Assad, il nuovo alleato dei curdi

Con l’uscita di scena degli Stati Uniti dalla guerra civile, i nemici di ieri diventano i nuovi alleati. Come nel caso dei curdi. Che ora chiedono l’aiuto del presidente siriano contro la minaccia turca.
scritto da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

Siria, l’anno di Bashar con l’incognita Erdogan. Nasce su questi due asset il 2019 della Siria. E sul terremoto delle alleanze determinato dalla decisione, allungata nel tempo, di Donald Trump di ordinare, entro quattro mesi, il ritiro dei 2000 soldati statunitensi dal teatro siriano.

Siria, una guerra ad alleanze variabili. Il nemico di ieri può diventare il tuo salvatore. E viceversa. Negli ultimi giorni del 2018, l’Unità di protezione popolare (Ypg), la principale milizia curda in Siria, ha fatto appello alle truppe governative perché si schierino a fianco delle proprie forze nel nord del paese per contrastare l’offensiva annunciata dalla Turchia.

Invitiamo le forze del governo siriano, che sono obbligate a proteggere il paese, la nazione e le sue frontiere, a prendere il controllo delle aree dalle quali si sono ritirate le nostre forze, in particolare Manbech, e a proteggerle contro un’invasione turca

afferma il gruppo in una nota.

La richiesta di aiuto al regime di Bashar al Assad arriva dopo l’annuncio la scorsa settimana da parte dell’alleato statunitense di un ritiro completo delle truppe dalla Siria. L’appello viene raccolto: l’esercito siriano è entrato a Manbij, località strategica situata a ovest dell’Eufrate (nordest) controllata dalle forze curde. 

Fuori dall’impegno dell’esercito siriano e su richiesta del popolo di Manbij, il comando generale dell’esercito siriano dichiara di essere entrato a Manbij e di aver issato la bandiera siriana al suo interno,

ha affermato l’esercito di Damasco in un comunicato. Le Forze Armate siriane, prosegue il comunicato, garantiranno la sicurezza della popolazione di tutta la zona.

Combattenti curdi dell’Ypg

Il ritiro americano porterà a un rafforzamento del regime di Damasco. Bashar al Assad sarà il “grande vincitore” di questo “precipitoso ritiro”, annota Allan Kaval, analista di Le Monde per il Medio Oriente:

Possiamo ipotizzare che si presenti il pericolo di un attacco turco nel nord. Le Forze democratiche siriane (Fds) a guida curda e la loro leadership politica,non avrebbero altra scelta che fare un accordo con Damasco che consegnerebbe i nuovi territori che le Fds hanno conquistato dopo la loro campagna contro l’Isis.

La Russia ha subito offerto il suo appoggio al riavvicinamento tra curdi e Damasco: Mosca ha definito “positivo” l’ingresso dell’esercito siriano. “Di certo, aiuterà a stabilizzare la situazione”, ha commentato il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov “l’ampliamento della zona sotto il controllo delle forze governative è senza dubbio un trend positivo”.
Riflette su AnalisiDifesa Gianandrea Gaiani:

Gli sviluppi curdi cementano qui il successo di Assad e dei suoi alleati russi e iraniani. Le truppe governative controllano già più del 60 per cento del territorio nazionale, abitato dai tre quarti della popolazione nazionale, e probabilmente si estenderanno presto (ma non prima del ritiro delle truppe Usa) lungo tutta la frontiera turca e nel sud-est del paese oggi presidiato dai curdi.

L’opposizione siriana, sostenuta dalla Turchia, ha già detto che i suoi combattenti non accetteranno il ritorno delle forze governative nell’area orientale della Siria, compresa la città di Manbij, dopo il ritiro delle forze statunitensi. L’Esercito nazionale siriano, che dovrebbe essere il nerbo della futura e probabile campagna turca nella Siria orientale, ha fatto sapere che il ritorno delle forze governative nell’area scatenerebbe “un disastro e una catastrofe” con una nuova ondata di rifugiati e sfollati. Sarebbero 15.000 i suoi combattenti pronti ad entrare nelle aree una volta che gli Stati Uniti si ritireranno.

Un ritiro che ha una vittima sacrificale: i curdi. Spiega in proposito Andrea Gaspardo, in un dettagliato report su Difesaonline

Eppure la zona del Rojava (così viene definito tutto il territorio nelle mani delle Sdf) comprenda oggi oltre il 27 per cento del territorio siriano e garantisce ai curdi il controllo delle principali zone di produzione agricola (provincia di al-Hasakah), delle risorse idriche (alto corso del fiume Eufrate con relative dighe) e di una buona parte di quelle petrolifere, oltre che una percentuale non trascurabile della popolazione siriana. L’impossibilità di avere accesso ai mercati e al credito internazionale ed il fatto di confinare con potenze ostili assolutamente non propense a riconoscere questa situazione di ‘secessione di fatto’ e pronte a bloccare in ogni momento tutte le arterie stradali e fluviali da e verso il Rojava, fa sì che i curdi non siano in grado di costituire un’entità statale stabile, sicura e che possa ‘marciare da sola’ senza la perenne presenza delle forze armate americane e dei loro alleati.

Per concludere che

Gli eterni sconfitti di questa drammatica ‘partita a poker’ sono i curdi che, per l’ennesima volta, hanno visto manipolare le loro istanze autonomistiche ed indipendentistiche da alcune grandi potenze che prima hanno dirottato i loro progetti politici a proprio uso e consumo ed ora, esaurito il loro compito, li stanno crudelmente abbandonando al loro destino.

