“Venezia va in scena”

Molte iniziative nel 2018 hanno dimostrato che c’è fermento in Laguna, c’è voglia di emergere e di raccontarsi. È una buona notizia. È la risposta dei veneziani a quanti si chiedono se la città sia ancora viva.
scritto da CRISTINA VALENTINI

C’è fermento in Laguna: c’è voglia di emergere, di raccontarsi attraverso il teatro, il contributo scritto, i video, il web, di distaccarsi dai cliché affibbiati da altri. È una buona notizia, per una volta. È la risposta, data finalmente da veneziani, o almeno da una parte di loro, a quanti si chiedono se la città ci sia ancora, se sia viva, oppure se abbia già oltrepassato il punto di non ritorno. Questi cittadini-autori hanno sentito la necessità di rappresentarsi da sé, di “mettersi in scena” e comparire in tutta la loro schietta banalità: non parlano del loro passato illustre, non osano nemmeno chiamarlo in causa, perché vogliono dar voce all’oggi, a quella quotidianità che tutti, dal di fuori, cercano di carpire, ma a cui in realtà non riescono ad accedere.

Ruga Giuffa, Vita Vitae, In aquis fundata, Veniceland, Tempesta, Mappatura emotiva di un territorio, Il mercato di Venezia, Profili veneziani, La Venezia che vorrei: sono film-documentari, pièce teatrali oppure libri a cui persone diverse hanno lavorato nello stesso periodo, in parallelo, nel corso degli ultimissimi mesi (l’elenco, peraltro, non è esaustivo). Sono opere che mettono insieme opinioni, ricordi o visioni differenti, componendo una sorta di narrazione collettiva della città, che vale la pena ripercorrere.

Cinque amici hanno finalmente trovato il modo di pagare l’affitto dall’ammontare folle per un appartamento condiviso. Rimangono precari, non hanno gran prospettive, eppure, l’essere insieme dà loro forza. Tanta da compiere una piccola rivoluzione dei tempi moderni: in un gesto liberatorio distruggono di gusto la paccottiglia made in China venduta da uno di loro in un piccolo stand di souvenir, scagliandola a terra senza pietà. Il contratto di lavoro andrà a farsi benedire, ma meglio mettere insieme mille piccoli impieghi, piuttosto che far parte del sistema che mercifica la città. È con questa scena che finisce la serie web Rugagiuffa di Silvio Franceschet. Messaggio secco, dirompente nella sua semplicità, che chiude alla perfezione il racconto di come si vive davvero all’interno di una cartolina.

E di vita reale, tipicamente lagunare, trasudano anche i docu-film In aquis fundata di Andrea De Fusco e Vita Vitae, anche questo di Franceschet. Il primo è fatto di ritratti: un maestro d’ascia, una campionessa del remo, un operaio subacqueo, un mercante ittico e un pescatore, tutte persone la cui esistenza è ancora fatta di acqua, di simbiosi con la Laguna. Il secondo è invece dedicato a Flavio, ovvero Franceschet senior, che ha riavviato, con la sua associazione, la coltivazione della vite nelle isole. In entrambi emerge una vita nascosta, insolita, inaspettata che si può ancora trovare nella Venezia di oggi. Una vita parallela, distante dal turismo di massa e soprattutto totalmente incurante del turismo di massa. Un po’ in bilico, ma orgogliosa, solida. E, anche, una vita insofferente a come gli stessi veneziani “abusano” della propria città o non la rispettano, a partire dal “motondoso” che provocano e che rende un viaggio su una tipica “sampierota” un’esperienza quasi estrema.

Ecco sì, una parte dei veneziani che ha preso a raccontarsi fa decisamente autocritica. Al di là della politica, al di là dei cambiamenti globali che Venezia subisce come tanti altri luoghi turistici al mondo, questi veneziani si guardano allo specchio e riproducono quello che vedono: la cupidigia, il menefreghismo, la mancanza di senso civico, l’egoismo, l’ignoranza. Le due pièce Veniceland e Il Mercato di Venezia, uscite dal progetto di “teatro di cittadinanza” dell’associazione PER una Venezia consapevole, questo esprimono. In modo talvolta tragico, talvolta surreale, talvolta comico, dimostrando che il “wit” veneziano gode di ottima salute, grazie anche a un dialetto ancora tutto sommato ben conservato.

Il teatro di cittadinanza è considerato lo strumento giusto per sollecitare coinvolgimento e riflessione civica da diverse realtà che fanno teatro a livello non professionale in città. E della sua validità è sostenitore anche il regista Mattia Berto, che è riuscito a portarlo addirittura nel “salotto buono” del Teatro Goldoni.

