Venezuela. Trump e l’effetto domino

Che si vada verso una lunga e cruenta guerra civile è lo scenario più probabile. Con effetti drammatici su un paese stremato, ma anche con enormi conseguenze nella regione e nel mondo, fino ad arrivare agli stessi Stati Uniti.
scritto da GUIDO MOLTEDO

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Una mozione per riconoscere Juan Guaidó quale presidente incaricato del Venezuela non è riuscita ad ottenere ieri a Washington una maggioranza, di valore unicamente politico, tra i Paesi membri dell’Organizzazione degli Stati americani (Osa). Lo scrive il quotidiano El Tiempo di Bogotà. Durante una agitata sessione del consiglio permanente dell’Osa, in presenza del segretario di stato americano Mike Pompeo, soltanto sedici dei 35 Paesi membri dell’organizzazione si sono messi d’accordo per sottoscrivere una risoluzione di appoggio a Guaidó con la richiesta di elezioni il più presto possibile. Il documento è stato firmato dai delegati di Argentina, Bahamas, Canada, Brasile, Cile, Costa Rica, Ecuador, Colombia, Stati Uniti, Honduras, Guatemala, Haití, Panamá, Paraguay, Perú e Repubblica Dominicana. L’ambasciatore presso l’Osa nominato da Guaidó, Gustavo Tarre, non ha potuto sedersi nel seggio del Venezuela nell’organizzazione. [ansa]

È per il petrolio e sul petrolio che si gioca l’incauta sfida lanciata da Donald Trump al governo di Caracas. Le raffinerie statunitensi sono le clienti principali del grezzo venezuelano. Se la tensione, come sembra, dovesse innalzarsi, tra Washington e Caracas, con la cessazione delle esportazioni petrolifere verso gli Usa, Cina e India, come avverte l’agenzia Bloomberg, sono pronte a farsi avanti per acquistare a buon prezzo il petrolio di Nicolás Maduro. Anche la Corea del sud. Grandi paesi affamati di energia. E in competizione, aperta o latente, con gli Usa. Anche per questo Trump sta puntando il tutto per tutto per sbarazzarsi di Maduro. Per portare i flussi petroliferi verso gli Usa e arrivare a impadronirsi, di fatto, dei pozzi. E per tagliare le forniture verso i paesi che considera avversari.

Peraltro, il Venezuela è tra le grandi potenze petrolifere mondiali – nel 2019 è il presidente di turno dell’Opec – e, pertanto, ogni variazione significativa della sua produzione e delle sue esportazioni ha evidenti riflessi sul già instabile mercato mondiale del greggio.

Anche per questo, per il momento almeno, l’arroganza di Trump non s’è spinta fino al punto di non cogliere le conseguenze, innanzitutto per la stessa economia statunitense, di un’escalation incontrollata, dall’esito non necessariamente positivo per gli Usa, del conflitto aperto con Caracas, tanto che non ha ancora bloccato l’export verso il Venezuela dei prodotti americani per diluire il denso petrolio venezuelano, né l’import verso le raffinerie statunitensi.

A dispetto dei modi spicci con cui la Casa Bianca, e ancor più Mike Pompeo, hanno benedetto l’autonomina a presidente di Juan Guaidó e hanno liquidato come illegittime le ineccepibili misure di reazione decise da Maduro nei confronti della rappresentanza diplomatica americana, è evidente che Trump si tiene pronto sia allo scenario di un rapido precipitare della situazione, con l’eliminazione di Maduro, sia allo scenario opposto, l’ennesima prova, da parte di Maduro, di una capacità di tenuta e di risposta, grazie al sostegno di una parte significativa della popolazione.

Trump è molto più che uno spettatore interessato. L’America e i suoi alleati della regione si stanno dando parecchio da fare perché prevalga il primo scenario.
Che si vada verso una lunga e cruenta guerra civile, e non verso un rapido esito della prova di forza, è il terzo scenario possibile. Forse il più probabile. Con effetti drammatici su un paese stremato, ma anche con enormi conseguenze nella regione e nel mondo. Oltre ai riflessi sul mercato energetico e ai rimbalzi sull’economia mondiale, la lacerazione di un paese chiave come il Venezuela avrebbe ripercussioni domino nel continente latino, fino ad arrivare agli stessi Stati Uniti.

Una delle grande manifestazione contro Maduro

Assurdamente Trump cerca con infantile e crudele ottusità di contenere le migrazioni provenienti dall’America latina con stupidi quanto inutili muri, e intanto tenta di delegittimare l’opposizione al Congresso e trova sponda in personaggi come Bolsonaro e Macri nel tentativo di ripristinare in America latina vecchie e odiose forme autoritarie e liberiste, con l’eliminazione politica e, se necessario fisica, di quel che resta delle leadership progressiste. Operazione indecente politicamente che produrrà altri affamati e disperati disposti a tutto per emigrare. Dove? Negli Usa, naturalmente.

Aprendo a Cuba, Barack Obama aveva dato il segnale di un inizio di cambiamento, nella direzione di un superamento della condizione del continente latino-americano come “cortile di casa”. Proprio nei confronti di Cuba, poi nei confronti del Messico, quindi verso il Nicaragua e ora verso il Venezuela si è diretta l’opera di disfacimento del faticoso lavoro diplomatico condotto da Obama.

Corteo per Maduro

La novità messicana di AMLO indica che la vis distruttiva di Trump trova considerevoli ostacoli. Intanto la resilienza di Cuba è straordinaria. Ora si vedrà a Caracas. È importante che il tentativo di rovesciare Maduro non riesca, non solo per il Venezuela ma per la tenuta di quel che resta in piedi di un’America latina padrona del suo destino.

Venezuela. Trump e l’effetto domino ultima modifica: 2019-01-25T11:52:35+00:00 da GUIDO MOLTEDO

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