L’Europa dei borghesi. Conversando con Stefano Palombarini

“È il progetto di Renzi e di Macron: andare al di là di destra e sinistra, in nome della totale adesione al progetto europeo”, spiega il professore.
scritto da MATTEO ANGELI

Destra, sinistra, addio! Non così presto. Il dibattito sulla fine delle due categorie cardine della politica infiamma ormai da anni il dibattito in Europa e si interseca con l’ascesa di fenomeni nuovi come il populismo, da un lato, e il centrismo à la Macron, dall’altro.

Cosa c’entra l’Unione europea con tutto ciò? Ne abbiamo discusso con Stefano Palombarini, economista che insegna all’Università Paris 8, in Francia, e che è autore di varie pubblicazioni, tra cui Dalla crisi politica alla crisi sistemica. Interessi sociali e mediazione pubblica nell’Italia contemporanea (Franco Angeli, 2003), L’économie politique du néolibéralisme: le cas de la France et de l’Italie (scritto con Bruno Amable e Elvire Guillaud) (Parigi: Ed. ENS Rue d’Ulm, 2012) e L’illusion du bloc bourgeois: Alliances sociales et avenir du modèle français (scritto con Bruno Amable) (Parigi: Raisons d’agir, 2017).

Professor Palombarini, nei suoi lavori lei ha teorizzato la nascita in Italia e Francia di una nuova alleanza sociale, il cosiddetto “blocco borghese”. Può parlarcene?
La nascita del blocco borghese è un’esperienza che conclude la dinamica dei partiti socialisti e socialdemocratici che hanno imboccato la “terza via” (la ricerca di un compromesso tra le politiche economiche della destra e quelle sociali della sinistra, ndr) dell’ex premier britannico Tony Blair. In Italia il governo più rappresentativo di questo blocco borghese è stato quello di Matteo Renzi, in Francia quello di Emmanuel Macron.
È un progetto che ha radici teoriche e ideologiche molto profonde – in Francia rimonta agli anni Venti e Trenta, con i modernisti – e nasce perché le due alleanze sociali, di destra e di sinistra, che organizzavano la politica in Francia e, dagli anni Novanta, anche in Italia, sono entrate in crisi.
A livello di base sociale, il progetto del blocco borghese cerca di rispondere alle attese delle classi medie e medio-alte che appartenevano agli elettorati tradizionali di sinistra e di destra. Per questo l’abbiamo chiamato “borghese”, perché esclude la componente popolare dei vecchi blocchi di sinistra e di destra e cerca di unificare le classi diplomate, medio-alte in un’alleanza nuova.

Come era composto il vecchio blocco di sinistra?
Nel blocco di sinistra, quand’era forte, c’era una componente popolare, operaia, fatta di dipendenti con bassa qualifica, e una componente di classe media o medio-superiore (più forte in Francia che in Italia), molto legata alla funzione pubblica, al lavoro intellettuale, alle professioni artistiche. A un certo punto il blocco di sinistra è esploso, perché le politiche perseguite dai suoi responsabili politici non riuscivano più a tenere insieme le attese delle due componenti. Gli operai e i dipendenti con bassa qualifica sono andati in parte verso l’astensione e in parte verso l’estrema destra del Front National, in Francia, e della Lega, in Italia. L’idea del blocco borghese è dunque di prendere la parte alta del vecchio blocco di sinistra. Basti guardare in Italia, al Partito democratico: è forte nei centri città e nei quartieri dove si guadagna di più.

Qual è il collante ideologico che unisce le classi diplomate, medio-alte?
La totale adesione al progetto europeo, il rispetto dei trattati dell’Unione europea. Non a caso in Italia il primo governo del blocco borghese è stato quello di Mario Monti, che nasce per garantire la permanenza dell’Italia in Europa e nell’euro.
Sulla base dell’adesione al progetto europeo, vengono adottate politiche di stampo neoliberista, che interessano le relazioni di lavoro, dunque i contratti e le modalità di licenziamento, i servizi pubblici, le privatizzazioni, con una politica fiscale rispettosa dei parametri europei e che concentra le risorse nell’abbassare la fiscalità delle imprese e il costo del lavoro. L’idea è che se si spostano le risorse verso le imprese, questo ne favorirà la competitività. Ciò creerà investimenti, che creeranno a loro volta lavoro e così la società tutta ne trarrà beneficio. Ma non è così.

