Un obelisco torna a casa 

Nel primo decennio del 2000 si svolge una complessa operazione politico-diplomatica che si conclude con la restituzione di una stele eretta nel centro di Roma, di fronte alla Fao. Fu portata in Italia in epoca coloniale. Alfredo Mantica, che ne fu regista e protagonista, racconta come andò.
scritto da ALFREDO MANTICA

La Francia ha deciso di rimpatriare in Benin i tesori saccheggiati in epoca coloniale. Il Senegal ha avanzato una richiesta simile e altri Paesi sembrano volerli seguire. Olanda, Regno Unito e Germania in sintonia con Parigi. Ma c’è un precedente, peraltro di ben altro rilievo, che vede protagonista l’Italia: la restituzione della stele di Axum all’Etiopia (2001-2008).

Dopo decenni di rinvii e di rimozioni politiche, anche da parte dei governi di centrosinistra, è un esponente del governo Berlusconi, appartenente ad Alleanza Nazionale e proveniente dall’Msi, a far sì che l’impegno preso con gli etiopi sia effettivamente attuato. Il merito fu dunque soprattutto di Alfredo Mantica. ytali. ha chiesto all’allora sottosegretario agli Esteri di raccontare quest’esemplare vicenda politico-diplomatico-culturale.

Nel parco archeologico di Axum gli obelischi avevano la funzione di monumenti funerari. Nel tempo sono diventati il simbolo stesso dell’epoca in cui le dinastie di ceppo tigrino, originarie dell’area oggi a cavallo tra Etiopia ed Eritrea, hanno dominato politicamente ed economicamente l’intero Corno d’Africa e l’attuale Yemen dando vita al regno axumita dal II al IX secolo d.C.

L’impero axumita fu il primo regno africano a scegliere la religione cristiana ed Axum oggi, per i cristiani copti etiopi, circa cinquanta milioni di fedeli, è un simbolo dell’identità nazionale etiope. Questo spiega perché tra gli obblighi assunti dall’Italia con il trattato di pace del 1947 era prevista la restituzione all’Etiopia dell’obelisco portato in Italia nel 1937.

Obbligo ribadito nell’accordo tra Roma e Addis Abeba del 5 marzo 1956. Nel 1997 il presidente Scalfaro in visita ufficiale in Etiopia fece promessa formale di restituzione alla nuova dirigenza etiope, appartenente al medesimo ceppo tigrino delle dinastie axumite.

La stele di Axum rieretta nel suo luogo d’origine (febbraio 2009)

Sui motivi delle mancate restituzioni italiane potremmo scrivere un libro, ma essenzialmente i motivi, nascosti dalle difficoltà tecnico-economiche, sono strettamente legate alla visione errata dell’esperienza coloniale italiana. Che fu un’esperienza coloniale simile alle altre esperienze europee e in Etiopia particolarmente pesante, visto che la nostra belligeranza con l’Etiopia era durata sessant’anni e le operazioni militari che ci portarono ad Addis Abeba videro impegnate forze di terra, di mare e di aria quale l’Africa subsahariana non aveva mai visto.

Nell’immaginario collettivo degli italiani noi portammo la civiltà e affrancammo dalla schiavitù il popolo etiope.

Solo saltuariamente qualche storico italiano ha tentato di analizzare l’esperienza italiana in Africa. Spesso provocatoriamente, come capita quando si cerca di sollecitare un interesse per un tema storico.

Un autocarro trasporta un frammento del monumento a Piazzale Ostiense, 1937

La Democrazia Cristiana al governo era per il quieto vivere, avviò diverse iniziative per evitare l’argomento obelisco: ricostruiamo un ospedale modernissimo ad Addis Abeba, creiamo un’università in Etiopia legata alle strutture universitarie italiane. 

La consueta abilità italiana a sfuggire dalle proprie responsabilità e a non decidere su argomenti complessi.

