La questione siriana. Ricordando padre Dall’Oglio

scritto da RICCARDO CRISTIANO

Ho deciso di scrivere questo mio contributo, cosa che non sono solito fare, perché voglio usare questa occasione* per cercare di parlarvi, ora che mi invitate in questo antico santuario, come se aveste invitato padre Paolo Dall’Oglio e lui non potendo rispettare l’impegno mi avesse detto, “vai tu”. Non avete potuto invitarlo, e avreste fatto molto meglio di quel che avete fatto invitando me, ma siccome è stato sequestrato nel 2013 e nessuno da allora ha più avuto sue notizie cercherò al meglio delle mie possibilità di parlarvi non certo come avrebbe fatto lui, ma quanto meno come io capisco ogni giorno che lui mi insegni a fare, aggiornando le mie percezioni grazie a quello che lui già anni fa aveva capito e poi mi ha aiutato a capire. Partirò però dal significato di questi incontri nella settimana per l’unità dei cristiani.

L’unità dei cristiani di cui ci ha parlato papa Francesco non è uniformante, non è quell’annessione dell’altro che non sarebbe unità, ma “reductio ad unum”. È un’unità che valorizza le diverse esperienze, quel poliedro di cui Francesco ha tanto parlato e che se perseguito davvero darebbe alla politica e agli stati un modello di riferimento per creare una vera globalizzazione, non un’uniformazione sferica, dove siamo tutti uguali come i punti di una sfera, ma poliedrica, cioè rispettosa delle diversità. È accaduto tante volte nella storia che le novità ecclesiali, come i capitoli degli ordini religiosi, fossero da indirizzo per la politica, che da quei capitoli ha tratto lezione per dar vita ai parlamenti. L’unità dei cristiani, mi ha detto padre Jacques Mourad, cofondatore con padre Paolo della Comunità di Mar Musa, ci richiede di concepire la Chiesa come un giardino, dove la diversità dei fiori ne aumenta la bellezza e la ricchezza senza con questo togliere che si tratti di un solo giardino.

Se riuscissimo a trasmettere questo alla comunità internazionale, casa poliedrica dell’umanità, sarebbe il risultato più bello. E pensando ai cristiani della Siria, del Libano, dell’Egitto, cioè agli arabi cristiani, vi chiedo; perché li chiamiamo “cristiani d’oriente”? Questa espressione elimina diversità, tradizioni, ecclesiologie, riti, liturgie, riducendo ad uno i copti, gli assiri, i caldei, i siri, i maroniti, i melchiti, gli ortodossi, gli armeni e tanti altri. Nel nome di cosa? Di un’ideologia, l’ideologia della “questione d’Oriente”.

Quando il mondo europeo cominciò a confrontarsi con la fine ormai imminente dell’impero ottomano emerse la questione d’Oriente, cioè del riassetto dei territori dell’impero ottomano. Cominciò allora una storia da cui non ci siamo ancora liberati, la storia dei cristiani vissuti e presentati come quinte colonne del colonialismo europeo. Questa storia è iscritta nel profondo di pagine tragiche, come ad esempio nel genocidio degli armeni. Come è stato possibile quel genocidio? Come è stato pensabile? La follia nazional-identitarista si era già presentata con tutta la sua potenza devastatrice quando i greci, una delle architravi della Istanbul ottomana, si separarono dall’impero portando in Grecia tutta la popolazione cristiano-ortodossa, una separazione che vide orrori e distruzioni da ambo le parti: chiese distrutte di là, moschee distrutte di qua. Quando l’impero boccheggiava i laici Giovani Turchi intesero gli armeni come quinte colonne dell’espansionismo russo in Anatolia. Avevano torto? No, non avevano completamente torto, c’era un uso degli armeni da parte dello zar proprio di questo tipo. E perché? Perché molti armeni erano fondamentalmente filo russi. E perché lo erano? Perché non si sentivano cittadini a pieno titolo nell’impero ottomano.

Quando non ci sentiamo cittadini perché dovremmo confermarci fedeli? A questa necessità di cittadinanza l’impero aveva risposto tardivamente con le riforme dette Tanzimat nella seconda metà dell’Ottocento, riforme che avevano al centro proprio lo statuto individuale e quindi la creazione della cittadinanza ottomana. Era un modo di europeizzarsi per resistere all’Europa. Ma la fine dell’impero era ormai imminente e la poca fiducia nel futuro non poteva che lasciare, più che la memoria di quella brevissima stagione subito interrotta, quella molto più lunga del passato imperiale, un passato secolare costruito sulla protezione: i cristiani, come gli ebrei, erano protetti dal Sultano, non erano cittadini alla stregua dei musulmani, ma i loro capi religiosi ne amministravano gli affari civili.

La sfiducia in un cambio di paradigma islamico, la piena parità dei sudditi che diventavano cittadini in base a una costituzione, era giustificata dal passato, che appariva però preferibile anche ai capi religiosi cristiani, che vi ritrovavano un potere sancito e un privilegio: “contiamo meno dei musulmani, ma più degli ebrei.”

La crisi dell’impero arrivò rapida, molto rapida, e l’idea dei Giovani Turchi fu molto semplice: l’unità dello stato richiede unità etnica e confessionale. Questa sarà la bugia fondante la Turchia di Atatürk. Lo stato turco non è mai stato dei turchi, neanche con il genocidio degli armeni, risposta scandalosa alla complessità. Atatürk, partecipe del massacro di Smirne, guardò beato il quartiere greco messo a fuoco, è stato dunque il padre di un nazionalismo orientale nato malato, profondamente malato. Un nazionalismo laico che si presenta al mondo con il genocidio degli armeni, consegnato alle mani esecutive dei contadini curdi nel nome della comune religione. Un nome poco significativo, visto che poi saranno i curdi a soffrirne le conseguenze, versando l’altro sangue richiesto da quella stessa follia nazionalista.