Un’Europa più solidale, capace di restituire ciò che viene tolto dalle politiche nazionali di stampo neoliberista, non potrebbe allargare l’appeal del blocco borghese ad altri gruppi sociali?
Il blocco borghese è una risposta d’emergenza, che esiste perché c’è il rischio concreto di esplosione dell’architettura europea. Unisce i ceti favorevoli all’Unione europea, i quali di fronte al rischio di una rottura in Europa si fondono in questo blocco, che, vale la pena ripeterlo, contiene la parte medio-alta del vecchio blocco di sinistra (funzionari pubblici, intellettuali, insegnanti ecc.), e la parte medio-alta del vecchio blocco di destra (dipendenti privati con una buona qualifica, dirigenti d’impresa, professioni liberali ecc.).
Alcune di queste classi accettano riforme non gradite pur di restare in Europa; altre invece utilizzano il tema europeo per legittimare riforme che sostengono, ma che incontrano l’opposizione di una larga maggioranza della popolazione. Queste riforme, che toccano il sistema pensionistico, i contratti di lavoro, i servizi pubblici, sono però destinate ad impoverire e precarizzare una parte crescente delle classi medie, che dunque escono dal perimetro del blocco borghese. Questo blocco quindi si riduce a causa di una dinamica legata alla condizione che gli permette di esistere. Si è visto con il Pd in Italia e si vedrà con Macron in Francia.
D’altra parte le classi popolari tradizionalmente legate alla sinistra, pur non essendo qualificabili come nazionaliste, rifiutano in maniera crescente di appoggiare le politiche dettate dai trattati europei. Basti guardare a com’è esploso il blocco di sinistra francese.

François Hollande

Ce ne parli…
Se guardiamo al Partito socialista, in Francia c’era un blocco di sinistra importante – più forte di quello italiano, che è sempre stato fragile – che ha permesso a François Mitterrand di fare due mandati, a François Hollande di diventare presidente, a Lionel Jospin di governare.
Questo blocco si è fratturato sulla questione europea. Tutto il blocco di sinistra, dalle classi popolari alle medio-alte, era al tempo stesso pro-Europa e contro le riforme liberiste. Quello che cambiava era la gerarchia attribuita ai due obiettivi. Da una parte, le classi popolari di sinistra francesi hanno scelto di diventare euroscettiche per fermare le riforme del lavoro e della protezione sociale promosse in nome dell’Europa. La parte medio-alta del tradizionale blocco di sinistra ha fatto il ragionamento opposto: “A noi non piacciono queste riforme ma se questo è il prezzo per rimanere in Europa allora lo paghiamo”.

François Hollande diventò presidente dicendo che un’altra Europa era possibile…
La questione dell’altra Europa è quella su cui ha giocato il Partito socialista per tenere insieme questi due pezzi che andavano in direzioni opposte. Hollande si fece eleggere nel 2012 promettendo un’Europa diversa, rispondendo sia alla parte popolare del blocco di sinistra che di questa Europa non voleva più saperne sia alla parte medio-alta che era pro-europea.
Questa retorica non funziona più, perché è stata usata troppe volte per tenere in piedi il blocco di sinistra: la promessa di un’altra Europa, a contenuto sociale e democratico più forte, è stata tradita troppe volte. Chi oggi si presenta agli elettori dicendo “io cambierò le regole europee senza rompere con l’Unione”, Benoît Hamon per fare un esempio, rischia più di fare sorridere che di convincere.

È quello che ha fatto Macron, promettendo tra le altre cose la creazione di un bilancio comune dell’eurozona…
Macron ha fatto delle promesse sul contenuto democratico e sul potere delle istituzioni europee, ma senza cambiare il segno delle politiche pubbliche. Anzi, Macron è diventato presidente con l’impegno a riformare a tamburo battente la protezione sociale, il mercato del lavoro, le pensioni, nella direzione storica delle riforme liberiste.
A proposito del bilancio dell’eurozona, Macron aveva promesso di ottenere qualcosa dai tedeschi. Non ci è riuscito, ma non credo sia stata quella promessa a permettergli di vincere, e dunque non credo che oggi i suoi elettori si sentano delusi. Così come il fatto di non esserci riuscito non è il fattore decisivo della crisi che sta vivendo: la protesta dei gilet gialli che ha investito la Francia non è un movimento che nasce perché non c’è stato il bilancio dell’eurozona.
L’elettorato di Macron è diverso da quello di Hollande, il quale per diventare presidente aveva convinto l’elettorato di sinistra che si poteva restare nell’Unione europea e cambiarla dall’interno. Questa promessa era rivolta alla sinistra, e l’elettorato di sinistra si è spaccato nel momento in cui non ci ha più creduto.

