Beni comuni. Il laboratorio veneziano

I movimenti che in questi anni si sono battuti contro le alienazioni o le vendite del patrimonio pubblico in città e in laguna sono esemplari nella discussione aperta da due iniziative di carattere nazionale
scritto da MARIO SANTI

Il 17 ottobre 2018 l’azione diffusa Venezia è anche portò tanti veneziani a darsi appuntamento davanti ad una ventina di compendi (ex) pubblici per segnalare le dimensione della spoliazione che la città sta subendo. L’idea era di trovarsi tutti alla stessa ora davanti a un palazzo, un’isola, un’area abbandonata, sotto utilizzata, inserita nei piani delle alienazioni, venduta. Da una parte la città che perde la sua funzione di città, dall’altra i suoi abitanti che resistono e se ne prendono cura. Pezzi di città e di territorio lagunare, spesso “ex” (cioè già sedi di attività e servizi urbani) che i “proprietari” pubblici mettono in vendita.

L’intento ufficiale è quello di “far cassa” e/o di razionalizzare l’uso del proprio patrimonio, concentrando uffici e funzioni. L’intento reale è favorire insediamenti economici legati alla rendita e al turismo, sempre più inteso come unica attività economica possibile a Venezia e in Laguna. Eppure, gli eletti nelle istituzioni (dai comuni fino al governo nazionale) non dovrebbero dimenticare che si trovano ad amministrare immobili e compendi produttivi o naturalistici “pubblici”.

Pubblici vuol dire che appartengono ai cittadini e che i loro rappresentanti devono gestirli – per il breve periodo dei loro mandati – in modo tale che nel lungo periodo il valore prodotto vada a beneficio dell’interesse generale dei cittadini (e degli abitanti, cioè non solo dei cittadini). Questo è il motivo per cui questi beni possono essere considerati “comuni” e bisogna valutare con molta attenzione quale sia il loro destino.

L’associazione “Poveglia per tutti”

In particolare per tutti quei beni (urbani e territoriali) che hanno abbandonato le funzioni originarie, prima di prendere in considerazione l’ipotesi dell’alienazione è opportuno considerare se esistano ipotesi di gestione che apportano più valore alle comunità. Un valore che non va valutato solo in termini economici e monetari ma di arricchimento culturale e relazionale.

I luoghi di incontro e relazione e scambio danno vita alla città, la privatizzazione ne taglia le radici. Anche perché l’insensatezza delle vendite per fare cassa è semplice da dimostrare: se consentono di coprire un buco del bilancio di un anno, come sarà possibile coprire quelli degli anni a venire, quando non ci saranno più beni da liquidare?

Da qualche anno sta cominciando ad affermarsi una logica diversa, capace di allargare la nozione di “beni comuni” da quelli “naturali” (l’acqua, l’aria, il paesaggio) a quelli urbani e territoriali diffusi. Sono “beni comuni emergenti” quelli dismessi da proprietà pubblica o privata per i quali un’alternativa all’abbandono o alla vendita è costituita dall’impegno della comunità a prendersene cura in modo economicamente, ambientalmente e socialmente sostenibile, attraverso pratiche inclusive e partecipative di gestione.

Per spiegare come questi beni pubblici possono essere valorizzati meglio da una gestione comunitaria che da una loro alienazione è necessario intendersi sul concetto di “comunità”, introdurre la nozione di “uso civico urbano” e arrivare e definire il vantaggio di questa gestione in termini di “redditività civica” (o meglio di “beneficio civico”).

La comunità di gestione di un bene comune deve innanzitutto essere inclusiva e aperta, ovvero un gruppo che si è formato avendo a cuore la cura di un bene comune e che è cresciuto grazie ad una pratica “collettiva e partecipativa” di gestione di quel bene, basata su un processo di progettazione e gestione aperte e inclusive. Questo significa che all’uso e alla gestione possono partecipare tutti. La comunità si riconosce nel rispetto di un regolamento di uso, nei suoi principi generali e nella modalità di gestione legate al principio del consenso.

L’uso civico urbano è l’uso di un bene comune territoriale emergente che viene affidato ad una comunità senza alcun intento “proprietario”, ma per favorirne la disponibilità da parte di tutte e tutti, in una logica autogestionaria e inclusiva. Un uso capace di trovare in modo etico e trasparente le risorse necessarie alla gestione ambientalmente, economicamente e socialmente sostenibile del bene.