Questo non vuol dire che non vi sia discriminazione e vessazione dei cristiani da parte dei musulmani, vuol dire che le potenze europee presentando i cristiani come loro quinte colonne non hanno aiutato a farli sentire cittadini dei loro Paesi, anzi, hanno fatto il contrario.

A questo riguardo è molto importante l’esperienza libanese, perché Beirut è stata la perla della breve stagione delle riforme ottomane. Quella città araba, giovane e anomala essendo una città di mare, come solo Alessandria in quel mondo dove le città sorgono sulle vie carovaniere attraverso il deserto (Cairo, Baghdad, Aleppo, Damasco), essendo di mare non poteva che avere un’economia marittima e portuale. Quindi a Beirut non contava soltanto il commercio terrestre, interno, verso altri mercati musulmani, contava anche il mare e i suoi vascelli, in particolare dopo l’arrivo del vapore, quello che incrementò enormemente l’interscambio con i mercanti europei e cristiani.

I grandi mercanti di Beirut si divisero genialmente i compiti: i principali di loro appartenenti al mondo musulmano gestirono i commerci terrestri con l’interno islamico, i cristiani se la sarebbero vista con i mercanti europei e cristiani con i quali meglio si sarebbero capiti e rapportati. È anche per questo che dopo le riforme i notabili di tutte le comunità firmarono insieme una petizione alla Sublime Corte chiedendo di riconoscere Beirut capitale provinciale dell’impero, come altre grandi città. Quel titolo significava investimenti, non solo rango. Quella petizione firmata dal notabilato di ogni confessione presente in città è stata l’atto di nascita di un nuovo cosmopolitismo arabo, un cosmopolitismo interconfessionale, capace di fare di Beirut una città araba, mediterranea, europeizzata.

Proprio Beirut ha dato al mondo arabo un’altra novità importantissima da sottolineare guardando alla questione cristiana in particolare: la finestra. L’architettura, l’urbanistica araba conoscevano sostanzialmente la finestra interna alla casa, la finestra che dà sul chiostro interno. Quando il quartiere dove si trovavano le grandi imprese missionarie cristiane di Beirut, quella Hamra oggi definita il versante islamico della città, fu collegato al porto da arterie di grande portata, si edificò lungo quelle vie di collegamento con uno stile nuovo, l’illuminazione stradale a olio consentiva di avere affacci che davano sulla strada. Quel sistema di affaccio rivolto all’interno non conosceva solo l’idea dello sguardo fuori da sé, una socializzazione, ma anche l’idea più grande di guardare alle realtà circostanti, al di là del mare.

Questa novità riassume il senso della presenza degli arabi di religione cristiana nel mondo arabo a maggioranza musulmana: una finestra aperta sul mondo circostante. Questa idea deve avere affascinato Paolo, convinto come altri grandi pensatori cristiani che il ruolo degli arabi cristiani fosse quello di consentire a quel mondo una migliore conoscenza dell’altro. Non si scrive “Innamorato dell’islam, credente in Gesù” per ingraziarsi l’altro, ma per fargli conoscere e io direi capire meglio la ricchezza che l’altro ci porta, ci dà.

Qui, prima di proseguire nel nostro racconto storico, dolorosissimo e grave, consentitemi di soffermarmi proprio sull’importanza dell’altro per capire meglio noi stessi. Parlo di Gesù e l’Islam. Si dice molto spesso, in modo troppo approssimativo, che l’Islam riconosce Gesù come profeta, come gli altri profeti, ma non come figlio di Dio. Il Corano, nella sura dedicata a Maria, parla di Gesù come “parola di verità”, dice esattamente “questo è Gesù, figlio di Maria, parola di verità, del quale essi dubitano.” Altrove stabilisce un suggestivo paragone con Adamo. Nella terza sura infatti si legge: “Sì, riguardo a Dio, l’esempio di Gesù è come l’esempio di Adamo, che egli creò di polvere, e poi gli disse sii, ed egli fu.” Adamo è creato da Dio, e questo ci porta all’idea di “figlio”. L’idea di un Dio che genera è estranea all’Islam, ma nel pensiero giudaico cristiano questo titolo di figlio di Dio è chiaramente collegato alla consapevolezza che la Bibbia definisce Figlio di Dio il popolo d’Israele.

È la nostra tradizione ellenistico-cristiana che cambia il concetto di Figlio e non per caso troviamo nel cristianesimo antico orientale, quello che non si riconobbe nelle definizioni dei concilii di Calcedonia e di Nicea, una visione diversa di Gesù. Il vescovo Nestorio e il cristianesimo nestoriano, molto diffuso nell’oriente del tempo di Maometto, negava la duplice natura di Gesù, piuttosto vedeva nell’uomo Gesù una sorta di tabernacolo nel quale si manifestava il divino. Il nestorianesimo aveva portato il cristianesimo fino in Cina, era molto diffuso e fu perseguitato dai bizantini, dopo Efeso. Come tutti sapete l’impero bizantino venne soppiantato dall’impero ottomano; e i nestoriani? Perseguitati dai bizantini avversano anche il suo successore, l’impero ottomano, e islamizzati si riconoscono nell’impero che li difese, quello persiano: ecco chi sono oggi gli arabi non sunniti come erano gli ottomani, ma sciiti, come i persiani dopo l’islamizzazione. Siamo sicuri che in questo non ci sia una lezione per capire la storia di un’amicizia trasformata in inimicizia?

Parleremo di questa amicizia possibile, nonostante l’universalismo di entrambe le religioni lo renda difficile e per questo amicizia ancor più importante. Prima però torniamo ai cenni grossolani di storia del Levante che ci servono a parlare dell’oggi.

