotti. Un elegante palazzetto che oggi offre, gratuitamente, la possibilità di ammirare gli olii e i pastelli che il torinese Giacomo Balla dipinse dal balcone del suo appartamento all’estremità del parco romano, in quella che oggi è via Paisiello, un’elegante strada dei Parioli.

Prima che i lampi della storia dei primi del Novecento illuminassero la sua tavolozza con i colori del Divisionismo e del Futurismo (movimento tutto italiano nato negli stessi anni del Suprematismo russo ed erroneamente visto come anticipatore del fascismo ma piuttosto, almeno parzialmente, collegabile al mito della velocità e dell’azione del “vate” Gabriele D’Annunzio), Balla dipinse le luci di Villa Borghese, i verdi dei pini romani e le intense, cerulee tonalità del cielo mattutino, dalla felice prospettiva della sua casa pervasa dal calore familiare e femminile che in essa albergava. Il pittore e la moglie, unitissimi anche nell’amore per l’arte, scelsero per le due piccole figlie nomi rivelatori della imminente rivoluzione divisionista che avrebbe sedotto il grande pittore: Luce ed Elica.

Giacomo Balla, Villa Borghese dal balcone
1907 circa, Olio su tela, cm. 100 x 120, Collezione privata

Luce come dimensione di vita e di arte, ed Elica come movimento, propulsione, slancio verso il futuro. Ricordando sempre una celebre frase di Paul Klee, “Il vero pittore non dipinge ciò che si vede ma ciò che non si vede”, possiamo ben capire come Giacomo Balla fosse stato sedotto dal Divisionismo, dalla scomposizione della realtà e dalla sua riproposizione su tela, prodotto di una trasformazione interiore che è solo dell’artista e spesso difficile da decifrare per il profano.

Ma la serenità domestica, assieme a una innata visione felice della vita e del mondo, lo porterà poi a un secondo periodo di figurativismo familiare e paesaggistico, ed è proprio in questo segmento della sua vita familiare che vedono la luce buona parte delle opere esposte al Bilotti. Ci sono scorci di verde che parlano di serenità terrena e cieli “fermati” da un color lapislazzuli che ne evoca l’inarrivabile ed eterea sostanza. Nella tela I germogli primaverili la curatrice della mostra, la studiosa Lucia Giannotti, sottolinea come “le sciabolate di giallo, viola e verde rendano un’opera in un certo senso astratta”. Il viola, aggiungeremmo noi, è notoriamente il colore delle ombre e dona ai quadri una tridimensionalità di puro estetismo impressionistico.

Il “Futurballa”, come l’artista firmava spesso i suo quadri negli anni Dieci e Venti del secolo scorso, era spesso ricordato in un passato abbastanza recente solo per quel periodo pittorico, per quella lunga parentesi di sperimentazione artistica vissuta assieme a Boccioni, Depero e altri. La rivalutazione presso il grande pubblico delle sue opere figurative (consacrata da personali e retrospettive in Europa e in America) è stata come una “rivincita” della pittura intimista, con uno sguardo forse inconsapevole ai “lari” domestici, ai familiari e agli abituali paesaggi che tutti noi vediamo ogni giorno dalla finestra o dal balcone. Alla famiglia come cellula felice di una società complicata.

Al riguardo occorre ricordare come, per ben due volte, Balla si fosse messo personalmente in gioco sposando una pittura “sociale”, anche se non sulla stessa lunghezza d’onda dei pittori messicani o sovietici, con le loro tele e i loro murales rivoluzionari. La pittura sociale del primo Balla si accosta di più a Pellizza da Volpedo, ottimo pittore e ritrattista anch’egli piemontese, il cui quadro più famoso, Il Quarto Stato, lo rese celebre offuscando al contempo il resto della sua poetica pittorica, ora finalmente rivalutata.

Giacomo Balla – Alberi e siepe a Villa Borghese
1905 circa, Olio su tela, cm. 101 x 100.8, Collezione della Fondazione Cariverona.

Giacomo Balla dipinse memorabili quadri con poveri, malati e alienati al centro della sua indagine artistica. Tutto ciò parzialmente in parallelo al suo periodo figurativo e poi durante la seconda guerra mondiale, quando le privazioni imposte dal conflitto velavano di tristezza le città. Capolavoro di questo periodo è senza dubbio La fila per l’agnello, che mostra da una prospettiva aerea un folto gruppo di persone in coda davanti a un negozietto per assicurarsi un pezzo di carne (1942), merce pregiata anche a Roma dove dettava legge il mercato nero.

Ma dopo la guerra, dopo la sconfitta, in un’Italia che già negli anni Cinquanta (Balla morì nella capitale nel 1958) si stava riprendendo, il grande pittore ritrovò la felicità e il suo pennello si immerse nuovamente nei colori della moglie, delle figlie ormai donne, della casa. E degli armoniosi scorci della “sua” Villa Borghese.

Nella foto di copertina: Giacomo Balla – Maggio 1906 circa – Trittico, olio su tela, cm. 73 x 187, Roma, Palazzo della Consulta al Quirinale, Corte Costituzionale [Inv. 00400].

Si ringraziano gli uffici stampa di Zètema Progetto Cultura e The Boga Foundation per l’uso delle foto.

Giacomo Balla e quel balcone su Villa Borghese ultima modifica: 2018-12-12T17:00:55+02:00 da MARIO GAZZERI

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