Stragi, politica e ricerca della verità. Parla Macaluso

In occasione della ripubblicazione del suo pamphlet sulla strage di Portella della Ginestra, lo storico dirigente della sinistra italiana riflette sulle numerose vicende violente vissute dal nostro Paese. E del ruolo spesso poco chiaro, se non complice, di chi governava.
scritto da GIORGIO FRASCA POLARA

Più di trent’anni addietro Emanuele Macaluso – caparbia coscienza critica della Sinistra – aveva scritto uno splendido, durissimo pamphlet dal titolo La prima strage di Stato, con riferimento alla tragedia che – nel 1947, per mano di Giuliano e la sua banda che aveva e avrebbe ancora goduto di scandalose complicità politico-istituzionali – si consumò nell’entroterra palermitano. Parliamo della strage di Portella della Ginestra (undici morti, tra cui quattro bambini) dove tanti braccianti e contadini poveri stavano festeggiando il Primo maggio in quel pianoro dove Nicola Barbato aveva vissuto alla fine dell’Ottocento i momenti più esaltanti dei Fasci siciliani.

Ora Macaluso ha voluto ripubblicare quel libricino (Castelvecchi edizioni, 11.50 euro) mutandone tuttavia, interrogativamente, proprio e solo il titolo: Portella della Ginestra. Strage di Stato?. Non perché l’autore abbia avuto un ripensamento sulla matrice dello spaventoso delitto, ma per intrecciare con Paolo Mieli, ex direttore e ora editorialista del Corriere, un confronto sulle matrici, spesso equivoche, di quella locuzione (“strage di Stato”) largamente usata a proposito e a sproposito. E per alimentare questo confronto, ha fatto precedere alla riedizione del suo pamphlet una nota in cui sta tutta l’attualità della questione-stragi-Stato. Registro che, dopo mesi e mesi, quel colloquio a due tale è rimasto: la provocazione non è servita.

Che cosa aveva scritto Mieli sul suo giornale prendendo spunto da un articolo dell’Osservatore Romano apparso dopo la sentenza di Palermo sulla cosiddetta “trattativa Stato-mafia”? Sull’organo vaticano si leggeva che si è “stabilito in primo grado che la trattativa tra l’organizzazione mafiosa Cosa Nostra e gli uomini delle istituzioni non solo c’è stata ma ha anche toccato i massimi vertici dello Stato italiano”. E Mieli aveva replicato:

Sempre, dal ’69 in poi [la bomba di Piazza Fontana, ndr], si è creduto di individuare lo zampino dello ‘Stato’ dietro qualche colpa di questo o quel funzionario o appartenente alle forze dell’ordine. Ma nomi riconducibili ai ‘massimi vertici’ non ne sono venuti fuori. Mai. Nonostante ciò, ‘lo Stato’, a poco a poco, nei nostri manuali di storia (non tutti, per fortuna), è andato prendendo le forme del possibile mandante di questa o quell’impresa delittuosa. Sempre beninteso come un’entità impersonale (e in qualche caso nelle ricostruzioni assumerà proprio la denominazione di ‘entità’). Nemmeno una volta che si sia riusciti ad arrivare all’identificazione di qualcuno che, ben più di un ufficiale infedele, si avvicinasse a quei ‘massimi vertici’. Eppure si moltiplicavano pentiti, dissociati, imputati che vuotavano il sacco e raccontavano, raccontavano. Ma al momento di indicare nominativamente qualche appartenente alle vette statuali di cui correttamente ha riferito l’Osservatore romano, niente. E anche in questa occasione.

Anzitutto un preoccupato Macaluso ha rilevato che

le osservazioni e i giudizi di Mieli toccano una questione politica, a mio parere, di eccezionale rilievo, su cui non si è aperto un dibattito, un confronto. Silenzio tombale. Come se la qualità politico-morale dello Stato italiano, retto da un regime democratico, non coinvolgesse gli italiani […] Il ragionamento di Mieli ha un fondamento. E occorre, per i casi in cui si parla di ‘strage di Stato’ o di ‘trattativa Stato-mafia’, motivare bene, facendo riferimento nel concreto ai fatti e anche alla storia ricostruibile delle persone chiamate in causa.