Quando si risolve la Questione d’Oriente, quella evocata dall’infelice espressione “Cristiani d’Oriente” e comincia l’epoca coloniale in Libano, in Iraq, in Egitto, in Siria e in tanti altri Paesi nasce quello noi chiamiamo Islam ufficiale. I nuovi governi, coloniali e colonialisti, hanno bisogno di un’autorità religiosa da loro nominata che sia a loro fedele.

Ecco che l’impresa coloniale nasce con i ranghi completissimi di mufti e qadi, cioè giudici islamici. Prima in alcune realtà tribali, ad esempio nel caso di Karak, nei territori oggi giordani, il ruolo di qadi, cioè di giudice islamico, era esercitato addirittura da cristiani in quanto cristiani erano sovente coloro che avevano studiato in quel mondo. Questo Islam ufficiale ovviamente si schierò a difesa del nuovo potere, per legittimarlo agli occhi di un’opinione pubblica che non lo accettava. Da allora l’Islam ufficiale non ha mai recuperato la sua credibilità e sappiamo quanto questo pesi ancora oggi soprattutto davanti alla diffusione di eresie come quella jihadista.

All’inizio del Novecento però emerse un’altra aberrazione, l’Arabia Saudita. Ci sarebbero libri da scrivere sul perché sia un’aberrazione: per brevità definiamo almeno i soggetti, civile e religioso, che sono alla base di questa aberrazione.

Il primo è una tribù, la tribù dei Saud, che alla stregua di altre tribù viveva quei territori, ne controllava parte, era meno importante di altre, come gli Hashemiti, discendenti del Profeta, e i Rashid. Mettendosi d’accordo con una setta islamica eretica e combattuta con vere e proprie guerre dal sultano ottomano, i wahhabiti, crearono un blocco politico militare che conquistò la penisola arabica con feroci massacri di massa, imponendo la visione di Islam combattuta dal sultano e cara a questi wahhabiti, seguaci di un locale di nome Abdel Wahhab. Guidato dal più rigido puritanesimo e integralismo è il fanatismo wahhabita che impedisce a chi vada pellegrino a La Mecca di vedere se non fugacemente e attraverso una stretta fessura il sarcofago del profeta Maometto, perché la venerazione è riservata a Dio.

Questo Islam primitivo e rozzo, che impedisce alle donne di guidare sebbene la moglie di Maometto cavalcasse da sola il cammello, è immersa nella tradizione patriarcale, maschilista e rigorista del mondo beduino. Un mondo tribale, che l’universalismo islamico è venuto a cancellare per definizione. Nel corso di decenni i Saud hanno speso cento miliardi di dollari per propagandare questa eresia islamica al fine di legittimare il loro potere sul mondo dei musulmani. Vittoriosi grazie al sostegno di agenti britannici, per calcoli geopolitici attenti a quell’area già allora ritenuta strategica, i sauditi sono stati legittimati da Roosevelt subito dopo il vertice di Yalta, divenendo l’alleato di ferro degli Stati Uniti nella regione. La guerra fredda ha consegnato all’Unione Sovietica i loro avversari, in particolare la Siria dove prese il potere il partito Baath.

La storia dei governi ufficialmente laici di Egitto, Iraq e Siria, è una storia inversamente drammatica. Ben presto quei Paesi, dove i campus universitari erano in mano a giovani marxisti, si sono ritrovati sotto regimi golpisti: Nasser, Assad e Saddam Hussein hanno conquistato il potere con golpe militari, ma soprattutto hanno tradito la promesse di distribuire i dividendi della decolonizzazione con il popolo: quei dividendi sono stati redistribuiti tra loro e i loro accoliti.

Questo si può dire certamente per i regimi clanici, corrotti e liberticidi di Assad e Saddam, non per Nasser, persona integerrima ma il cui slogan “nessuno voce si levi sopra la voce della battaglia” ha segnato l’inizio di un dispotismo laico che nel nome della guerra a Israele ha ucciso ogni libertà di pensiero e di espressione. Così la guerra fredda araba ha contrapposto due blocchi: le petromonarchie portatrici di una visione intollerante e liberticida dell’Islam e le giunte militari portatrici di una visione liberticida della laicità e fondate sulla cleptocrazia tribale.

Basta guardarle da vicino per rendersi conto che sono il tribalismo e la cleptocrazia il fondamento del loro sistema di potere. I guasti causati da questa realtà sono stati enormi. Il rispetto dei diritti umani nella breve epoca di mezzo, quella tra il tramonto dell’epoca coloniale e l’inizio della stagione golpista, non era paragonabile a quello odierno. Al tempo non destava sorpresa che un cristiano divenisse primo ministro della Siria, che per le strade del Cairo ci fossero vigilesse con il foulard, ma annodato al collo come può essere nelle divise degli scout, tanto è vero che la divisa a quel tempo prevedeva la gonna al ginocchio.

Cosa è successo? È successo che le grandi masse urbanizzate e scolarizzate si sono sentite tradite dalla mancata divisione dei dividendi della decolonizzazione e Sayyd Qutb, il padre del radicalismo islamico ucciso da Nasser nelle prigioni egiziane, ha convinto le masse con il suo tragico slogan: la giustizia sociale, la redistribuzione delle risorse, arriverà con la sharia! Qui è nato un Islam teocratico, sovversivo e intriso di odio, quello che Qutb aveva maturato nel suo soggiorno universitario americano e che poi è divenuto la base di un’altra eresia, il khomeinismo. È il khomeinismo, oltretutto, che introduce la figura dell’attentatore suicida, sconosciuta all’Islam che condanna il suicidio senza mezze misure. Tant’è vero che all’inizio si ricorreva al termine kamikaze.