Come si rende ancora credibile questo tipo di promessa?
Ci è riuscito, almeno per qualche tempo, Jean-Luc Mélenchon, leader della sinistra radicale, che ha preso il 20 per cento alle ultime elezioni presidenziali, anche grazie all’intuizione tattica del piano A/piano B. Ovvero: “provo sul serio a cambiare i trattati” (piano A), “poi, se non ci riesco andiamo alla rottura” (piano B). Con quest’articolazione, è riuscito a rendere credibile di nuovo la promessa di un’altra Europa, ma su una base un po’ fragile, perché l’efficacia del piano A/piano B si è basata sul fatto che la sinistra europeista ha votato Mélenchon credendo al piano A, mentre la sinistra euroscettica era convinta che il piano A non avesse futuro e ha votato Mélenchon credendo nella prospettiva del piano B. Se per ipotesi Mélenchon fosse andato al governo, avrebbe cominciato con il piano A, ma se questo non fosse andato in porto, con il piano B una parte della sua base non lo avrebbe seguito.
In termini generali, penso che, sia in Francia sia in Italia, si creda ormai poco alla prospettiva di un’Europa diversa, a meno che questa non venga accompagnata da una minaccia di rottura come ha fatto Mélenchon.

Jean-Luc Mélenchon

Secondo lei, ci sono dei temi sui quali i due blocchi di sinistra potrebbero riunirsi? Penso per esempio all’ecologia…
L’ecologia, come anche l’immigrazione, è un tema importante. In questo senso, non sono d’accordo con quelli che dicono che per recuperare l’elettorato popolare la sinistra dovrebbe fare un po’ la destra sul tema immigrazione, al contrario: se non resta sulle tradizionali posizioni di accoglienza ed apertura, la sinistra rischia di perdere una parte degli elettori che le sono rimasti fedeli, mentre difficilmente convincerebbe in questo modo chi se n’è andato verso l’estrema destra a tornare indietro. La sinistra deve restare sulle sue posizioni di rispetto dei diritti umani e degli equilibri ecologici sostenibili. Però non è qui che la sinistra può ritrovare il consenso dell’elettorato popolare.

L’elettorato popolare se ne è andato sia in Francia sia in Italia perché i servizi pubblici si sono degradati, i quartieri popolari sono stati lasciati all’abbandono, e, soprattutto in Francia, le campagne sono state private di servizi pubblici con il pretesto della reddittività. Hanno chiuso scuole, ospedali, licei, gendarmerie, uffici postali. Concretamente queste cose sono state fatte in parte sotto il governo di Nicolas Sarkozy, in parte sotto Hollande.
Oltre ai servizi pubblici, un altro tema su cui la sinistra ha perso l’elettorato popolare è il livello del potere d’acquisto, che è sceso per chi vive di lavoro dipendente, in particolare quello scarsamente qualificato. Infine, la sinistra ha pagato l’esplosione delle forme contrattuali, la facilità di licenziare, l’aumento della precarietà. Queste non sono state solo introdotte dalla destra. Basti pensare che in Italia i cococo li hanno introdotti i governi di sinistra negli anni Novanta.

Se una persona ha una prospettiva di lavoro di sei mesi, non sa se le verrà rinnovato il contratto e non trova nessuno che le dia un mutuo, potrà anche essere d’accordo su ecologia e sul diritto di rispetto dei migranti, ma se non migliori le sue condizioni concrete di vita, non recuperi il suo voto.

A questo proposito, come spiega che la gente oggi fa battaglia sul reddito di cittadinanza ma non la fa più per avere un contratto di lavoro a tempo indeterminato?
Prendiamo il Movimento cinque stelle in Italia. La base dei cinque stelle è l’esatto opposto del blocco borghese, contiene sia classi popolari che stavano a sinistra sia classi popolari di destra. Sulla questione delle relazioni di lavoro, ci sono quindi classi che hanno attese opposte. Da una parte i lavoratori dipendenti a qualifica debole, che chiedono ovviamente salari più alti, protezioni più forti contro il licenziamento e contratti più stabili.
Dall’altra, però, il movimento include anche artigiani, piccolissimi imprenditori, commercianti, che sono anch’essi categorie popolari ma legate alla destra. Se dici a un artigiano con degli apprendisti che dovrebbe metterli in regola, fargli un contratto stabile o pagarli di più, la sua risposta sarà “assolutamente no”.

