L’Europa al bivio, il sindacato pure. Parla Andreas Bieler

“Le varie sigle si sono rese conto che per continuare a contare serve un’agenda più ampia e per questo hanno cominciato a occuparsi di questioni come acqua o democrazia energetica”, sostiene il professore di politica economica.
scritto da MATTEO ANGELI

A partire dagli anni Ottanta, i diritti dei lavoratori in Europa hanno subito tagli pesanti, soprattutto per quanto riguarda la contrattazione collettiva e il coinvolgimento dei sindacati nelle decisioni del governo. Il Pil ha continuato a crescere, ma la distribuzione della ricchezza è stata così squilibrata che molte persone hanno visto peggiorare la loro situazione. Esiste un’alternativa in grado di garantire una maggiore giustizia sociale?

Ne abbiamo parlato con Andreas Bieler, professore di politica economica presso il Centro per lo studio della giustizia sociale e globale dell’Università di Nottingham. È l’autore di diversi libri e pubblicazioni scientifiche, come Global Capitalism, Global War, Global Crisis (scritto con Adam David Morton) (Cambridge University Press 2018) e The Struggle for a Social Europe: Trade unions and EMU in times of global restructuring (Manchester University Press 2006).

Andreas Bieler

Professor Bieler, lei ha scritto in più occasioni che il progetto di integrazione europea ha comportato una ristrutturazione dell’organizzazione della produzione nel continente. Chi sono i vincitori e chi sono gli sconfitti di questo processo?
Questo processo fa parte della ristrutturazione imposta dalla globalizzazione. Soprattutto a partire dagli anni Ottanta, in Europa come nel resto del mondo, la produzione ha subito una transnazionalizzazione crescente. Questo ha comportato lo sviluppo di quella che alcuni definiscono come “classe capitalista transnazionale”, che è diventata un soggetto sempre più importante e che ha sostenuto il passaggio a politiche economiche neoliberiste.

La tesi principale dietro a queste politiche è che liberando le forze del mercato, lasciandole muoversi liberamente, tutti, prima o poi, potranno beneficiare di un effetto “sgocciolamento” (secondo cui i benefici concessi alle classi più abbienti favoriscono l’intera società e “sgocciolano” anche sui più poveri, ndr). Le conseguenze di questa ristrutturazione sono state il taglio dei diritti dei sindacati in tutta Europa, soprattutto per quanto riguarda la contrattazione collettiva e il coinvolgimento dei sindacati nei processi decisionali del governo, e i tagli ai diritti dei lavoratori.

Di conseguenza, in Europa la flessibilizzazione del mercato del lavoro e le diseguaglianze sono aumentate in maniera esponenziale. Anche quando l’economia va bene, questo tipo di precariato crea lavoratori che non possono contare sulla stabilità di cui beneficia chi invece ha un lavoro regolare. In tempi di crisi, questo problema aumenta semplicemente di dimensioni.

In tal senso, oggi tutti guardano alla Germania come a un’economia di successo, ma, in realtà, l’aumento dei contratti precari in Germania è tra i più alti in tutta Europa. Ci sarà pure una qualche crescita del Pil, ma la distribuzione della ricchezza è così squilibrata che molte persone hanno visto peggiorare la loro situazione.

A proposito di politiche economiche neoliberali, l’impressione è che in Europa l’alternativa dominante a queste politiche sia il nazionalismo. Quali sono le principali differenze e somiglianze tra queste due “dottrine”?
I tagli dovuti all’austerità che la gente ha sofferto a partire dalla crisi finanziaria globale derivano dal neoliberismo e hanno comportato una notevole disoccupazione, come mostra bene l’esperienza italiana. La gente è stufa ed estremamente preoccupata per le sue condizioni di vita e il suo futuro. Questo non implica necessariamente la nascita di una strategia di sinistra progressista, che si voglia alternativa al capitalismo o al neoliberismo.

In maniera quasi opposta, si assiste a forze di destra, con una retorica nazionalista e addirittura anti-stranieri, che abusano dell’attuale crisi per portare avanti i loro interessi. In tal senso, il nazionalismo non può essere una forza progressista, ma è comunque sempre più forte. A prima vista, il nazionalismo contraddice il neoliberismo, che ovviamente sostiene le frontiere aperte e la libertà di circolazione.

