Siria, per Trump è “missione compiuta”

E mentre la Casa Bianca sceglie il disimpegno dal Medio Oriente, Vladimir Putin intesse relazioni e stringe nuove alleanze. Che cambiano il quadro geopolitico nell’area.
scritto da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

Via dalla Siria. Ufficialmente perché la missione è compiuta (la sconfitta sul campo dell’Isis), di fatto, è la sanzione che l’unica pace possibile nel martoriato paese mediorientale, è la “pax russa”. Via dalla Siria, perché il Medio Oriente non è più centrale, per ragioni energetiche e geopolitiche, nell’“America first” di The Donald. Comunque sia, l’annuncio di una svolta di portata strategica. Che mette in conto anche una frizione tra la Casa Bianca e il Pentagono, ma non al punto da far ritornare il presidente sui propri passi. Gli Usa hanno ancora duemila soldati schierati in Siria con il compito di combattere lo Stato islamico e negli anni hanno fornito il loro aiuto alle milizie curde e arabe note come Forze democratiche siriane (Sdf), appoggio che la Turchia non ha mai approvato.

I vertici del Pentagono, però, sarebbero contrari alla decisione della Casa Bianca: il ritiro delle truppe infatti permetterebbe a Russia e Iran di aumentare la loro influenza nella regione in generale e in Siria in particolare, oltre a mettere a repentaglio la sicurezza dei combattenti curdi, da sempre osteggiati dalla Turchia.

Le resistenze dei militari non incrinano la determinazione del tycoon di Washington. “Abbiamo sconfitto l’Isis in Siria”, afferma Trump su Twitter, spiegando che la lotta all’Isis era “l’unica ragione di essere lì”. L’annuncio ufficiale potrebbe arrivare già nelle prossime ore, riporta The New York Times, spiegando come i vertici del dipartimento della difesa cerchino di convincere la Casa Bianca che una mossa del genere sarebbe un tradimento degli alleati curdi le cui truppe da anni operano a fianco di quelle Usa in Siria e che rischierebbero di essere attaccate da un’offensiva della Turchia.

In una serie di incontri e telefonate – rimarca ancora il NYT   il segretario alla difesa Jim Mattis e altri funzionari hanno evidenziato i rischi legati ad un ritiro integrale. La decisione consentirebbe alla Russia e all’Iran di ampliare il proprio controllo sulla Siria. Anche se gli Stati Uniti continueranno a mantenere truppe in Iraq, con la capacità di lanciare attacchi in Siria, il ritiro Usa dal terreno rischia di diminuire la loro influenza nella regione, scrive la Cnn.

Secondo il Wall Street Journal il ritiro è stato deciso da Trump stesso a seguito di una conversazione con il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan, che considera dei “terroristi” le Forze democratiche siriane, a guida curda e sostenute dagli Usa. A confermarlo, pur senza entrare nei dettagli, è il portavoce del Pentagono colonnello Rob Manning, il quale ha affermato che Turchia e Stati Uniti sono in pieno accordo sul da farsi per garantire la sicurezza nel nord sella Siria. Il portavoce del Pentagono, pur ribadendo la preoccupazione americana per una eventuale operazione turca nel Kurdistan siriano, ha detto che “le condizioni sul terreno sono cambiate” e che quindi Usa e Turchia hanno raggiunto un accordo di compromesso “per quanto riguarda tutte le questioni”.

Secondo il rappresentante americano per la Siria, James Jeffrey, una operazione turca contro il Kurdistan siriano sarebbe una cattiva idea. Tuttavia ha detto di comprendere le preoccupazioni turche:

Comprendiamo le preoccupazioni turche in merito alle condizioni di sicurezza nella Siria nord orientale,

ha sostenuto Jeffrey durante un dibattito sulla politica degli Stati Uniti nei confronti della Siria organizzato, l’altro ieri, dall’Atlantic Council di Washington DC.

I turchi considerano il YPG come un pericolo latente per la propria sicurezza esattamente come Israele considera pericoloso Hezbollah o i sauditi considerano gli Houthi

ha aggiunto Jeffrey.

Quindi come partner e alleati ne dobbiamo tenere conto e stiamo lavorando con Ankara per risolvere la situazione

ha poi concluso.

Una cosa è certa: il ritiro ventilato degli Usa dal fronte siriano, è destinato a rafforzare l’asse Mosca-Teheran-Ankara, e al contempo, far scattare l’allarme rosso a Riyadh e Gerusalemme.

Ad esultare è soprattutto Recep Tayyp Erdoğan. Perché l’area della Siria che il presidente turco ha messo nel mirino è controllata di fatto dalle forze Usa che da anni sostengono le milizie curde dell’Ypg nella lotta all’Isis, addestrandole e armandole. E nella regione sono presenti almeno 2.200 militari a stelle e strisce, contro cui i soldati di Ankara – alleati nella Nato – rischiano di scontrarsi direttamente: un’ipotesi catastrofica, dalle conseguenze imprevedibili per l’intero Medio Oriente. I preparativi sono già stati completati, questo significa che l’operazione può iniziare in qualsiasi momento.