Si parla tanto di conflitto tra sunniti e sciiti, cioè tra le due anime islamiche divise dai tempi dei primi califfi, quando i discendenti del califfo Ali furono sterminati dal capostipite della prima dinastia omayyade: i fedeli ad Ali sono gli sciiti, i fedeli al suo nemico sono i sunniti. Ma che il sunnita Qutb abbia ispirato lo sciita Khomeini nella sua visione sovversiva e teocratica tesa all’esportazione della rivoluzione per conquistare l’Islam e ricostruire l’impero persiano, pochi lo dicono.

Lo scontro tra i religiosi eretici che sostengono il puritanesimo di Riyadh, questa monarchia miliardaria che vive di rendita e che ha bisogno di legittimità religiosa presentandosi come guardiana dei luoghi santi dell’islam, e i religiosi eretici che sostengono il regime teocratico iraniano, che vuole conquistare l’Islam sanando una ferita di più di un millennio fa, quando gli arabi musulmani conquistarono la Persia e loro oggi vogliono vendicare persianizzando l’Islam, non ha nulla di islamico.

L’Islam potrebbe essere capito come la religione che crede in tutte le religioni se tornassimo alle carte e quindi archiviassimo una teologia ferma a secoli fa e aprissimo a nuove esegesi coraniche, al grande Abdul Ghaffar, il braccio destro di Ghandi, apostolo della non-violenza amato dai suoi musulmani del nord dell’India. Ma la storia della guerra fredda mediorientale ha cancellato Abdul Ghaffar a vantaggio di tutt’altro. I guasti causati dall’imperialismo americano e dal suo patto di ferro con i sauditi sono noti e ripetuti ancora oggi da tanti, ma i guasti causati dall’imperialismo sovietico no, è come se per certi osservatori Mosca avesse sempre ragione anche quando l’Unione Sovietica non esiste più da un bel pezzo. È tra queste eresie, l’eresia wahhabita, l’eresia khomeinista e l’eresia laico-golpista, in verità una sorta di fascismo filo-sovietico, che va impostato il nostro ragionamento sui cristiani.

Quando nel 1982 padre Paolo Dall’Oglio arrivava in Siria, dopo aver studiato in Libano, si consumavano due tragedie dalla storia molto diversa. Una che tutti conoscono almeno per nome, è la tragedia del massacro dei profughi palestinesi ammassati nel campo di Sabra e Shatila, alle porte di Beirut. L’altra è il massacro di Hama. Per due giorni a Sabra e Shatila i profughi palestinesi vennero ammazzati nell’inazione dell’esercito israeliano che presidiava la zona. Questo è il fatto noto. Meno noto, ma ancor più raccapricciante è che a compiere quel massacro furono miliziani falangisti, cioè cristiani, guidati da quel Elie Hobeika che dopo la fine della guerra, nel 1991, sarà imposto dalla Siria di Hafez al Assad, che ha assunto una sorta di protettorato sul Libano, quale ministro di Stato, competente addirittura per i rifugiati interni.

L’altro massacro, meno noto ma certamente non meno orrendo, ha luogo nella città siriana di Hama. Qui l’esercito siriano per porre termine all’insurrezione dei Fratelli Musulmani, uno dei principali prodotti di quell’Islam politico di cui abbiamo parlato accennando alla mancata distribuzione dei dividendi della decolonizzazione, decise di minare le mura della vecchia città, determinando un crollo che ha causato la morte di intere famiglie, la polverizzazione dell’intero rione, la scomparsa di un numero mai precisato di persone ma stimato tra le venti e le cinquantamila.

Qui padre Paolo si è installato riaprendo un vecchio monastero abbandonato, fondando una comunità dedita all’amicizia islamo-cristiana. Quanto la sua determinazione fosse importante lo capiamo oggi, ma i fatti di quell’anno più che in lui un profeta ci indicano in noi dei ciechi. Possibile non capire, non cogliere il portato devastante di due eventi così vicini nel tempo e nello spazio, che anche se non collegati tra loro vedono il protagonismo di un medesimo soggetto, Hafez al Assad? Fu lui, Hafez al Assad, a ordinare un altro massacro di palestinesi all’inizio della guerra civile libanese, quello di Tel al Zataar.

L’impegno di Paolo però non ha precorso il popolo, lo ha seguito, non ha anticipato l’insurrezione contro il regime, ma ha cercato di trasferire tra le persone ordinarie, comuni, quel dialogo che Damasco ha sempre voluto circoscritto, rinchiuso nelle ovattate stanze degli arcivescovadi e del potere politico. Il dialogo damasceno è solo tra capi, come e più che ai tempi del Sultano. Quello di Paolo è stato un dialogo tra la gente ordinaria, tra i siriani in carne ed ossa, non per procurare a qualcuno privilegi o prebende, ma per costruire dal basso il vivere insieme.

Paolo ha sempre saputo che il sistema della protezione è la base della convivenza islamo-cristiana in quelle terre, una protezione che da secoli ha fatto dei cristiani dei cittadini di serie b, che possono regolarsi secondo le loro leggi civili, ma non possono moltissimo altro.

Cito una frase di un ufficiale di Assad nel 2011 a un manifestante cristiano: “cosa volete? Le vostre campane suonano, le vostre donne circolano mezze nude!” Questa è stata ed è la protezione offerta ai cristiani.

Paolo invece ha avviato un lavoro duro e faticoso per costruire la comune cittadinanza, convinto che la vera protezione venga dal buon vicinato, come a suo avviso testimoniano i monasteri cristiani in terra d’Islam. È nata così la comunità monastica di Deir Mar Musa al Habashi, dal nome del vecchio monastero, Mar Musa al Habashi cioè San Mosé l’Abissino, dove creò la tenda di Abramo, un ampio spazio coperto da una tenda dove far fraternizzare da figli di Abramo cristiani e musulmani. Gli ebrei purtroppo erano già stati espulsi dalla Siria dalla giunta golpista di Assad in quegli anni e quindi la comunità si è dedicata espressamente e completamente al dialogo islamo-cristiano.