A un’analisi più approfondita, però, se guardiamo per esempio al fronte favorevole alla Brexit nel Regno Unito, i conservatori che dicono “vogliamo riprendere il controllo dei nostri confini” sono spesso esponenti del capitale neoliberista. Il capitale neoliberista fatica a fornire i guadagni che aveva promesso e questo rende la gente sempre più irrequieta. Ne è scaturita una strategia che consente di andare avanti con una politica economica neoliberista e tenere le frontiere aperte al movimento di capitali, accusando al contempo gli stranieri dei problemi che derivano da questa strategia, giocando la carta nazionalista come strumento per distrarre chi da questo sistema ha solo da perdere. Purtroppo, allora, questo tipo di nazionalismo di destra non è in contraddizione con il neoliberismo.

C’è poi un piccolo gruppo a sinistra che sostiene che il Regno Unito fuori dall’Unione europea sarebbe più facilmente in grado di introdurre delle politiche socialiste. In teoria, questa varietà di nazionalismo sarebbe in contraddizione con il neoliberismo. Detto ciò, non credo sia realistico perseguire una tale strategia oggi, con le economie che sono così integrate tra di loro.

Oltre a questo caso specifico, esiste in Europa un’alternativa al neoliberismo che potrebbe garantire una maggiore redistribuzione della ricchezza e più uguaglianza sociale?
L’alternativa è sempre possibile. Il futuro, dopotutto, dipende dalla lotta di classe.
Nel 2002, ho partecipato all’European Social Forum a Firenze, dove erano presenti tra i quaranta e i sessantamila attivisti. Era un momento culmine per la sinistra in Europa e si percepiva la speranza di un’alternativa di sinistra. Se guardiamo a come le cose sono andate da allora, ci sono meno ragioni per essere ottimisti.
A novembre dell’anno scorso [2018], ho partecipato all’European Forum a Bilbao, organizzato dai partiti di sinistra europei, con alcuni verdi e movimenti marxisti, e questa volta i partecipanti erano solo 450. Dunque le prospettive di una sinistra alternativa non sono molto promettenti al momento, ma non c’è alcuna ragione per mollare.

Da quali battaglie potrebbe ripartire una sinistra alternativa?
Le battaglie per l’acqua pubblica, come quella del referendum del 2011 in Italia, sono molto incoraggianti. C’è stata anche un’iniziativa europea dei cittadini sull’acqua come diritto umano nel 2012/2013, così come anche un’azione di successo in Irlanda contro le tariffe sull’acqua, nel 2014-15. In questo senso l’acqua è una di quelle aree dove la mobilitazione a livello nazionale, europeo e globale coglie i suoi frutti. Un altro esempio che dà speranza è la campagna per fermare il Ttip (il progetto di trattato di libero scambio tra Unione europea e Stati Uniti, ndr), che ha visto un’ampia mobilitazione di sindacati e altri movimenti in tutta Europa.
È la prova che ci sono battaglie dove la sinistra riesce a ricompattarsi. Queste danno un po’ di speranza per una futura alternativa progressista al neoliberismo.

L’ambiente, tema vastissimo, potrebbe diventare la stella polare intorno alla quale costruire un nuovo progetto di sinistra?
Se la sinistra vuole sfidare con successo il sistema dominante ha bisogno di coinvolgere tutti i tipi di attori differenti, dai sindacati ai movimenti sociali, fino alle ong. Se, però, i sindacati si limitano ad affrontare le questioni con il solo obiettivo di proteggere l’interesse dei loro membri, allora diventano un ostacolo alla creazione di un’organizzazione più vasta.
Per fortuna, molti sindacati si sono resi contro che hanno bisogno di un’agenda molto più ampia per continuare a contare, e così stanno cominciando a partecipare attivamente a lotte fino ad ora esterne al loro campo d’azione, come le politiche per l’acqua o la democrazia energetica. Sono tutti temi che hanno a che fare con l’ambiente e, in particolare, con la questione del cambiamento climatico.