Per redditività civica (o forse meglio, per non indulgere in ambiguità monetariste, “beneficio civico”) si intende il maggior valore che la pratica collettiva e comunitaria apporta ad un bene o ad un luogo; non tanto in termini monetari e di mercato, quanto soprattutto per la sua aumentata capacità di generare e gestire cultura, servizi alla persona, economia sostenibile e relazioni, attraverso processi di gestione inclusivi e partecipati. Trattasi quindi del “beneficio”, che l’uso civico collettivo e comunitario apporta a quel bene e o a quel luogo.

Tanti tra i più innovativi movimenti nati e sviluppatisi negli ultimi anni dimostrano che non si tratta di astratte definizioni di principio, ma di comportamenti e azioni che orientano le loro pratiche. Li potremmo chiamare anche “beni comuni dopo il referendum sull’acqua”, perché dalla grande vittoria del 2011 presero lo spunto per sviluppare pratiche nuove, tenendo conto degli avanzamenti, delle sconfitte e delle necessità che si sono palesate in tutti questi anni. Come sostiene una mia amica giurista:

In realtà questi movimenti nascono anche da una riflessione sul fatto che quella sull’acqua è stata una vittoria parziale, perché il referendum non ha potuto intervenire sulle forme di gestione, che solo in pochissimi casi sono partecipate. Quindi si può dire che questo fatto abbia mostrato l’importanza di soffermarsi sulle forme di gestione dei beni comuni (di ogni tipo), oltre che sulla proprietà.

Pratiche che hanno allargato il terreno (e il concetto) di beni comuni a tutti quei livelli dove la comunità sa – e perciò può – esercitare il suo ruolo inclusivo di proposta e gestione.

A Venezia queste pratiche cominciano a diffondersi in molti movimenti e sono particolarmente caratterizzanti l’associazione Poveglia per tutti e le comunità della Vida.

Nel primo caso i veneziani decidono di prendersi cura di un’isola della Laguna, contrastandone la vendita da parte del Demanio e mettendo in campo una considerevole forza economica (un crowdfunding capace di raccogliere non solo a Venezia, ma in tutto il mondo, quasi 500.000 € da quasi cinquemila associati). Un’azione oppositiva che è stata necessaria a introdurre quella propositiva. La capacità di cura, con l’isola “abusivamente” rimessa a nuovo, con l’apertura di percorsi, sentieri, la segnalazione delle emergenze naturalistiche, e con la gestione di momenti di cultura e di festa. E quella di progetto, con la produzione di ipotesi d’uso autosostenute in una prima fase e capaci di intercettare finanziamenti etici in una seconda. Con una capacità di proposta che ha saputo richiedere l’isola in concessione (anche provvisoriamente) dal Demanio e gestire un ricorso al Tar (vinto) a fronte del suo diniego.

Vida, l’ex Teatro di Anatomia nel cuore di Venezia

Nel secondo caso altri abitanti (non i soli residenti della zona, ma quelli che del progetto si prendono cura) occupano (o per essere più filologicamente corretti “riaprono all’uso pubblico”) uno storico immobile ceduto dalla Regione ad un privato che vorrebbe farne un ristorante. E fanno vedere come una comunità sa trasformare un luogo sempre chiuso in un centro aperto, inclusivo, capace di attrarre iniziative culturali e di relazione e scambi solidali. E questo avviene in una città come Venezia dove la riapertura di spazi pubblici è una delle poche forme di resistenza alla tendenza della monocultura turistica ad appropriarsi di tutti gli spazi urbani. In questo caso è particolarmente evidente come la gestione comunitaria non soltanto è un’alternativa alla svendita del patrimonio pubblico ma è la forma giusta per valorizzarlo: perché mantiene l’ambiente e offre servizi urbani, contenendo almeno un po’ la bulimia onnivora della rendita turistica.

Sono esempi paradigmatici di beni territoriali e urbani diffusi che vanno a tutti gli effetti considerati “beni comuni emergenti” e di come l’auto gestione delle comunità ne sia la forma di conduzione più adeguata.

Non a caso Poveglia e Vida organizzarono il 14 aprile 2018 una discussione tra realtà di questo tipo, che portato a Venezia, per il convegno L’altro uso. Usi civici e patrimonio pubblico – dalla vendita alla gestione collettiva comunitaria, i principali protagonisti di queste azioni sui beni comuni emergenti: dall’ex Asilo Filangieri di Napoli alla fattoria senza padroni di Mondeggi, da Casa Bettola casa cantoniera autogestita di Reggio Emilia alla comunità degli Elfi dell’Appennino pistoiese, a tutto l’elenco dei partecipanti che trovate nel programma.