Questo tipo di classe popolare ha interessi obiettivamente opposti a quelli del lavoro dipendente non qualificato. Se vuoi tenerli insieme nello stesso movimento, non puoi parlare delle tipologie del contratto di lavoro, delle regole sul licenziamento, dell’articolo 18 in Italia, dell’indennità in caso di licenziamento, delle retribuzioni. I Cinque stelle parlavano un tempo dell’articolo 18, ma se riproponessero di introdurlo oggi che hanno il 32 per cento, farebbero contenta una parte della loro base ma perderebbero immediatamente un’altra parte.

Anche il reddito di cittadinanza non è una misura particolarmente gradita da commercianti e liberi professionisti…
Dipende da chi identifichiamo come libero professionista. C’è chi vive bene del proprio lavoro, ma ci sono anche gli altri imprenditori, a volte piccolissimi, che stanno nelle classi popolari perché hanno un reddito basso. Lo sviluppo di quelli che in Francia sono chiamati auto-entrepreneurs, e in Italia il popolo delle partite Iva, è fuorviante: molti di questi auto-imprenditori lavorano per un solo cliente, in realtà siamo di fronte a rapporti di dipendenza. Se le cose funzionassero come un tempo, non sarebbero partite Iva ma normali dipendenti.
Queste persone non hanno pero’ gli stessi interessi dei lavoratori dipendenti perché svolgono lavori formalmente autonomi, per cui della protezione contro il licenziamento non se ne fanno niente. Il reddito di cittadinanza, invece, può far comodo anche a loro.
È proprio questa la “forza” del reddito di cittadinanza: diversamente dalle misure sulle forme contrattuali e sul licenziamento, parla all’insieme delle classi popolari.

Ma è una misura che non offre una vera alternativa alle politiche neoliberiste…
Certo che no. Il reddito di cittadinanza indebolirà il potere contrattuale dei lavoratori, obbligandoli ad accettare le offerte di lavoro che verranno senza discutere, e contribuirà dunque a flessibilizzare il lavoro e a comprimere i salari. Ricordiamoci che i Cinque stelle, in campagna elettorale, parlavano di un reddito incondizionato: questo invece è condizionatissimo! Possono presentare la misura come una vittoria, in realtà è una resa senza condizioni al neoliberismo. Una resa che segnala la forte fragilità del movimento, che ha preso il 32 per cento alle politiche molto più grazie al rigetto di quanto fatto da Monti e da Renzi che all’adesione a un programma di governo chiaro.
Gli unici punti che hanno per parlare al proprio elettorato – inteso nella sua interezza – sono il reddito di cittadinanza e il rifiuto della casta. Ma non c’è molto altro, soprattutto quando si va su temi importanti come il livello di tassazione, ovvero le entrate fiscali necessarie per rafforzare i servizi pubblici, o l’Europa. L’adesione al neoliberismo si spiega con il fatto che i Cinque stelle semplicemente non hanno la forza di proporre qualcosa di diverso.

Salvini invece…
Salvini invece, come il Front National in Francia, è un effetto sistemico della formazione del blocco borghese, che ha preso sì la parte medio-alta del blocco di sinistra ma ha preso anche la parte medio-alta ed europeista del blocco di destra. In Francia, c’era una destra di governo che almeno fino a Chirac aveva messo una barriera molto alta rispetto all’estrema destra. Questa barriera interessava in particolare il tema europeo, perché la destra di governo era una destra pro-europea, mentre il Front National era nazionalista.
Nel momento in cui il blocco borghese sottrae all’alleanza di destra la parte medio-alta europeista, la frontiera tra destra ed estrema destra si indebolisce immediatamente. Non c’è più ostacolo al fatto che queste due aree si avvicinino e si uniscano in un’unica alleanza sociale. Questo può avvenire con un accordo tra Laurent Wauquiez, attuale leader della destra francese (I Repubblicani, ndr), e Le Pen, ma può anche darsi che un partito si mangi l’altro.

Un po’ come sta facendo la Lega con Forza Italia…
La Lega si sta mangiando Forza Italia e il Front National si sta mangiando i Repubblicani. La strategia di Salvini è la seguente: sul mercato del lavoro si va avanti a tutta forza con riforme neoliberiste, si introduce una dose di protezionismo rispetto al commercio estero, il tutto adottando una retorica, che si traduce in pratica, di totale chiusura rispetto all’immigrazione.
Su questi elementi può fondersi quel che resta della destra privata della parte borghese, quella che dai Repubblicani in Francia se n’è andata verso Macron e che in Italia un po’ è rimasta con Berlusconi o un po’ ha integrato il Pd. Quello che resta della destra può fondersi nell’estrema destra in una cornice che somiglia a quella di Trump negli Stati Uniti e di Orban in Ungheria, che ha fatto una riforma sul lavoro straordinario, per cui le imprese possono obbligare i dipendenti a un numero equivalente a due mesi l’anno di lavoro in più.

