“Europa, rovinata dai social-liberisti”. Parla Joseph Halevi

“Sono i partiti socialdemocratici che hanno creduto veramente nel mercato, non la destra. Hanno messo in atto le peggiori privatizzazioni e questo ha posto le condizioni per l’ascesa dei sovranisti”, sostiene l’economista.
scritto da MATTEO ANGELI

Il Vecchio continente è in caduta libera. Tra pochi anni, nel 2025, probabilmente nessuno dei singoli paesi europei oggi appartenenti al G7 faranno ancora parte del prestigioso club, che riunisce le sette nazioni avanzate con la ricchezza nazionale netta più grande al mondo. È una perdita di influenza non solo economica, ma anche morale, le cui ripercussioni interne si stanno facendo già sentire. In questo contesto, l’Unione europea è un’ancora di salvezza o un corpetto troppo stretto che ci farà andare a fondo?
Ne abbiamo parlato con Joseph Halevi, professore di economia che ha insegnato a Torino, Sydney, New York, Grenoble, Nizza e Amiens e autore di numerose pubblicazioni, tra cui “Modern Political Economics: Making sense of the post-2008 world”, scritto insieme a Yanis Varoufakis e Nicholas Theocarakis.

Joseph Halevi

Professor Halevi, l’Europa è una delle zone del mondo dove il benessere è maggiore, ma questo sta diminuendo a discapito dell’ascesa di altre parti del mondo. Il ceto medio europeo è in crisi, ha perso o teme di perdere il suo status. Da un punto di vista di teoria economica, pensa che i governi degli stati europei possano continuare a promettere ai loro elettori gli attuali livelli di benessere o stiamo andando verso un inevitabile peggioramento delle nostre condizioni di vita?
I livelli di vita europei si stanno sgretolando e sotto molti aspetti si sono già sgretolati. Se scomponiamo il benessere attuale, notiamo che in alcuni grandi paesi europei, come per esempio Francia, Italia e Spagna, non ci sono solo grandi sacche di povertà ma anche una situazione di generale deterioramento. Questo spiega perché una buona fetta delle classi popolari ora vota per i nazionalisti e la destra in quei paesi dove i partiti democratici hanno instaurato lo stato sociale. Sono aumentate moltissimo le disuguaglianze e questa non è una novità. Basti pensare alla pubblicistica in Germania negli anni Ottanta: si parlava della società dei due terzi, in cui i due terzi dei cittadini hanno raggiunto il benessere. Oggi si potrebbe parlare al massimo della società del 20-40-40, con il 20 per cento delle persone che stanno molto bene, il 40 la cui posizione è più o meno stabile e un altro 40 le cui condizioni sono peggiorate. La stessa Germania non è poi così eccezionale come si sente spesso dire: ci sono condizioni di sottoccupazione incredibile, finanziate perlopiù dal modello Hartz (un insieme di leggi con cui è stato riformato il mercato del lavoro tedesco a partire dal 2003, ndr).

L’Unione europea può impedire il peggioramento dei livelli di vita che lei descrive?
L’Unione europea è strutturata intorno all’euro. Anche i paesi che non possiedono la moneta unica sono formalmente in attesa, altrimenti la Banca centrale europea (Bce) non si chiamerebbe così. La Bce è la banca centrale dell’Unione europea perché l’Ue non può condurre una politica macroeconomica per tutti i paesi europei se non attraverso la politica che passa per la Bce. Il problema è che il sistema monetario europeo, così come strutturato, non è assolutamente capace di rilanciare niente. Se il mondo fosse razionale, ci si siederebbe intorno a un tavolo, si prenderebbe atto che questo sistema non funziona e si rifletterebbe su come sviluppare un sistema monetario alternativo.

Lei a cosa pensa quando parla di un’alternativa al sistema attuale?
Ci vuole un’Europa federale. Se gli stati europei vogliono stare insieme e avere una moneta comune devono passare a una fiscalità comune e non costrittiva. Ma l’Europa federale è una risposta che non ha alcuna possibilità di veicolazione politica. Oggi in parlamento europeo non esiste nessun partito politico in grado di avere una rappresentatività numerica tale da poter articolare questa linea. I partiti che remano contro lo status quo sono i nazionalisti, mentre i socialdemocratici e i cristiano sociali non riescono a sganciarsi dagli schemi attuali. Per fare un paragone, per certi versi è una situazione simile a quella in cui si trovava Heinrich Brüning, cancelliere della Repubblica di Weimar prima dell’arrivo al potere del nazismo. Brüning aveva capito tutto: lui scriveva ai leader europei dicendo che avrebbe continuato a onorare il debito, chiedendo loro al contempo di farglielo pagare in maniera ridotta, altrimenti le cose si sarebbero messe male. Ma nessuno riusciva a sganciarsi dallo status quo.