Ora si tratta di riprendere il discorso e svilupparlo. Nella “teoria” e soprattutto nella pratica.

L’occasione è offerta da due iniziative di carattere nazionale: la presentazione da parte di un gruppo di giuristi di una proposta di legge di iniziativa popolare sui beni comuni (il lancio della raccolta di firme è avvenuto a Roma il 19 gennaio 2019) e l’appello per costruire in comune lo spazio urbano e difendere i beni comuni naturali (sul quale è convocata una prima discussione a Napoli il 17 febbraio 2019).

Quando si muovono giuristi come Ugo Mattei e Alberto Lucarelli che hanno sostenuto battaglie fondamentali come il referendum sull’acqua pubblica per promuovere una legge sui beni comuni che porta il nome di Stefano Rodotà, la prima reazione è di interesse ed attenzione. Prima ancora di leggerla e di meditarla.

Poi però la si legge e la si medita. Ed emergono delle cose che a molti non sono piaciute, a più di qualcuno sono sembrate pericolose e a tutti sono parse proposte con un metodo che è l’esatto contrario di quella partecipazione che dovrebbe stare alla base di ogni discorso sui beni comuni. Ed è stata fondante per tutte le esperienze sviluppatesi in questi ultimi anni.
Un grido allarmato, è quello lanciato dal giudice Paolo Maddalena, nel suo “Perché dico no al testo sui beni comuni della legge Rodotà”.

Una manifestazione del movimento per la Vida, l’ex Teatro di Anatomia

Attenzioni e critiche sono state riservate alla proposta dal gruppo di “Salviamo il paesaggio”, il più importante network che porta a sistema le battaglie contro l’uso del suolo nel nostro paese. E anche a Venezia in una affollata assemblea che doveva avviare la raccolta di firme sulla legge sono emerse una serie di criticità, riportate poi all’assemblea di Roma.

La prima critica riguarda il “metodo”, perché non vi è stato un effettivo passaggio per costruire “insieme” la piattaforma di azione; è emersa dunque l’esigenza di un coinvolgimento più importante delle comunità di pratica che vivono e animano i beni comuni e dei giuristi che da queste pratiche stanno elaborando una rinnovata disciplina dei beni comuni.

Nel merito le perplessità registrate riguardano soprattutto la capacità della proposta di legge della Commissione Rodotà (anche qualora dovesse essere approvata così com’è) di “proteggere” le occupazioni di immobili, terreni, isole e altri beni abbandonati, finalizzate a porre in essere esperimenti di mutualismo e autogoverno delle comunità, apertura dei beni comuni alla collettività e generazione di redditività civica; inoltre è stata sottolineata la necessità di integrare nella proposta quanto in questi dieci anni è maturato in termini di esperienze e conoscenze.

L’appuntamento di Napoli è promosso dall’ex Asilo Filangieri, da Mondeggi e da altri soggetti territoriali e vuole essere un modo per riprendere a livello nazionale il filo di un percorso collettivo di elaborazione di proposte e costruzione di piattaforme tra esperienze, singoli individui e comunità di pratiche che si riconoscono nel percorso dei beni comuni. Sarà il primo di una serie di appuntamenti di questa rete itinerante.

Credo che il punto sia questo. La ricostruzione di un senso di comunità attorno alla gestione dei beni comuni è un antidoto. O forse un vaccino contro la disgregazione di una società che non hai più nel lavoro, nel welfare e nell’inclusione sociale i suoi pilastri fondativi. Perché dalla gestione partecipata e inclusiva dei beni comuni si può ripartire per la (ri)costruzione di un senso di comunità.

Concludo con una considerazione. Personalmente sono tra quelli che ritengono che alcuni dei contenuti della proposta di legge possano essere pericolosi (ad esempio la delega al governo a legiferare entro un quadro definito da una proposta di legge “a maglie larghe” che non chiude alla vendita di beni – definiti pubblici sociali – tra i quali rientrano buona parte delle “nuove pratiche” qui definite “beni comuni emergenti”; il metodo di costruzione e gestione, e via dicendo).

Spero però che se si prospetteranno due percorsi di ripresa di dibattito e iniziative sui beni comuni i loro promotori e sostenitori sappiano andare nella stessa direzione.

E non dimentichino che c’è un avversario potente: il fronte neoliberista e sovranista.

Beni comuni. Il laboratorio veneziano ultima modifica: 2019-02-02T11:03:22+02:00 da MARIO SANTI

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