Conte a Davos. Un discorso che la sinistra dovrebbe ascoltare

L'intervento del presidente del consiglio non è stato oggetto di riflessioni nel dibattito pubblico italiano. Eppure le domande che ha posto sono condivisibili, anche nel fronte dell'opposizione al governo attuale
scritto da FRANCO AVICOLLI

Il recente intervento del presidente del consiglio dei ministri a Davos non ha suscitato  particolare interesse presso la stampa italiana che si è limitata a pubblicarlo senza commenti come fosse un comunicato. E ciò a conferma di un atteggiamento dei mass media in generale e dell’intelligencija verso Giuseppe Conte, per cui l’interesse verso i temi che tratta e le modalità con cui lo fa sono direttamente proporzionali alla sua mancanza di autorità, che è come dire “Conte può dire quello che vuole, tanto non conta nulla”, che francamente trovo discutibile.

È pur vero che nella compagine governativa il nostro si è assegnato il ruolo defilato di garante di un contratto politico. Ma come valutare l’importante successo che ha ottenuto in chiave europea proprio nel ruolo di mediatore? Non sottovaluterei neppure che il superamento della crisi con gli organismi europei sia avvenuto in una fase in cui  pentastellati e i leghisti, impegnati a perseguire un successo spettacolare più che politico, sembravano più interessati ad aprire un contenzioso con l’Europa, un tema che comunque rimane sul tappeto e non può essere liquidato su convenienze di parte, visto che il Vecchio Continente ha un’importanza storica malgrado la politica ed è imprescindibile come corpus continentale, proprio su temi come il protezionismo, i flussi migratori, il cambiamento climatico, la grande criticità della pace del mondo, che Conte ha segnalato a Davos.

Oltre queste questioni, credo che Conte non vada sottovalutato per essere “voce mediatrice”, cioè non necessariamente dell’una o l’altra forza di una coalizione i cui rispettivi fondamentalismi, aprono spazi – anzi voragini – che danno alla mediazione un ruolo di rilievo che costituzionalmente appartiene al presidente della repubblica che, proprio per tale ragione, potrebbe avere interesse a trovare in Conte una sponda utile da rendere eventualmente più solida anche nella prospettiva di una crisi che potrebbe aprirsi dopo le elezioni europee. Non avrebbe senso, in tale prospettiva, dare una qualche forza a Conte che nella sua stessa debolezza ha delle importanti competenze di “voce”, ma anche quella decisiva di far cadere il governo?

Vale la pena di domandarsi, allora, se i temi di Conte non possano essere un utile riferimento per costruire un progetto con alcuni punti come l’Europa, lo stato sociale, il ruolo dello Stato e della conoscenza nell’epoca della tecnica, iniziative che potrebbero promuovere le università, le associazioni impegnate nelle battaglie civili, i mass media e gli enti e i luoghi dove si costruisce la coscienza civile di un paese.

Quali scelte è possibile fare in un momento di così alta problematicità e conflittualità? Per essere umanitari e solidali bisogna avere l’umanità che non è un valore che si acquista ragionando di costi e benefici, ma con una visione del mondo che chieda alla politica di definire il proprio ruolo in un progetto di convivenza che il mondo della conoscenza può suggerire recuperando l’uomo in una libertà visionaria che sembra schiacciata sulla “concretezza” di atti di governo e di parte, se non di logiche finanziarie.

Penso ad una specie di “concilio”, ad un manifesto che porti oltre la politica corrente che non permette di distinguere i contorni chiari dei vari poteri che, in nome di un sedicente “volere popolare”, dà ai partiti e movimenti una forza decisionale costituzionalmente anomala, visto che la costituzione prevede altri protagonismi e altre modalità di governo.

E la sensazione sgradevole è che pare che a tutti i partiti e movimenti convenga questo andazzo che procede così non da qualche mese, ma almeno dai tempi di Craxi e con un criterio che vede lo Stato come mediatore tra i poteri economici e finanziari, come strumento di salvaguardia del sistema produttivo e finanziario in un contesto internazionale dove decidono grandezze con cui l’Italia non può confrontarsi, dovendo perciò operare a “sovranità limitata”.