Nominato sottosegretario agli esteri nel 2001 nel primo governo Berlusconi, uno dei miei primi viaggi all’estero in quella calda estate del 2001 fu in Etiopia e lì per la prima volta incontrai il presidente etiope Meles Zenawi. Un personaggio di grande fascino con una storia singolare di capo della resistenza dei Tigrini al regime comunista del Derg che governava l’Etiopia, compresa l’attuale Eritrea. Alleatosi con il Movimento di Liberazione eritreo sconfisse il regime comunista e, come da accordi, concesse l’indipendenza all’Eritrea. In cambio l’Eritrea scatenò una guerra contro l’Etiopia per la definizione dei confini. L’Etiopia invase l’Eritrea ma la guerra fu bloccata dalla comunità internazionale che impose la presenza di truppe Onu ai confini.

In quel periodo Meles era impegnato nel grande progetto di ingegneria costituzionale che ha trasformato l’impero etiope nell’attuale Repubblica federale, con un sistema elettorale, pur con qualche deriva africana, definibile certamente democratico.

Parlammo molto di Eritrea, di Somalia (uno stato fallito), di Italia, di rapporti italo-etiopi e alla fine arrivò… l’obelisco di Axum. La domanda di Meles fu diretta:

allora anche lei è qui per restituirmi l’obelisco a parole o posso sperare che il nuovo governo italiano mantenga gli impegni?.

Gli dissi subito che se parlavamo di restituzione si sarebbero aperti un sacco di problemi e saremmo ripiombati nel solito gioco che durava da cinquant’anni. Gli proposi “riposizionamento” o “rierezione” come termine, come se fosse un fatto tecnico. Sorrise, ma accettò la proposta. Colta al volo l’apertura, giocai la carta del governo di centrodestra che era al governo con l’apporto di Alleanza Nazionale, gli ex-missini di cui ero un esponente.

Se non riuscivamo noi a tenere a bada i “nostalgici” difficilmente si sarebbe riproposta l’opportunità. Il mio sì era una sfida anche per me ed era anche una sfida culturale. Chi come me crede nell’identità nazionale capiva che Axum era un simbolo dell’identità etiope, mentre non aggiungeva e non toglieva nulla all’identità italiana.

Impalcatura per il taglio/smontaggio dell’obelisco (28 ottobre 2003)

Poi feci la domanda che mi premeva da qualche ora dopo essere stato in una chiesa etiope ad Addis Abeba, ove un grande affresco celebrava la vittoria di Adua, quella che per noi italiani fu una dolorosa sconfitta. L’Italia in Etiopia, nonostante tutto, godeva di buona fama e me ne aveva data conferma lo stesso Meles. La risposta fu netta.

Ci avete insegnato la modernizzazione con le strade, le scuole, gli ospedali che avete costruito. Noi abbiamo bisogno di voi.

Iniziò così la mia scommessa che nel consiglio dei ministri del 19 luglio 2002 conobbe il primo successo. Quel consiglio decise di avviare le procedure per la restituzione dell’obelisco di Axum su proposta del ministro dei beni culturali Urbani e con la piena approvazione del presidente Berlusconi.

La parte tecnica fu un’altra scommessa anche perché gli etiopi avevano posto un vincolo. L’obelisco doveva tornare ad Axum per essere rieretto senza passare dall’Eritrea: via aerea quindi, e fu caccia al più grande aereo civile da trasporto disponibile, un Antonov 124.

fonte: http://news.bbc.co.uk/2/hi/africa/4458105.stm

Nel novembre del 2004 firmammo un memorandum bilaterale con l’Etiopia in cui si stabilirono le modalità con cui effettuare le operazioni di smantellamento, trasporto, rierezione dell’obelisco.

Per le prime due fasi i costi erano a carico dell’Italia, mentre per la terza fase si stabiliva la responsabilità del governo etiope. Poteva essere l’ostacolo insormontabile, ma la fantasia italiana sulle emergenze non conosce confini. Coinvolgemmo l’Unesco (con finanziamento italiano) in un progetto di potenziamento del turismo culturale etiope, legato alla rierezione dell’obelisco. Il contributo italiano al progetto Unesco aprì la strada alla definizione del piano di rierezione dell’obelisco.

Tutto procedeva al meglio nella quasi completa indifferenza dell’opinione pubblica. Da destra, salvo qualche definizione di “operazione vergognosa da parte del governo” e di qualche valutazione “storica” di tradimento dei nostri morti in Africa Orientale, c’era il più totale silenzio. Fu invece Vittorio Sgarbi, sottosegretario al ministero dei Beni culturali, a tentare un dibattito sul tema proclamandosi “fascista” e contrario al riposizionamento della stele. Accertammo che meno del dieci per cento dei romani conosceva l’obelisco di Axum e pochissimi indicarono la sede dove si trovava e cioè davanti alla sede della FAO, ex ministero delle colonie. Nessuno a Roma, istituzione o associazione culturale, sollevò la benché minima obiezione.