È solo un monastero, nel deserto del Qalamoun, a una trentina di chilometri da Damasco, ma ben presto è diventato tappa di un pellegrinaggio mondiale che vede tanti europei, orientali, credenti, non credenti, fotografi, hippy, spostati, disorientati, mistici, agnostici, giovani, anziani, pastori, donne del posto, ragazzi che non frequentano le scuole, studenti europei, suore, registi, poeti, imam, abbandonati, esclusi, curiosi, raggiungere Paolo e i suoi monaci, per riscoprire se stessi, capire l’altro, pregare, pensare, insomma per vivere insieme. Mar Musa diventa così un santuario del vivere insieme nel tempo della teorizzazione dello scontro della civiltà. Qui il dialogo interreligioso è dialogo religioso, che ognuno fa cioè davanti a Dio, non in nome e per conto di un esercito compatto, chiuso, impenetrabile.

È esattamente l’opposto della famosa Benedict Option di cui tanto si parla, per la quale i cristiani davanti al secolarismo scristianizzante dovrebbero quasi ritirarsi e rinchiudersi nuovamente nei loro monasteri e lì far rinascere la loro fede, la loro società. Paolo conosce troppo bene l’atto di nascita del cristianesimo nella terra dove è stato coniato il termine “cristiano”, la Siria.

Si tratta della famosissima Lettera a Diogneto, un documento fortunosamente rinvenuto e risalente al II secolo, dove sin dall’inizio il mistero cristiano viene definito così:

I cristiani né per regione, né per voce, né per costumi sono da distinguere dagli altri uomini. Infatti, non abitano città proprie, né usano un gergo che si differenzia, né conducono un genere di vita speciale. La loro dottrina non è nella scoperta del pensiero di uomini multiformi, né essi aderiscono ad una corrente filosofica umana, come fanno gli altri. Vivendo in città greche e barbare, come a ciascuno è capitato, e adeguandosi ai costumi del luogo nel vestito, nel cibo e nel resto, testimoniano un metodo di vita sociale mirabile e indubbiamente paradossale. Vivono nella loro patria, ma come forestieri; partecipano a tutto come cittadini e da tutto sono distaccati come stranieri. Ogni patria straniera è patria loro, e ogni patria è straniera.

Questo spirito cristiano incentrato sul vivere insieme deve fare i conti con l’esclusione se non con la segregazione, anche in Siria gli episodi storici di guerra e persecuzione religiosa sono stati gravi. Le persecuzioni sono state davvero tali e negarlo in nome di una ideologia del dialogo o del reciproco rispetto sarebbe da irresponsabili, o forse da suicidi, perché nulla di buono può essere costruito sulla negazione della verità fattuale, storica. Ovviamente il problema della narrazione riguarda tutti.

Partendo dai gravissimi scontri confessionali del Monte Libano della seconda metà dell’Ottocento, in particolare quelli del 1860, la persecuzione dei cristiani ad Aleppo può essere definitiva un’avvisaglia dell’imminente futuro. Infatti ad Aleppo il tremendo massacro del 1850 vide l’incendio di chiese, di sedi diocesane e di case di cristiani.

Ma come è inammissibile negare che questa sia stata una persecuzione, è anche sbagliato vederla fuori dal contesto: quei tragici fatti non dovrebbero cancellare dalla nostra narrativa il periodo di buon governo di Ibrahim Pasha, come anche gli importanti episodi di solidarietà e amicizia proprio in quei tragici giorni da parte di musulmani. Nella nostra narrativa non ci sono riferimenti a nomi, gruppi, famiglie che hanno offerto difesa, aiuto, ospitalità ai perseguitati, e si può dire che quella difesa sia stata eroica, visto che di mezzo c’erano vite umane e pericoli. Se non si ricorda anche questo si arriva a quella che io chiamo una memoria selettiva, che coinvolge anche un altro episodio molto importante nella storia aleppina, la Domenica Nera del 1936: fu un trauma, anche perché la memoria del 1850 era viva nella comunità, ma successivamente si appurò che la battaglia del mercato di quella domenica fu avviata da una milizia cristiana armata di ispirazione fascista, nota come Emblema Bianco. Quando quella milizia venne disciolta si appurò che aveva rapporti con diversi servizi segreti, in particolare francesi, e il mandato francese al tempo avrà fatto i suoi calcoli.

Quando il regime degli Assad si è installato con un golpe al potere la sua politica comunitarista è stata da subito chiara: essendo Assad espressione della piccola minoranza alawita, per conservare il potere nelle mani di alcuni clan alawiti associati da vincoli di parentela alla sua famiglia ha ritenuto importante cooptare settori di borghesia sunnita e rapportarsi in termini di alleanza con le altre minoranze, segnatamente i cristiani. Nei loro confronti il popolino sunnita, i paria della Siria, svolgono la funzione di “memento”: siete trattati bene, perché siete trattati meglio di loro. Un altro passo importante è la fedeltà delle gerarchie: questo è un passaggio cruciale nella logica della protezione e in Siria il regime arrivò a promuovere un controsinodo per cambiare scelte che non garantivano la fedeltà ecclesiale. Il terzo meccanismo cruciale per la salvaguardia del potere è stata la fittissima rete di servizi segreti, tutti in competizione tra di loro e fedeli e direttamente dipendenti esclusivamente dal presidente.