Crede che sia possibile una vera politica federale con un parlamento europeo così com’è strutturato oggi, con i deputati divisi tra una duplice fedeltà, quella al gruppo politico di riferimento e quella allo stato di appartenenza?
Il problema è il ruolo istituzionale del parlamento europeo, che non rende possibile nessuna politica veramente federale. Il parlamento europeo è un budello. Viene eletto direttamente dai cittadini dal 1979, gli sono stati dati più poteri, soprattutto con il Trattato di Lisbona, ma sono sempre poteri concessi. A Strasburgo si legifera, molto, ma poche di queste decisioni sono vincolanti. Lo stesso vale per le altre istituzioni. Si pensi al consiglio dei ministri, dove, anche se ci siedono rappresentanti degli stati membri, la musica non cambia. Possono, ad esempio, chiamare a parlare il presidente della Bce Mario Draghi, ma poi non c’è un meccanismo per dare un giudizio su quello che dice il presidente, come avviene invece negli Stati uniti con la Federal Reserve, la banca centrale americana.

Cosa cambia?
Negli Stati uniti il giudizio del Congresso è semi-vincolante, la banca centrale deve in un certo modo tenere conto di quello che dicono i rappresentanti della politica. In Europa manca proprio questo assetto istituzionale. Questo lo capii benissimo quando vivevo in Francia, ai tempi del referendum su Maastricht. Allora i sì vinsero per pochissimo, con il 50,3 per cento. Il fronte del no era guidato da Philippe Séguin, un costituzionalista, della destra istituzionale, presidente dell’assemblea nazionale dal 1993 al 1997. Lui osservava la sovranità da un punto di vista tecnico e mostrò come il sistema europeo aveva degli enormi vuoti dentro, nel senso che toglieva sovranità agli stati senza reintrodurla a livello europeo. Invece che nuova sovranità introduceva solo capacità burocratica, di tipo amministrativo. Un po’ come fa il commissario agli affari economici Pierre Moscovici con l’Italia, limitandosi a dirle che è troppo al di là dei numeri che l’Europa si aspetta. Questo assetto istituzionale non funziona. Serve un parlamento europeo veramente funzionante, con la capacità di nominare i commissari europei, che hanno il compito di governare.

Rafforzare il parlamento renderebbe l’Europa più democratica. Questo sforzo di “democratizzazione” sta anche alla base del progetto Diem25 del suo collega Yanis Varoufakis, con il quale ha lavorato. Cosa pensa di questo progetto?
Concordo con le sue idee. Io sono stato a lungo nel partito comunista italiano e ho frequentato abbastanza il partito comunista francese durante le mie permanenze in Francia. Questi due partiti, in fasi diverse, erano molto radicati nella popolazione. I partiti comunisti erano radicati nella popolazione. Se un partito politico non è radicato nella popolazione, posso essere d’accordo con le sue idee, ma sono molto scettico dal punto di vista delle possibilità di successo. Gli sforzi che fa Yanis, soprattutto dal punto di vista della comunicazione, sono molto importanti. Non penso che come movimento politico da votare alle elezioni Diem25 sia la carta vincente, ma apporta comunque un contributo importante alla diffusione e all’articolazione di certe idee. Ben venga che Diem25 prenda alcuni seggi al parlamento europeo. Gli altri hanno deluso. Si pensi alla lista Tsipras, che doveva portare uno spirito di cambiamento al parlamento europeo ma alla fine non ha fatto niente. Si è sentito di più Nigel Farage e questa non è certo una cosa buona.

Yanis Varoufakis

Stando ai sondaggi attuali, alle prossime europee sembra che i partiti sovranisti faranno il pieno di voti. Che conseguenze economiche potrebbe avere una loro affermazione?
Non so se faranno il pieno di voti, ma aumenteranno certamente il loro numero di deputati. Non sono comunque un gruppo coeso, perché i sovranisti sono sia a destra che a sinistra. Ad esempio, in Francia, Jean-Luc Mélenchon va considerato tra i sovranisti. Oggi il discorso di una certa sinistra è solo leggermente diverso da quello della destra salviniana. La sinistra sovranista è subalterna alla destra nazionalista, sull’immigrazione dice: “Sì, ma…”.
Inoltre, a livello europeo i sovranisti di destra non sono uniti. Quelli del gruppo di Visegrad non metteranno mai i bastoni nelle ruote della Germania dato che sono parte integrante e dinamica della zona del capitale tedesco e non seguiranno mai l’Italia sulla questione dello “sharing” dei migranti, come già si è visto.
Non cambierà molto nell’immediato, perché i governi rimarranno gli stessi. Importante in questo senso è vedere come reagiranno i governi, i partiti dello status quo, che perderanno voti. Dipende da come questi perderanno nei vari paesi. Una cosa è se la destra nazionalista dell’Afd si porta avanti a spese dei socialdemocratici, un’altra se lo fa a spese dei cristiano sociali.