I lavori di ri-erezione dell’obelisco

Decidemmo il silenzio stampa da parte del ministero degli Esteri che aveva comunque la responsabilità politica dell’impegno per la rierezione dell’obelisco. Silenzio anche quando qualche timida voce critica si alzò all’estero, come in Francia e in Inghilterra, da parte di critici d’arte con la solita, ipocrita tesi della preoccupazione per l’integrità della stele nel ritorno ad Axum, come difesa dell’integrità del patrimonio mondiale culturale che, per la sua fragilità, doveva restare nelle sedi attuali.

Lo studio tecnico e di fattibilità dell’operazione vide in prima fila lo Studio Croci e Associati, lo stesso che stava raddrizzando la Torre di Pisa insieme con l’International Centre of Cultural Property for study of the Preservation and Restauration (ICCROM). La stele fu divisa in tre sezioni, visto che nel 1935 fu trovata in cinque pezzi ad Axum ed eretta a Roma nel 1937 con lavori di restauro che avevano ricomposto e rafforzato la stabilità della stele.

L’operazione si concluse con molte preoccupazioni per il sezionamento e il trasporto via aerea, trasporto da molti definito un miracolo e se lo fu lo si deve al mezzo usato, russo, e ai piloti ucraini e all’organizzazione dell’impresa Lattanzi. Molti esperti hanno definito questa operazione seconda solo al salvataggio dei templi di Abu Simbol in Egitto.

Il 4 settembre 2008 l’obelisco era rieretto. La cerimonia di consegna agli etiopi, per volere di Meles Zenawi, ebbe un’alta valenza simbolica e politica. La capitale axumita era una festa di bandiere italiane ed etiopi, i manifesti che tappezzavano la città vedevano una mano bianca e una mano nera che si stringevano come simbolo di amicizia fra i due popoli. Lui, l’oggetto di una storia italo-etiope durata più di settant’anni, era coperto totalmente da un lato dalla bandiera italiana e dall’altro da quella etiope. Tutta l’elité politica etiope con Meles Zenawi in testa era presente alla cerimonia e fu con lui che tagliammo il nastro che teneva le due bandiere.

Cerimonia inaugurale per le ri-erezione e riposizionamento dell’obelisco, 4 settembre 2008

L’obelisco era stato riposizionato e rieretto. L’impegno assunto era stato mantenuto. Meles Zenawi venne poi in Italia dove incontrò i vertici delle istituzioni italiane e firmammo una serie di trattati che ristabilivano rapporti di amicizia fra i due paesi.

Meles Zenawi avviò processi di modernizzazione con i cinesi, anche se per le grandi dighe idroelettriche di Gebel Cirte e del Rinascimento sul Nilo ha preferito gli italiani di Salini, come la nuova ferrovia da Addis Abeba a Gibuti sul vecchio tracciato italiano e la trasformazione di Addis in una grande e moderna metropoli. Morì qualche anno fa di un terribile male, senza veder realizzato il suo sogno della pace con l’Eritrea. Pace oggi raggiunta con il nuovo primo ministro, di etnia Oromo, che ha impresso un’accelerazione al processo di cambiamento sociale e politico.

Con 102 milioni di cittadini, di cui il 61 per cento di cristiani, è il secondo paese africano per numero di abitanti. Conosce ritmi di crescita economica con incremento del PIL del 7/8 per cento annuo, anche se resta un paese con ampie sacche di povertà.

A me resta l’illusione che, forse, è stato l’obelisco il simbolo del cambiamento. Ma ho la certezza che l’Africa ha bisogno di gesti significativi per rafforzare l’identità nazionale e per superare le frammentazioni etniche e tribali, come dimostra ancora oggi la vita della comunità etiope, con settanta etnie i cui contrasti sono all’origine dei molti rifugiati interni e di una emigrazione in contaste aumento.

Un obelisco torna a casa  ultima modifica: 2018-12-20T19:11:33+01:00 da ALFREDO MANTICA

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