Ed è proprio quello che Emanuele Macaluso aveva cercato di fare già nel 1997 a proposito della strage di Portella della Ginestra, non solo ricostruendo la tragedia sin dall’inizio (egli divenne segretario regionale della Cgil subito dopo Portella) ma citando ampiamente un’enorme quantità di documenti, di testimonianze, di sentenze, sino all’uccisione di Salvatore Giuliano in un finto conflitto a fuoco (in realtà il bandito era stato ucciso nel sonno dal suo luogotenente Pisciotta: la prima bugia di Stato, annunciata trionfalmente dal ministro dell’Interno dell’epoca Mario Scelba) e alla successiva eliminazione in carcere con un caffè alla stricnina di Gaspare Pisciotta perché non rivelasse in processo le complicità mafiose e istituzionali che stavano prima e soprattutto dopo la strage di Portella.

Anzitutto ho teso a ricordare il quadro politico e sociale che si manifestò un Sicilia dopo lo sbarco degli alleati nel luglio ’43, e lo svolgimento delle lotte politiche e sociali che caratterizzarono la Sicilia nel dopoguerra e di cui la strage di Portella è un momento significativo. In quel quadro operarono non solo i partiti, i sindacati, le associazioni padronali, ma anche la mafia, il banditismo con azioni terroristiche. Vennero uccisi trentasei dirigenti sindacali impegnati nella lotta per l’occupazione delle terre incolte e la riforma agraria. […] Ho voluto sottolineare che la strage venne attuata immediatamente dopo aspre lotte, soprattutto nelle campagne, che scuotono vecchi assetti sociali e di potere, anche del potere mafioso. E dopo un netto ma significativo mutamento dei rapporti di forza politiche segnalati dalle prime elezioni regionali del 20 aprile 1947, dieci giorni prima di Portella e vinte da un ampio schieramento di sinistra.

Salvatore Giuliano

Poi la Guerra fredda, la rottura della politica di unità al governo nazionale, e quindi il mutamento complessivo di clima politico “che viene colto – nota Macaluso – dalle ‘menti raffinatissime’ (per dirla con Giovanni Falcone) della mafia”. È la mafia, oramai, a governare Giuliano e la sua banda. Sono i boss della mafia che hanno stretti rapporti con i capi della polizia in Sicilia e poi con il capo (ufficiale dei carabinieri) del corpo speciale per la repressione del banditismo. Seguiamo ancora Macaluso:

Il bandito Giuliano fa proclami anticomunisti e compie la strage seguendo un disegno politico che non è suo ma di un coagulo di forze che vogliono dare un segnale forte e feroce della svolta che è avvenuta. È un fatto che tra i fucilatori di Portella ci sia un uomo [il bandito Salvatore Ferreri, detto Fra’ Diavolo] al servizio del capo della polizia in Sicilia, l’ispettore Ettore Messana […] Quando i giudici del processo per Portella, a Viterbo, raccontano quali erano i rapporti tra il successore di Messana, Ciro Verdiani, e il capomafia Ignazio Miceli (con il quale incontra Salvatore Giuliano e insieme mangiano il panettone e bevono lo spumante portati da Verdiani) ricordano che tra le carte dell’ispettore ci sono sette mandati di cattura per il bandito. E invece di ammanettarlo, banchetta con lui e il capomafia. Tramite Verdiani anche il Procuratore generale della Corte d’appello di Palermo, Emanuele Pili [qualcuno ne avrà visto, nel ‘Salvatore Giuliano’ di Francesco Rosi, la controfigura, un uomo allampanato con un fazzoletto in testa per ripararsi dal sole, nella scena dei rilievi sul cadavere di Giuliano, ndr] incontrerà Giuliano in amichevole conversazione. Perché Verdiani e Pili, dopo avere incontrato Giuliano, hanno continuato a svolgere il loro ruolo? E sempre dagli atti del processo di Viterbo sappiamo che Pisciotta circolava con un lasciapassare chiesto da lui e con la firma di Scelba. Firma non autentica, falsificata dai carabinieri. I quali (parliamo del colonnello Luca e dei suoi più stretti collaboratori), prima di apporre quella firma falsa, avranno avuto il consenso del ministro. Questo è un fatto.

Già, il colonnello Luca. Sarà lui uno dei protagonisti della messinscena dell’eliminazione di Giuliano. Il bandito era oramai isolato, solo con Gaspare Pisciotta. I capimafia, che non tolleravano più la presenza del banditismo, ostacolo alle più sottili loro pratiche, lo avevano consegnato ai carabinieri indicandogli il luogo (Castelvetrano) e la casa in cui i due si nascondevano.