Nel mirino della Mezzaluna, ci sono soprattutto i territori intorno a Kobane, la città che nel 2014 resistette eroicamente all’assedio dello Stato islamico, e altri villaggi che si trovano vicino al confine fra Siria e Turchia e che, a detta di Ankara alimentano un vero e proprio “corridoio del terrore”. Questo, nonostante la Mezzaluna abbia costruito sul confine un muro lungo oltre settecento chilometri, tanto quanto la frontiera con la Siria, dotato di sistemi radar e di rilevamento di persone od oggetti estremamente sofisticati.

Le forze turche sono pronte a entrare nella città di Manbij, nel nord della Siria, se gli Stati Uniti non allontaneranno dall’area i militanti curdo-siriani delle Unità di protezione del popolo (Ypg), da Ankara considerate un’organizzazione terroristica.

Erdogan lo ha ribadito nei giorni scorsi, dopo che in precedenza aveva preannunciato una nuova operazione militare “a est del fiume Eufrate”. Si tratterebbe della terza offensiva turca in territorio siriano negli ultimi due anni.

Vladimir Putin e Recep Tayyip Erdoğan

Gli scorsi mesi sono stati contraddistinti da un lungo braccio di ferro tra Turchia e Stati Uniti in merito all’applicazione dell’accordo stretto dalle due parti lo scorso giugno, che ha già dato avvio a pattugliamenti congiunti nella regione ma che prevede anche l’espulsione dei curdo-siriani, con i quali Washington ha proficuamente collaborato nelle operazioni di contrasto allo Stato islamico.

Manbij è un posto in cui vivono arabi che si sono arresi a un’organizzazione terroristica,

ha sentenziato Erdoğan in un intervento durante una riunione dell’Organizzazione della cooperazione islamica a Istanbul.

Adesso vogliamo essere molto chiari: dovete fare pulizia, rimuovere i terroristi, o altrimenti entreremo a Manbij,

ha aggiunto il capo dello stato di Ankara rivolgendosi direttamente agli Stati Uniti. La Turchia, secondo il presidente, è determinata a portare “pace e sicurezza” nelle aree a est dell’Eufrate, dove l’Ypg controlla un territorio che si estende per oltre quattrocento chilometri lungo il confine. “Non tollereremo – ha aggiunto – un singolo giorno di ritardo”.

Un portavoce dei ribelli siriani filo-turchi citato dal quotidiano Hurriyet ha affermato che almeno quindicimila combattenti sarebbero pronti a sostenere la nuova incursione turca in territorio siriano. Ma il vero vincitore nel dietrofront americano, alberga al Cremlino.

Intanto, Putin dà le carte in Medio Oriente. E unisce laddove Trump divide. La comunità internazionale legge i conflitti aperti in Medio Oriente come sunniti contro sciiti? Ecco, “Vladimir d’Arabia” scompaginare i giochi e riunire, in un vertice a tre, una formula ormai strutturata, il presidente della Turchia (sunnita) e il presidente del più grande stato sciita, l’Iran.

La presenza russa in Siria è destinata a durare a lungo, visto che il presidente Putin ha ratificato un recente accordo con il governo siriano che consente alla Russia di mantenere la base aerea di Hmeimin, nella provincia di Latakia, per quarantanove anni, con la possibilità di estensione per altri venticinque.

Missione conclusa. Dopo aver vinto la guerra, ora è tempo di edificare la “pax russa”. Non da solo, ma con il benevolo coinvolgimento di altri leader regionali. Dell’Iran, si è detto. Così come della Turchia. Ora, Putin guarda al paese delle Piramidi e al suo presidente, l’ambizioso Abdel Fattah al-Sisi.

Vladimir Putin e Abdel Fattah al-Sisi

Geopolitica e affari: anche sul fronte egiziano. Una miscela che paga. Dal patto Mosca-Il Cairo emerge l’intesa sull’inizio della costruzione della centrale nucleare di El Dabaah, dopo che le parti avevano firmato un accordo cui l’agenzia atomica russa Rosatom si era impegnata a fornire all’Egitto un prestito che avrebbe coperto l’ottanta per cento del costo di realizzazione. Rosatom, costruirà i quattro reattori, e nell’arco di sessant’anni fornirà il combustibile nucleare per poi decommissionare l’impianto. Sarà Mosca, in base all’accordo, a provvedere al finanziamento del progetto con un prestito di venticinque miliardi di dollari.

Complessivamente, Putin ha portato al suo omologo egiziani un “dono” (in affari e finanziamenti) di trenta miliardi di dollari. E questo mentre, lo scorso agosto, gli Usa avevano bloccato l’erogazione di 95,7 milioni di dollari in aiuti all’Egitto.

Si muove a tutto campo (mediorientale), il capo del Cremlino. E lo fa riempiendo i vuoti, politici prim’ancora che militari, lasciati dal suo omologo statunitense, con un occhio di riguardo al gigante cinese, sempre più interessato a investire in Africa e nel Grande Medio Oriente.

Siria, per Trump è “missione compiuta” ultima modifica: 2018-12-19T23:05:50+02:00 da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

POTREBBE INTERESSARTI ANCHE:

Lascia un commento