Questa decina di corpi speciali, con licenza di uccidere e di far sparire, è stata studiata da un ospite della Siria degli Assad del quale non si parla abbastanza, Alois Brunner, il gerarca nazista e strettissimo collaboratore di Adolf Eichmann, che ha svolto le funzioni di consulente e consigliere di Hafez al Assad.

Questi tre punti non possono essere separati tra di loro, per capire quel che è successo quando il popolo siriano ha ritenuto impossibile non ribellarsi e molti cristiani parteciparono a quella rivolta pacifica e nonviolenta, una rivolta che dava alle donne un ruolo impensabile in società arretrate e rurali, visto che la rivolta ha avuto il suo epicentro non a Damasco e Aleppo, ma nella Siria rurale e nelle sue cittadine.

In questa Siria rurale le stesse donne protagoniste della rivolta pacifica e non violenta hanno pagato un prezzo altissimo; sovente stuprate in carcere, hanno poi patito il ripudio. Ma le ragioni plurime di quella rivolta non possono qui essere spiegate tutte, va però ricordato il peso dell’iperliberismo economico introdotto da Bashar al-Assad, che trasformò la siccità del 2009/2010 in un’ulteriore fonte di arricchimento per i circoli affaristici associati al presidente.

Nulla di sorprendente in un Paese dove la rendita petrolifera non è iscritta nel bilancio dello Stato, dove sovvertendo il rigido statalismo del sistema di Hafez al Assad si sono aperte le porte a dodici banche private tutte legate allo stesso proprietario, l’imprenditore imparentato con il presidente Rami Maklouf, lo stesso che controlla l’unica compagnia di telefonia mobile e tantissimo altro, tanto da risultare più ricco del più famoso magnate saudita, il principe Bin Talal.

Ma anche le drammatiche condizioni economiche e la presunzione di ogni libera espressione che non fosse osannante il regime non avrebbero consentito alla popolazione di ribellarsi se non fossero entrati in gioco due fattori imponderabili: l’empatia e i bambini.

Accadde infatti che le rivoluzioni arabe, contro regimi filo-occidentali quali i regimi di Tunisia ed Egitto, parlavano in arabo. E come tutti i siriani anche i bambini di Daraa, cittadina del sud, sentivano empatia con quei rivoltosi pacifici che dicevano “il popolo vuole la caduta del regime”. Una decina di loro osarono scrivere quello slogan (asshab yurid isqat an-nizam) sul muro della loro scuola. Avevano meno di dieci anni, frequentavano le elementari, ma vennero ugualmente prelevati dalle loro case dagli uomini delle squadre speciali. Orrendamente mutilati, le unghie strappate, i loro corpi vennero riconsegnati dopo settimane alle famiglie.

Non riferirò le dichiarazioni apparse sui giornali relative a quel che avevano patito, mi limiterò a dire che quel trattamento, quei corpi di bambini misero la Siria in fiamme. Uniamo a questo episodio altri incredibili episodi che hanno segnato questa guerra: il massacro chimico della Ghouta, con 1500 morti, moltissimi dei quali bambini. Recentemente l’Onu ha stabilito che le sostanze chimiche lì impiegate risultano compatibili con quelle in possesso dell’esercito siriano. Poi l’assedio del campo profughi di Yarmouk, con la popolazione costretta a nutrirsi di bacche, come in numerose altre località, il bombardamento di Douma con il fosforo bianco, poi gli ordigni rudimentali, i famigerati barili bomba, barili ripieni di detriti e polvere esplosiva lanciati sui centri abitati. La distruzione di due terzi del sistema sanitario siriano. Infine la concentrazione di tre milioni di sfollati, tutti sunniti, nell’estremo nord della Siria, a Idlib.

Su tutto questo si è sentita fermissima una sola voce, quella di papa Francesco. Papa Francesco è stato l’unico leader mondiale a intervenire per Idlib, chiedendo che quello che oggi si torna a temere e che allora sembrava imminente, l’ingresso dell’esercito siriano a Idlib con il rischio di una carneficina tra quei tre milioni di sfollati, fosse scongiurato. Papa Francesco ha anche chiesto di fermare l’operazione che ha devastato Aleppo est. Papa Francesco ha scritto ad Assad parlando di ferma condanna di ogni terrorismo! Nessun altro ha fatto per i siriani quel che ha fatto papa Francesco, ricordando sempre nei suoi appelli e nei suoi discorsi la sofferenza di tutti i siriani. Una parola di conforto, di vicinanza, di dolore per queste vittime dai numerosi patriarchi presenti in Siria io non l’ho sentita. Il loro silenzio sul lunghissimo bombardamento di Douma è stato rotto solo quando gli Stati Uniti, emersa l’accusa di uso di armi chimiche, hanno colpito, dopo aver avvertito i russi, una centrale disabitata. Parlarono di aggressione.

Dovremmo ora parlare dell’altra violenza, quella jihadista, che ha devastato la Siria con pari ferocia. Non parlo dell’Isis, questo è un capitolo enorme che richiederebbe un discorso di ore, un’aberrazione nata dopo l’invasione del 2003 e favorita da Assad che fece affluire numerosi jihadisti per inviarli in Iraq e impantanare lì i marines americani nel timore di essere il loro obiettivo successivo se avessero controllato l’Iraq.

Se la comprendiamo così allora capiamo che lo sforzo di padre Paolo per salvare la Siria è stato uno sforzo sovrumano e il suo destino, espulso da Assad e sequestrato dall’Isis, è il destino del popolo siriano: milioni di siriani sono stati espulsi da Assad e sequestrati dall’Isis che ha compiuto il paradossale miracolo di far apparire legittima al mondo la violazione dei loro diritti da parte di un tiranno che ha commesso i più deprecabili crimini contro l’umanità.