I rapporti di forza consolidati sul campo hanno avuto importanti ricadute sul fronte politico-diplomatico, con l’inizio della riabilitazione del “paria Assad” nella “famiglia araba”. L’atto più significativo del riavvicinamento tra Siria e mondo arabo si è registrato il 14 dicembre, quando il Parlamento arabo, organismo espressione della Lega Araba, ha esortato i leader dei ventidue paesi dell’organizzazione a riammettere la Siria, esclusa dal consesso da ormai sette anni.

Combattente curdo dell’Ypg

I primi segni tangibili di questo riavvicinamento sono già arrivati: riapriranno infatti presto a Damasco le ambasciate degli Emirati Arabi Uniti e del Bahrein, monarchie del Golfo che negli ultimi sette anni hanno sostenuto i ribelli anti governativi interrompendo i rapporti con Damasco.

Nel 2018 sono stati almeno ventimila i morti nel conflitto in Siria, tra i quali 6.500 civili. Il numero di vittime, il dato più basso dall’inizio della guerra nel 2011. Il dato, riferito dall’Osservatorio siriano per i diritti umani (Ondus), ong di opposizione basata in Gran Bretagna, certifica la vittoria di Bashar Assad e dei suoi alleati.

Le vittime degli scontri armati sono diminuite in gran parte del paese da quando le forze governative hanno sconfitto i ribelli intorno alla capitale e nel sud tornando a controllare oltre il 60 per cento del territorio.

Nel 2017 i morti contati dall’Ondus erano stati di oltre 33.400, tra cui diecimila civili. Alcune stime valutano in mezzo milione le vittime complessive del conflitto.

Che il 2019 siriano nasca nel segno di Bashar viene rimarcato, sia pur con sottolineature negative, da Israele. Annota in proposito sul filogovernativo Jerusalem Post Amotz Asa-El: 

Ora che non solo è rimasto in sella, ma è anche sopravvissuto politicamente sia a Cameron che a Hollande e che, in effetti, sembra destinato a sopravvivere anche ai loro successori, ecco che la posizione di un po’ tutti su Assad è cambiata. La Turchia si è rimangiata la sua richiesta originaria, insieme alla più ampia ambizione di riprogrammare la Siria installando a Damasco un regime fondamentalista sunnita. Avendo rinunciato a questo trapianto di cuore, la Turchia si sta ora concentrando sull’amputazione dell’arto curdo siriano. Anche il mondo arabo sta facendo marcia indietro.

Combattenti curdi dell’Ypg

Come scrive Amotz Asa-El in un recente articolo, la riabilitazione in corso di Assad induce a trarre tre conclusioni. La prima

è che per l’Egitto, che ha tacitamente innescato questa strisciante reintegrazione, affrontare il fondamentalismo sunnita è più importante di ogni altra cosa. Al-Sisi guarda la realtà dei fatti e vede che la caduta di Assad significherebbe la vittoria non per la libertà della popolazione siriana, ma per gli islamisti che hanno monopolizzato l’assalto al regime di Assad. Al-Sisi non ha torto quando coltiva questo timore, e non ha torto quando valuta che una tale vittoria degli islamisti in Siria avrebbe fomentato gli irriducibili islamisti nello stesso Egitto e altrove.

E poi:

La seconda conclusione è che, agli occhi di ogni regime in Medio Oriente, gli Stati Uniti si sono ora dimostrati un protettore inaffidabile. L’imminente abbandono dei curdi siriani alla furia che Turchia e Damasco hanno in serbo per loro verrà messo a confronto, nelle capitali della regione, con la lealtà con cui la Russia ha sostenuto Assad ed è stata disposta a rischiare per lui anche quando sembrava sull’orlo del collasso.

Infine:

Terza e più tragica conclusione, il ritorno di Assad alla legittimità e la partenza di Washington dalla Siria sottolineano l’inutilità di quella che era iniziata come una rivolta sociale pan-araba, e che si sta ora concludendo con il successo della contro-rivoluzione dell’Ancien Régime. Le masse arabe hanno perso quella che all’inizio era stata una causa sociale e civile, per poi essere rapidamente sequestrata dal fondamentalismo islamista e infine completamente divorata dal tribalismo. In mancanza di fulcro, di leadership e di risorse, le classi arabe più povere e sottomesse si ritrovano ora, dopo otto anni di violenze inenarrabili, indigenti incolte e inermi come lo erano quando Bouazizi appiccò l’incendio che rovesciò quattro presidenti e scatenò varie guerre civili, prima che tutto tornasse al punto di partenza.

Restano fuori i crimini di guerra compiuti dalle forze lealiste, le decine di migliaia di oppositori, veri o presunti, torturati e fatti sparire nelle carceri di Bashar. Marchi sanguinosi che lasceranno tracce indelibili nella coscienza, se esiste, della comunità internazionale. Ma la storia la riscrivono i vincitori, anche se spesso tali sono dittatori, autocrati, rais che di diritti umani (e civili incolpevoli) hanno fatto strame. E la storia della Siria nell’anno appena entrato sembra portare Bashar al Assad dal banco degli imputati di una improbabile “Norimberga siriana” a quello di un rais riammesso alla corte mediorientale.

D’altro canto, è lo stesso Donald Trump ad affermare, senza giri di parole, che per quanto lo riguarda in Siria “l’Iran può fare ciò che gli pare”. Per l’inquilino della Casa Bianca “la Siria è persa ormai da tanto tempo. In più, noi parliamo di sabbia e morte. Perché di questo si tratta”. Questa per il presidente Usa è la Siria oggi: chissà cosa ne pensano a Gerusalemme e Riyadh.

Assad, il nuovo alleato dei curdi ultima modifica: 2019-01-03T17:27:53+01:00 da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

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