Una situazione in cui il popolo, i cittadini, non possono che essere oggetto della politica ed elettori nella forma più semplificata di “clienti”, beneficiari di condizioni di vita da difendere contro i potenti e i migranti. Credo che le vicende di “mani pulite” vadano collocate in questo contesto di semplificazione dell’apparato dello Stato e di un rapporto più funzionale tra finanza e produzione. E forse non è casuale che a quel periodo di “pulizia” sia succeduto il “berlusconismo”, un neoliberismo aperto a consentire tutto ciò che non fosse espressamente vietato, che Tremonti coltivava non proprio in segreto.

Credo che tale meccanismo abbia ingabbiato anche le forze di sinistra che hanno progressivamente condiviso la logica di uno Stato funzionale ad un sistema produttivo basato sulla politica finanziaria.

La questione richiederebbe un’ampia e profonda riflessione, ma mi limito richiamare l’attenzione sulla concentrazione dell’interesse politico e delle élite verso una visione del mondo in cui lo Stato appare come una “funzione” e non un “ente” che governa le dinamiche sociali, previene i potenziali conflitti che possono nascere sulle differenze economiche con misure adeguate come il welfare, per esempio, si occupa di costruire una coscienza civile e dell’appartenenza con congrui strumenti formativi come le scuole gratuite e obbligatorie.

Invece, tra le proposte della sinistra si sono fatte strada le rivisitazioni costituzionali e il presidenzialismo, più compatibili con il decisionismo  politico funzionale allo “sviluppismo” neoliberista e per nulla alle ragioni della democrazia che si basano sulla partecipazione del “demos” e con decisioni maturate e condivise che hanno anche la funzione di creare la coscienza civile e la responsabilità.

In questo percorso “sviluppista”, la sinistra ufficiale o storica, se si vuole, ha avviato una mutazione genetica verso un ruolo difensivo che semplicemente ovvia all’esistenza del popolo, sì proprio di quel popolo chiamato a decidere solo quando vota, facendolo spesso con la pancia e forse desiderando che lo faccia solo per quello. E dove si potrà mai formare la coscienza civile di un paese se la solidarietà, la convivenza pacifica, i diritti sono questioni marginali della politica? Su quali meccanismi scatterà il desiderio di fare una cosa piuttosto che un’altra?

Ed è proprio la mancanza di un progetto ideale che esprima un grado di civiltà basato sul diritto e la solidarietà, la convivenza pacifica, di cui l’Europa si considera nello stesso tempo  protagonista e baluardo e di uno Stato portatore di queste istanze fondamentali del vivere assieme, a testimoniare la latitanza delle élite invischiate in un inestricabile conflitto di interessi e troppo “impegnate” a salvare il mondo pensando di poterlo raddrizzare con appelli ad una qualche unità che non può che prendere atto di essere parte del fallimento di una società che si ritiene impotente a contrastare la deriva neoliberista, per riportare l’uomo al centro della scena.

Credo che le élite culturali debbano ricostruire il loro ruolo in chiave propositiva  confermando che la cultura non è impegnata ad arrivare, ma a camminare, a coltivare l’utopia che è come l’orizzonte che incuriosisce e attira, come diceva Fernando Birri. 

In questo contesto propositivo va visto Conte che sta mostrando buone capacità di mediazione che, per quanto appartengano in preminenza all’arte retorica, sono molto utili per fare chiarezza, il che non è poca cosa in un’epoca in cui la politica pare più impegnata a gridare “al ladro!”, che ad eliminare i furti.

Bisogna chiedersi se Conte sia un buon riferimento per i grandi temi che abbiano al centro il ruolo dello Stato, se deve essere o no “produttore diretto di beni e servizi” come egli stesso si domanda; se è il caso di approfondire e come le modalità di “una redistribuzione del reddito più equa” e se è una questione decisiva rimettere al centro della vita politica “gli esseri umani, le famiglie e la comunità”. Se sia utile coinvolgerlo in questo dibattito, pensando ad un’Europa “del popolo, dal popolo, per il popolo”.

Sono parole di Conte che si possono condividere. 

Conte a Davos. Un discorso che la sinistra dovrebbe ascoltare ultima modifica: 2019-01-30T12:18:26+02:00 da FRANCO AVICOLLI

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1 commento

Conte a Davos. Un discorso che la sinistra dovrebbe ascoltare – hookii 30 Gennaio 2019 a 14:31

[…] Ne parla un articolo di Ytali. […]

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