Ma l’altra violenza, disumana e accanita soprattutto contro i leader del movimento nonviolento, c’è stata e va raccontata anche perché alcuni di questi gruppi sono addirittura stati legittimati dai negoziati internazionali. Un comandante di questi jihadisti, il signor Halloush, è parente diretto di quell’Halloush ospitato per anni in Turchia e poi negoziatore a Damasco. È stato lui a ordinare il sequestro della più nota attivista per i diritti umani, la signora Razan Zaituneh, catturata nel 2013 a Douma mentre documentava niente di meno che le responsabilità dell’esercito siriano nel massacro chimico.

Costui ha avuto l’ardire di dichiarare che si dava risalto al suo sequestro, in un’area controllata dalla sua milizia di jihadisti indistinguibili da terroristi, ma non si dava risalto alle sofferenze delle donne musulmane annichilite da Assad. E chi erano le donne, le bambine uccise a Douma e per le quali a differenza di lui dava notizie Razan Zaituneh? Entrare in questa colonna infame vuol dire entrare in quelli che sono stati i prodotti voluti e ricercati consapevolmente da Arabia Saudita, Qatar e altri.

Questa galassia di gruppi armati si è impossessata della rivoluzione non violenta siriana per abbattere Assad non più nel nome della libertà e della dignità umana, ma nel nome degli interessi politici dei loro padrini e padroni; e anche per sopprimere la rivoluzione non violenta e pacifica, che essendo a larga maggioranza sunnita poteva contagiare le popolazioni di quei paesi. La stabilità delle petromonarchie reazionarie e costruite su un Islam retrogrado e oscurantista poteva andare in crisi se quel movimento di giovani libertari e nonviolenti fosse durato, avesse avuto successo.

Anche in quel caso, come in Siria con i tunisini, ci sarebbe stata empatia, anche in quelle monarchie sarebbe potuto arrivare lo slogan “il popolo vuole la caduta del regime”. Nelle scuole, nei campus, tra le donne, queste movimento avrebbe potuto minare da dentro regimi cleptocratici, che nonostante una rendita incredibile non hanno costruito un’industria nel corso di decenni, una che sia una, neanche nel campo dei derivati del petrolio.

La negazione della presenza dei cristiani nel movimento siriano è stata una menzogna, certamente, e i nomi dei martiri andrebbero ricordati uno per uno per testimoniare come ne facessero parte. Ma è vero che molti non ci hanno creduto, hanno temuto, hanno ritenuto non credibile che le cose potessero andare bene. Questa diffidenza, questa paura è comprensibile quando è in buona fede. Ma va affrontata. Padre Paolo lo ha fatto, dicendo nel 2013:

Se i cristiani sostengono il regime [di Assad] perché hanno paura dell’islamismo lasceranno in massa il paese. È quello che è successo in Iraq, è quello che accadrà in Siria e se non si trova una soluzione è quello che si verificherà anche in Libano. I cristiani del Medio Oriente non sanno più perché Dio li abbia mandati a vivere con i musulmani. Quando uno non trova più una risposta a questo, allora uno parte, lascia il paese. La loro deve essere una risposta spirituale, non soltanto sociale o economica.

Questa affermazione importantissima è cruciale per loro, che non dobbiamo giudicare se non per le scelte delle gerarchie, sempre giudicabili. I cristiani vanno capiti, ma anche aiutati. E aiutarli vuol dire aiutarli a costruire quella cittadinanza a cui la logica della protezione li sottrae, insieme all’integralismo musulmano. Sono due facce della stessa medaglia. Infatti noi non possiamo non vedere, rapportandoci al discorso pubblico diffuso oggi in Europa, che i populisti ci sono anche nel mondo arabo-islamico. E chi sono? Sono quelli che non vogliono l’altro, non lo riconoscono come concittadino, non soltanto con la violenza, ma anche con scelte politiche, come dichiarare la sharia fonte primaria del diritto in un Paese.

Vengo ora al vostro tema, scelto citando il Deuteronomio: “cercate di essere veramente giusti”. Il silenzio complice delle diplomazie mondiali su quanto è accaduto in Siria in questi anni tremendi (ormai si è cessato di contare i morti, fissando in un numero simbolico e certamente ormai approssimato per largo difetto a 500mila) ci impone di interrogarci prima che di interrogare.

Interroghiamoci su questa tragedia, questo genocidio consumatosi nell’indifferenza del mondo lungo un arco di tempo superiore a quello della Prima e della Seconda Guerra Mondiale messe insieme. Sarebbe stato possibile senza l’inazione, l’ignavia della comunità internazionale che 49 persone restassero per venti giorni in mare senza un porto sicuro dove sbarcare, in attesa che 27 stati decidessero come ripartirseli? Se fossero stati 54 avrebbe significato due per Stato, ma erano di meno…

Non è doloroso che anche in un caso come questo si sia reso necessario un appello di papa Francesco, da lui stesso definito accorato, perché due giorni dopo si trovasse un accordo che, però, ancora non ha condotto in Italia quella decina di profughi che la chiesa valdese ha deciso di ospitare a sue spese? Non vediamo qui una piccola traccia di quell’unità dei cristiani che non può essere più prioritariamente una disputa cristologica tra teologi o sulla dottrina della giustificazione, ma un ecumenismo della vita, dell’impegno per l’uomo, per lo sviluppo integrale dell’uomo, di ogni uomo, di cui oggi avvertiamo un disperato bisogno, come un disperso nel deserto avverte bisogno di acqua fresca, pena il morire.