Perché Giuliano è stato ucciso mentre dormiva e non è stato catturato, ammanettato, incarcerato e poi processato come i suoi uomini? Dai carabinieri era stato orchestrato un finto conflitto, nel corso del quale il capitano Perenze avrebbe avuto la meglio uccidendolo (agli atti ufficiali c’è un falso rapporto dell’ufficiale, “Relazione del conflitto a fuoco del 5 luglio 1950 in Castelvetrano in cui fu ucciso il bandito Salvatore Giuliano”, quattro cartelle e mezzo di bugie incredibili). La sceneggiata serviva per dire che il colonnello Luca non voleva il cadavere di Giuliano ma che era stato costretto all’eliminazione del bandito che voleva fuggire. A sbugiardare la sceneggiata fu un bravo giornalista che notò come il sangue dalle ferite di Giuliano invece di scendere verso il terreno era…risalito contro ogni legge della fisica: era la prova che il bandito era stato eliminato, da Pisciotta, mentre dormiva, prono. Luca e Perenze, che sono stati promossi e decorati, hanno scelto di fare uccidere Giuliano o, come è evidente, hanno eseguito un compito affidato loro? Anche questo è un fatto.

Nel suo ragionamento, Macaluso vuole tener conto delle osservazioni di Mieli, e quindi

La domanda che inevitabilmente si pone è questa: il ministro degli Interni impegnato nelle nomine dei capi di polizia e carabinieri in Sicilia ignorava tutto ciò che anche dalla sentenza della Corte d’Assise di Viterbo era emerso? E il ministro di Grazia e Giustizia ignorava i comportamenti del procuratore generale di Palermo? De Gasperi, dopo l’uccisione di Giuliano e la liquidazione del banditismo, si recò al Viminale per congratularsi con Scelba. Quindi il governo nel suo complesso ritenne che quel che era stato fatto da organi dello Stato, in Sicilia, era giusto perché necessario. È su questa “necessità’” che insiste la mia riflessione.

E ancora:

Ho più volte scritto che l’uso consapevole e ripetuto della mafia come braccio dello Stato per la liquidazione del banditismo e altri servizi spiega il lungo rapporto non solo tra la Dc e la mafia (il ‘quieto vivere’ di cui parlava Andreotti), ma tra chi rappresenta lo Stato e la mafia. La magistratura si adeguò. È un fatto che non ci fu una sola condanna per le uccisioni di trentasei dirigenti sindacali. È un fatto che, dopo l’uccisione di Placido Rizzotto, a Corleone alla vigilia del ’48, fu arrestato un gruppo di mafiosi tra cui Luciano Liggio ma dopo l’uccisione di Giuliano i mafiosi assassini furono scarcerati in base alle dichiarazioni degli stessi ufficiali che li avevano accusati e incarcerati.

Al dunque, qual è stato, più in generale, il ruolo della politica nel nostro Paese? È l’interrogativo inquietante che pone anche Mieli e al quale non sfugge Macaluso che rivendica di non aver “mai parlato di ‘doppio Stato’”, e tuttavia c’è stata una contraddizione pesante: questo Paese ha subito violenze e stragi come nessun altro paese europeo, un fatto che chiama in causa anche chi ha governato non come complice ma come garante dello svolgimento della vicenda politica italiana.

Salvatore Giuliano e Gaspare Pisciotta

D’accordo, dice Macaluso, “sciogliere questa contraddizione oggi è opera per gli storici”. Ma discuterne è necessario per tutti coloro che in un modo o nell’altro hanno avuto un ruolo nella vita politica italiana. Da qui con la risposta a Paolo Mieli anche la richiesta

all’editore di titolare in forma interrogativa questo libretto proprio per contribuire a una discussione che possa dare una risposta, basata sui fatti e non propagandistica. Nel caso di Portella della Ginestra la mia risposta è affermativa: collocata nel tempo e nelle condizioni politiche di allora, fu una strage di Stato. Da allora, nella storia politica della Repubblica restano interrogativi inquietanti, che non si possono eludere, perché sono cruciali per la nostra democrazia.

Stragi, politica e ricerca della verità. Parla Macaluso ultima modifica: 2019-01-18T21:08:10+01:00 da GIORGIO FRASCA POLARA

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