Di fronte alle proteste contro questa riforma, Orban si giustifica dicendo che gli ungheresi devono poter lavorare di più per guadagnare di più. Questa era esattamente la formula di Sarkozy, ovvero la possibilità di poter andare oltre le trentacinque ore di lavoro settimanali. Trump, Orban, e Salvini non sono in rottura con quel mondo.
Di conseguenza, dentro la destra europea potrebbe esserci un cambiamento importante alle prossime elezioni europee, con la linea Orban-Salvini-Le Pen che diventa se non maggioritaria comunque molto forte.

Ci spieghi meglio…
Penso a un cambiamento di equilibri interno al Partito popolare europeo. Immagino che questa questione si porrà all’interno del Partito popolare. Orban non l’hanno cacciato. Dieci anni fa lo avrebbero escluso ma oggi, prima delle elezioni, non sono in grado di lasciarlo fuori. Orban è uno che chiude le università, che rifiuta i migranti, che usa la televisione pubblica come organo di propaganda, che non lascia esprimere gli oppositori: tutte cose impensabili per un partito popolare tradizionale che un tempo, per quanto di destra, era una destra liberale.
Se alle elezioni Orban, Salvini, e Le Pen prendono tanti voti, dentro al Parlamento europeo si parleranno e un cambiamento di equilibri sarà allora probabile.

Jeremy Corbyn

L’Europa è quindi senza speranza?
Di speranza di sicuro non ce n’è se si guarda alla situazione in Italia. Da una parte il Partito democratico, dall’altra Salvini insieme ai Cinque stelle. Il nuovo governo ha messo meno soldi di quello del Pd in temi fondamentali come servizi pubblici e finanziamenti pubblici. Investimenti pubblici non ce ne sono e sul Jobs Act di Renzi non dicono una parola. Se due schieramenti opposti fanno gli stessi ragionamenti su questi temi centrali, allora di gente che soffre ce ne sarà sempre di più.
Un barlume di speranza si scorge, invece, nei paesi che hanno conosciuto per primi l’esperienza di una pseudo-sinistra neoliberista confrontata a una destra neoliberista, ovvero la Gran Bretagna e gli Stati Uniti. Oggi, paradossalmente, la sinistra che si interessa di più agli investimenti e ai servizi pubblici si trova proprio qui, nei paesi dove è scomparsa per prima. Il leader laburista Jeremy Corbyn parla di contratti di lavoro, retribuzioni, servizi pubblici, pensioni, ospedali, scuole. E la stessa cosa ha fatto Bernie Sanders, che non è andato lontano dal diventare il candidato democratico alle ultime elezioni presidenziali americane.

Cosa indica questa rinascita della sinistra nei paesi dove era scomparsa? Forse che ci vuole tempo perché le classi che soffrono delle politiche liberiste si rendano conto che l’alternativa tra il neoliberismo europeista, quello di Macron e del Pd, e il neoliberismo nazionalista di Le Pen e Salvini, è in realtà una trappola. Non è un pronostico ottimista, ma temo che passeranno diversi anni prima che si diffonda anche da noi la coscienza che questa opposizione è fittizia su temi assolutamente fondamentali.

In questo quadro, che ruolo può giocare la sinistra che ancora esiste?
Deve innanzi tutto continuare a esistere! Il che vuol dire che deve affermare con forza la propria differenza e la propria autonomia, senza fare sconti di nessun tipo e senza immaginare nessun’alleanza con chi si schiera a favore del neoliberismo europeista, e senza immaginare di poter sopravvivere inseguendo la destra che ha il vento in poppa. La sinistra deve fare la sinistra: i migranti deve accoglierli, non lasciarli in mare. E deve martellare sulle regole sul licenziamento, sulle forme contrattuali, sui servizi pubblici: i temi che le hanno fatto perdere il consenso delle classi popolari. La rinascita può cominciare da qui, ma ci vorrà tempo, costanza e determinazione.

[sesta di una serie di interviste in vista delle elezioni europee]

L’Europa dei borghesi. Conversando con Stefano Palombarini ultima modifica: 2019-01-31T16:18:53+02:00 da MATTEO ANGELI

POTREBBE INTERESSARTI ANCHE:

Lascia un commento