Per non morire, il cristianesimo nel Levante, in quella parte di mondo così travagliata e lacerata da ferite mostruose, ha la strada che gli ha indicato con trent’anni di vita padre Dall’Oglio, come Tehilard de Chardin e il beato Pierre Clavery, vescovo di Orano: quello di essere Chiesa in uscita. Quando la incontrava in Turchia, racconta la cristiana siriana Hind Aboud Kabawat, Paolo amava ripeterle:

non possiamo starcene seduti a casa a fare le nostre lezioni. Dobbiamo andare incontro alla gente. Perché questo è il significato di libertà e democrazia, dalla gente alla gente. Questo è esattamente ciò che vuole e ciò che faceva Gesù. Non se n’è rimasto seduto a casa sua.

Della passione di padre Paolo per Tahilard de Chardin si è scritto molto, ma la profonda sintonia con il beato Pierre Clavery andrebbe esplorata.

Scriveva Clavery:

Non eravamo razzisti, soltanto indifferenti, ignoravamo la maggioranza degli abitanti di questo paese […] Ho potuto vivere ventotto anni in quella che io adesso chiamo una “bolla coloniale”, senza neanche vedere gli altri.

Queste parole esprimevano il profondo senso umano e cristiano di un uomo ormai maturo, che riconosceva lo sforzo che ha dovuto fare per convertire la mentalità colonialista in cui visse la sua giovinezza.

Mi sono chiesto perché, durante tutta la mia infanzia, essendo cristiano – non più di certi altri –, frequentando le chiese – come certi altri –, ascoltando dei discorsi sull’amore del prossimo, mai ho sentito dire che l’Arabo fosse il mio prossimo,

si lamenta quando ormai ha saputo fare “il grande passo verso l’altro”.

Quanto di questa visione c’è in Dall’Oglio, convinto che il cristianesimo o è religione in movimento o non è cristianesimo. Movimento che segue i tempi, che fanno quel che devono fare, cambiano. Ma movimento anche verso l’altro. In questo la sua visione cristiana diveniva profezia politica e l’enorme colpa politico-culturale di tanta parte della gerarchia ecclesiale siriana è quella di non aver capito la visionarietà del suo avvertimento:

l’unità nazionale che abbiamo avuto era imposta dall’alto, dal partito Baath, come nello stato napoleonico. Questo è il passato, che non funziona più: ora vogliamo un’unità che parta dal basso, dalla volontà dei cittadini, e quindi foriera di buoni rapporti con tutti i nostri vicini.

Non è questo quello che vediamo oggi in tutto il marasma del Medio Oriente? Non sentiamo che l’unità calata dall’alto non regge più? I fallimenti che sono seguiti al 2011 non derivano dalla morte di una politica che sapesse rispondere a questa innegabile verità? Guardiamo alla Tunisia, guardiamo all’Iraq, guardiamo all’Egitto: la persistente sfida terrorista non è forse un tragico prodotto di Stati che si ostinano a calare dall’alto l’unità di nazioni che non danno cittadinanza, non coinvolgono, non creano una umma, cioè una comunità, che non sia araba, non sia islamica, ma sia comunità di persone che scelgono di vivere insieme in un determinato spazio geografico? Questo Stato calato dall’alto vuol dire sopraffazione, detenzioni arbitrarie, corruzione, persecuzione di ogni dissenso.

Il ruolo dei cristiani è facilitare la consapevolezza che il mondo islamico, il mondo arabo hanno bisogno di cittadini: l’unica risposta alla fame di dignità capace di rifondare una politica araba morta, uccisa dal dispotismo cinico e spietato delle leadership, religiose o militari. Il mondo arabo è in una condizione che forse neanche ai tempi delle invasioni dei mongoli ha conosciuto. È un disastro umano nel quale c’è solo sopraffazione, vendetta, violazione. Panarabismo e panislamismo sono ormai sinonimi di tradimento dell’uomo. Solo la cittadinanza, una cocciuta testimonianza di impegno per la ricostruzione dell’uomo arabo, della sua dignità di persona può trasformare questo disastro paragonabile a un’epidemia di peste, curarlo. Yemen, Egitto, Siria, Iraq, Somalia, Sudan, Libia: sono alcuni dei catastrofici eventi globali dell’epoca moderna, e tutti avvengono contemporaneamente. Come si può pensare la presenza cristiana in queste terre avvolte da un diluvio di bombe, di sangue e di orrore senza pari al mondo se non guardando, sanando, cercando di restituire dignità alle vittime, a tutte le vittime?

Il mondo arabo, cioè la politica araba, ha abbandonato gli arabi; in Siria ci sono tutti gli eserciti più potenti del mondo, i siriani invece sono sparsi come granelli di sabbia da un vento bollente in tutti gli angoli del mondo. Così i siriani divengono il cuore di una tragedia globale, dove chi fugge cerca di sovvertire la tendenza globale a trasformare lo Stato in un club per pochi, dotato di una violenza senza limiti.

Noi oggi abbiamo davanti a noi abbiamo una sfida che potrebbe essere una grande occasione: un tempo la missione portava i missionari cristiani in terre lontane, e l’Islam appariva il nemico da sconfiggere. Oggi i musulmani corrono da noi europei per salvarsi. Salvarli, accoglierli, integrarli significherebbe rievangelizzare l’Europa e farne musulmani nuovi, pronti a scrivere, magari, “innamorati del cristianesimo, credenti in Maometto”. Dico Maometto e non Allah perché quello di Allah è il nome di Dio anche per gli arabi cristiani.

*Questa sera, 22 gennaio, alle 21, RICCARDO CRISTIANO interverrà sulla Siria, al Santuario della Beata Vergine del Rosario di Vimercate (Monza), nel contesto delle iniziative della settimana per l’unità dei cristiani. Questo è il testo del suo intervento.

La questione siriana. Ricordando padre Dall’Oglio ultima modifica: 2019-01-22T17:36:05+02:00 da RICCARDO CRISTIANO

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