Con “Tempesta” (messo in scena lo scorso maggio proprio al Goldoni e a giugno, durante ‘Art Night’, alla Scuola Grande di San Giovanni Evangelista) ho giocato con i cittadini a costruire un’agorà, ho voluto lanciare questo messaggio di polis, perché dobbiamo assolutamente ricostruire il senso di comunità. Forse è una cosa che non riguarda solo Venezia, ma l’Italia, o il mondo, non lo so, ma qui è sicuramente una necessità.

Così ha commentato la sua opera Berto, quando l’ho incontrato quest’estate per parlare del suo modo di far teatro.

Il Teatro Goldoni per me è il teatro delle pellicce: deve un po’ rompere alcuni schemi e crearne di nuovi. Quindi abbiamo messo su un laboratorio in residenza, in cui il Goldoni è diventato appunto ‘casa’ dei cittadini. Ho proposto ai partecipanti di essere complici di una scrittura collettiva, abbracciando l’idea di portare ‘Tempeste’ nella Venezia contemporanea.

Il risultato sono state delle performance messe in scena in diversi luoghi della città, delle incursioni di Tempesta a Venezia, con la grande tempesta finale al Goldoni, appunto, a cui hanno preso parte ben 100 veneziani.

Ho invitato la gente a un laboratorio di un pomeriggio e poi siamo andati in scena. E lì davvero è emerso quanto il teatro possa essere motore di aggregazione e quanta voglia di aggregazione ci sia nei veneziani.

Voglia di aggregazione, sì, ma anche voglia di riscoperta della città, come ha dimostrato Mappatura emotiva di un territorio. Questo progetto teatrale è stato proposto a maggio dalla compagnia “exvUoto teatro”: si tratta di uno spettacolo itinerante nella zona di Sant’Alvise, con partenza dal Teatrino di Villa Groggia, che si compone di piccole storie quotidiane legate ai campi e alle calli che si percorrono. Il pubblico che vi ha preso parte era in gran parte veneziano, incuriosito dal venir invitato per una volta a seguire un itinerario al posto di un turista, un po’ per scoprire un’area a volte poco nota per chi vive altri sestieri, un po’ per vederla con occhi diversi, reinterpretata in chiave scenica.

Gli attori – ora gabbiano, ora piccione, ora guida – hanno proposto una mappa di suggestioni, contrapponendo vita passata e presente, presenza e assenza, ripopolamento (turistico) e svuotamento (di attività e realtà locali), andare e venire, facendo però capire che Venezia è unica, ma allo stesso tempo uguale a ogni altra città al mondo, in quanto luogo di continuo passaggio ed evoluzione. La gente – per necessità o per scelta – si muove, fa esperienze di vita in posti diversi, vi resta per un po’, per poi proseguire verso un altro dove. Così facendo, dà e prende, lascia un segno e ne viene segnata, anche se impercettibilmente. Venezia semplicemente non fa eccezione. Venezia ha bisogno di ricambio, di gente che venga a lei, per far sì che altri la lascino.

Ma su come innescare questo circolo virtuoso ci sono opinioni discordi. In diversi contributi de La Venezia che vorrei, edito da Helvetia, si parla della necessità che la popolazione veneziana di rinnovi, perché è nella mescolanza che la città ha sempre trovato la sua forza.

E molte interviste contenute in Profili veneziani, il primo libro cartaceo di ytali, dimostrano proprio come questa mescolanza ci sia già. Nel volume vengono descritti tanti esempi vincenti di quanti, in netta controtendenza, hanno deciso di ricominciare una vita proprio qui. Ma colpisce anche quel che afferma “Furio” dei Pitura Freska, ovvero Marco Forieri:

Venezia è stata un’isola a se stante finché ha avuto una popolazione che era superiore a quella dei turisti e degli studenti che vengono da fuori. Fino ad allora, la cultura veneziana riusciva a imporsi su quella espressa da quelli che io chiamo neo veneziani, che vogliono impossessarsi delle tradizioni. Noi veneziani abbiamo il difetto che quando qualcuno si prende le nostre tradizioni, le abbandoniamo.

Su questa visione vale la pena di riflettere, non solo perché è condivisa da molti in città, ma soprattutto perché pone sul piatto questioni essenziali: cosa significa appartenere veramente a un luogo, cosa dà il diritto di sentirsi di un luogo, cos’è la cultura che un luogo esprime, che rapporto c’è tra il patrimonio culturale “ereditato” e la capacità di produrne di nuovo. Le narrazioni di Venezia apparse quest’anno non danno risposte, ma aiutano a capire il presente e questo fa bene un po’ a tutti: ai veneziani rimasti, ai veneziani andati, ai veneziani d’hoc e ai nuovi veneziani.

“Venezia va in scena” ultima modifica: 2018-12-31T16:09:35+02:00 da CRISTINA VALENTINI

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