In Francia le proteste dei gilet gialli hanno evidenziato la difficoltà a imporre ai cittadini le misure per combattere il cambiamento climatico. La capacità di riunire istanze diverse è al contempo la più grande forza e la più grande debolezza di questo movimento. Come pensa che i gilet gialli dovrebbero evolversi per raggiungere i cambiamenti a cui ambiscono?
Non sono un esperto del movimento dei gilet gialli, ma sembra una protesta contro la continuazione delle politiche di austerità di Emmanuel Macron. Una protesta dei “perdenti” del processo di integrazione europea. I gilet gialli combinano elementi molto progressisti e forze populiste xenofobe. Per questo è una sfida enorme trovare un terreno comune.
Ciò non toglie nulla al malessere percepito da un vasto numero di persone, che a causa dei tagli economici fanno sempre più fatica a condurre una vita dignitosa. Resta da vedere se i gilet gialli diventeranno o meno una forza progressista.

In Europa il capitalismo non sembra più essere in grado di garantire la piena occupazione. In Italia, il movimento cinque stelle cerca di ovviare a questo problema proponendo l’introduzione di una sorta di reddito di cittadinanza. Cosa pensa di questa proposta?
Il reddito di cittadinanza è sicuramente meglio delle misure di austerità e dei lavori precari, ma un vero cambiamento necessita di altri elementi. La ricchezza creata è più che sufficiente. Il problema è la sua distribuzione. Un altro problema è il modo in cui è organizzata la produzione, con una concorrenza al ribasso in materia di contratti precari. Alla fine, per quanto utopico possa sembrare, sarebbe necessario andare al di là delle relazioni di produzione capitaliste e condividere la proprietà dei mezzi di produzione. In assenza di questo, un reddito di base universale può essere la strada da seguire. Tornando ai Cinque stelle, hanno alcune idee progressiste ma sono anche populisti, con una retorica anti-stranieri che si annida nella loro agenda. Quindi non saprei esattamente come identificarli.

Lei mette in luce il legame tra occupazione e organizzazione della produzione. Considerato che a partire dagli anni Ottanta numerose aziende europee hanno delocalizzato negli stati membri periferici, cosa può essere fatto oggi per migliorare questa organizzazione?
La prima cosa da fare a livello europeo è armonizzare le aliquote di imposta sulle imprese. Non permetterebbe di sbarazzarsi del capitalismo ma perlomeno consentirebbe di aumentare il controllo sulle imprese e il fatto che non sia ancora successo mostra quanto queste siano forti.
Un altro passo verso un futuro più progressista sarebbe ridare potere ai sindacati, ma questo dipende anche dalla capacità dei sindacati stessi di rispondere in maniera flessibile alla situazione attuale. Nel Regno Unito ce ne sono alcuni di piccole dimensioni, come United Voices of the World, che sono riusciti a organizzare i migranti impiegati nel settore degli addetti alle pulizie a Londra in un contesto stimolante e informale.
Ci sono vari esempi, in Italia, Grecia e Francia, dove i lavoratori hanno rilevato le loro fabbriche. Ideale sarebbe se i governi supportassero questi esperimenti con una legislazione adeguata.

In Italia i sindacati sembrano avviati sulla via di una crescente irrilevanza, in quanto rappresentano chi ha un contratto a tempo indeterminato, mentre la nuova forza lavoro è impiegata perlopiù attraverso contratti a tempo determinato e, soprattutto, è lontana dalla cultura ideologica del “remiamo assieme verso lo stesso obiettivo”. Come i sindacati potrebbero reiventarsi?
Oggi i sindacati di successo sono spesso quelli piccoli, come, nel caso italiano, Usb e Cobas. La sfida è traslare i successi locali a livello nazionale. I sindacati a livello nazionale restano molto importanti. Purtroppo, molti sindacati a livello nazionale ancora credono che fino a quando continuano a essere in discussione con lo stato e i datori di lavoro nelle istituzioni tripartite continuano a esercitare il loro potere. Ma hanno dimenticato che la creazione di queste istituzioni è il risultato delle lotte che hanno avuto successo nel passato. Quindi, invece di discutere con datori di lavoro e stato all’interno di queste istituzioni, i sindacati dovrebbero tornare dai loro membri, riorganizzare la base attraverso nuove lotte, e solo a quel punto riattivare la negoziazione con stato e datori di lavoro.

[quarta di una serie di interviste in vista delle elezioni europee]

Versione originale in inglese

L’Europa al bivio, il sindacato pure. Parla Andreas Bieler ultima modifica: 2019-01-25T22:01:13+02:00 da MATTEO ANGELI

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