Luigi di Maio dice che con il voto europeo del prossimo maggio cambia tutto…
Non è vero: a maggio non cambia niente. Il parlamento europeo non ha impatto sul governo europeo, perché i nuovi commissari non sono eletti, ma semplicemente confermati dalle coalizioni che si formano al parlamento. Ci saranno forse una serie di deputati che voteranno contro i commissari. Ma i sovranisti, se a loro va veramente bene, non prenderanno più del 30 per cento dei voti. Più del 60 per cento dei seggi rimarranno a quei partiti che possono formare coalizioni: liberali, conservatori, cristiano sociali e socialdemocratici. Loro confermeranno la commissione europea che verrà decisa dai governi.

I partiti socialdemocratici sono in crisi dappertutto. Pensa che l’ascesa dei Verdi potrebbe rilanciare una sinistra europeista?
No. Se io dovessi votare in Europa, voterei i Verdi, ma lo farei in mancanza di meglio. Voterei una cosa un po’ liberale, senza la bava alla bocca, progressista. Il problema è che le formazioni “a sinistra” e/o ex comuniste tendono a un sovranismo di destra. Oltre a Mélenchon, penso ad esempio a Sahra Wagenknecht, leader della Linke in Germania. Io avevo moltissima stima di lei. È una che ha studiato filosofia, economia, ma sta dicendo delle cose sbagliate sull’immigrazione.
Il problema è che i partiti socialdemocratici europei sono diventati veramente neoliberali. Sono social-liberisti, come già notò analiticamente il Professor Bellofiore dell’Università di Bergamo oltre quindici anni fa. A credere veramente nel mercato non è stata la destra ma loro. La destra non ha mai creduto nel mercato. Ha creduto nell’ideologia del mercato ma poi ha dato potere ai propri monopoli.

Come ha fatto Silvio Berlusconi in Italia…
Berlusconi è un esempio in Italia, ma anche altrove si possono trovare pratiche di questo tipo. In Italia è la sinistra che ha creduto nel mercato e che ha fatto le peggiori privatizzazioni, con il governo Prodi-D’Alema, soprattutto nella fase D’Alema. Per esempio, se le autostrade italiane si trovano in questa situazione, è colpa di quelle privatizzazioni. Lo stesso è successo in molti paesi dell’est europeo. Gli ex comunisti camuffati in socialdemocratici hanno fatto le peggiori liberalizzazioni. È colpa loro se politici come Viktor Orban hanno compiuto questa traiettoria.

La sinistra è diventata il punto di riferimento delle élite?
Si pensi alla tecnocratizzazione del partito socialista in Francia, ai tempi di Lionel Jospin. Nel 2002, quando Jospin venne sconfitto, i socialisti chiamavano in modo sprezzante la popolazione francese che aveva votato per Jean-Marie Le Pen “La France d’en bas”, la “Francia dal basso”. E questi di conseguenza hanno votato per tre volte i Le Pen. Un aneddoto che la dice tutta sull’atteggiamento della sinistra di governo. La stessa cosa è successa in Italia. Oggi non si parla più di classi sociali, ma di centro e periferia. Il riferimento del partito democratico è diventato il centro. In questo senso, non credo che i partiti socialdemocratici europei riusciranno a recuperare un terreno sociale.

Insomma, siamo nei guai. Guai a cui si aggiunge la decisione della Gran Bretagna di abbandonare l’Ue. Crede che la Brexit potrebbe, nel migliore dei casi, costituire un’opportunità di rilancio per l’Unione?
No, per l’Unione europea la Brexit è un fatto negativo. La Gran Bretagna è un grosso paese e la sua uscita porterà conseguenze negative, soprattutto dal punto di vista politico e dell’immagine. Anche la Gran Bretagna va verso una situazione complicata. La Scozia troverà un modo per riaprire il contenzioso e lo stesso vale per l’Irlanda del nord. Ripercussioni negative si sentiranno anche in un territorio dove si è votato per la Brexit, ovvero il Galles. Il Galles perderà tutti i contributi europei. La parte agricola del Galles viveva di questo. Londra non colmerà questo ammanco, perché la vera preoccupazione della classe dirigente britannica è quella di salvare la City.

Ce la faranno?
Bisogna vedere cosa implica il “no deal”, il mancato raggiungimento di un accordo, per il passporting, pratica che riguarda il sistema finanziario e bancario e che consente a una società finanziaria o a una banca britannica registrata alla City di Londra di condurre attività transfrontaliere negli stati membri dell’Ue, senza dover essere specificamente autorizzate in ogni stato membro dell’Ue in cui desiderino operare. Per la City il passporting garantisce un accesso diretto all’Europa. Nell’accordo attuale tra Gran Bretagna e Ue il passporting è garantito. Ma se l’accordo salta, per la City è un grandissimo problema. Theresa May non poteva dire esplicitamente che se salta l’accordo salta il passporting, perché in questo modo avrebbe svelato che in Inghilterra tutto viene fatto in funzione della City e deve essere perciò coerente ai suoi interessi.

Prima di una serie di interviste in vista delle elezioni europee
Sono finora intervenuti:
Guy Verhofstadt
Stefano Palombarini
Birgit M. Kratz

“Europa, rovinata dai social-liberisti”. Parla Joseph Halevi ultima modifica: 2019-01-02T16:40:59+02:00 da MATTEO ANGELI

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