Il latino lingua morta? Macché… è più viva che mai

Numerosi sono gli indizi che sembrano confermarne un rinnovato e diffuso interesse
scritto da MARIO GAZZERI

Imago animi sermo est: qualis vita talis oratio [Seneca]

La rinascita, o forse la stessa resurrezione di una città, della sua natura, cultura e storia, si manifesta a volte in una serie di segni che appaiono scollegati in un primo momento ma che, ad una lettura più approfondita, mostrano un terreno condiviso, di comune sentire. Parliamo naturalmente di Roma, ma anche dell’Italia in generale e del rinnovato interesse che sembra conoscere il latino, sbrigativamente catalogato come “lingua morta”, ma forse più viva che mai.

Numerosi sono gli indizi che sembrano confermare questa riscoperta a partire dal grande successo della recente mostra che le Scuderie del Quirinale hanno dedicato ad Ovidio, in occasione del bimillenario della sua morte in esilio, al crescente interesse editoriale per i libri sulla lingua latina (e greca), dalla richiesta avanzata da più parti perché il latino (ma anche il liceo classico) siano riconosciuti come bene “patrimonio dell’umanità” da sottoporre quindi alla tutela dell’Unesco, fino al moltiplicarsi, in rete, dei siti dedicati alla lingua di Cicerone e alla storia di Roma.

Il fascino del latino non si discute. È la lingua dei re, dei papi e dei poeti. Lapidaria e definitiva, è la lingua della storia occidentale, dei documenti, delle leggi, dei trattati, della cristianità. Ma è anche duttile quanto poche altre come tutti noi sappiamo ricordando i sospirati versi d’amore di Catullo, quelli epici di Virgilio e quelli mistici e mitici di Ovidio, studiati sui banchi di scuola.

Grazie anche alla nuova versione italiana delle “Metamorfosi” scritta pochi anni fa dal compianto Vittorio Sermonti, i testi del poeta di Sulmona hanno registrato una crescita nelle vendite resa ancor più netta in occasione della recente mostra alle Scuderie, secondo quanto ci hanno confermato alcuni librai di Roma.

Parallelamente, è aumentata la tiratura delle opere di Nicola Gardini (latinista e professore di letteratura italiana e comparata alla Università di Oxford) i cui libri “Viva il latino, storie e bellezza di una lingua inutile” e “Le 10 parole latine che raccontano il nostro mondo”, hanno conosciuto un buon successo di vendite (grazie anche alla sensibilità di alcuni giornalisti, tra cui Lilli Gruber, che più di una volta lo ha invitato alla sua trasmissione serale).

In questo caso, c’è da osservare come il successo sia stato indirettamente propiziato anche dall’imprevista e clamorosa affermazione internazionale de “La lingua geniale, 9 ragioni per amare il greco”, della giovane studiosa Andrea Marcolongo al quale forse (anche se in minima parte) ha giovato l’indovinatissimo titolo che sembra orecchiare quello del super best seller mondiale “L’amica geniale”. Le file di visitatori alle Scuderie, il rinnovato, ma mai sopito interesse per il latino, sembrano dunque alimentare la speranza di un “rinascimento latino”, specie nella Capitale dove anche le stazioni della malridotta ferrovia metropolitana rimandano in qualche modo alle comuni radici (Subaugusta, Cornelia, Laurentina)… fino alla nuova stazione di San Giovanni al cui ingresso sono sistemati in teche di perspex e vetro i reperti trovati durante i lavori di scavo della sotterranea.

La curiosità intellettuale che è alla base di questa lenta riscoperta della “squisita perfezione della lingua latina” (Giacomo Leopardi), argomenta Gardini, si basa anche sulla percezione che il latino “è ‘lingua futura’ in quanto fa nascere senza sosta, denominazione e parole attraverso cui dare ordine all’esperienza”. Studiare il latino, limitarsi anche a tradurre le iscrizioni su tempi e chiese, è un esercizio non fine a se stesso ma destinato a farci amare ancor più l’italiano, lingua neolatina per eccellenza che rappresenta un fortissima elemento di identità nazionale ed è anche da considerarsi come “un bene culturale in sé”, come ricorda l’italianista Luca Serianni citando una sentenza della Corte costituzionale (la numero 42 del 21 febbbraio 2017).

Buona parte dei neologismi nell’arte, nella scienza, nel mondo delle comunicazioni, è di origine greca o latina. Basti pensare all’inglese “social media”, che è formata da due parole latine. Molti anni fa, sullo schermo bianco-nero della tv, ricordo Luciano Bianciardi (“La vita agra”) correggere un giornalista che parlava di “midia”. “Si pronuncia ‘media’, ragazzo mio. È latino, non americano…”.

Anche, nel Risorgimento, nel lungo e doloroso cammino verso l’Unità nazionale, era frequente il ricorso a locuzioni latine, impiegate forse per nobilitare ancor più la causa per cui si combatteva. “Ius sanguinis, ius soli”, “Mater dolorosa”, “Pro Patria mori”, “Ignoto militi”, quelle citate dallo storico Alberto Mario Banti nel suo bellissimo libro “Sublime madre nostra. La nazione italiana dal Risorgimento al fascismo” (Laterza). E, dunque, i segni di questa nuova affezione per l’italiano passano attraverso il latino, attraverso le radici per ritrovare l’essenza della propria lingua identitaria.

Naturae sequitur semina quisque suae [Ognuno segue il seme della sua natura]

lo diceva già Properzio…

Infine un cenno per un nuovo libro dei due latinisti Paolo Cesaretti (Università di Bergamo) e Edi Minguzzi (Università Statale di Milano), “Il dizionarietto di latino, La rete comune d’Europa” che, a dispetto del titolo leggermente “riduttivo”, è un esteso elenco di lemmi latini, delle loro origini ed etimologie in una lettura interessante, colta e divertente che offre molti spunti di riflessione e un incredibile desiderio di riprendere lo studio del latino. Come dicevano i dotti di un tempo che fu,

Civis romanus sum, latine loquor.

Il latino lingua morta? Macché… è più viva che mai ultima modifica: 2019-02-03T19:23:07+02:00 da MARIO GAZZERI

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