I “finanzieri democratici”. Un libro di Claudio Madricardo

“Democrazia indivisa" racconta vicende di un periodo molto intenso della nostra storia recente, che videro protagonisti dei militari di uno dei corpi costitutivi del nostro sistema democratico, la Guardia di Finanza
scritto da FRANCO AVICOLLI

“Democrazia indivisa. Il ’68 del Movimento dei Finanzieri Democratici” di Claudio Madricardo, con prefazione di Giuseppe Giulietti, è il terzo libro cartaceo che ytali. propone ai suoi lettori. Racconta vicende di un periodo molto intenso della nostra storia recente, che videro protagonisti dei militari di uno dei corpi costitutivi del nostro sistema democratico, la Guardia di Finanza. Un capitolo importante della storia degli anni Settanta, finito inspiegabilmente nell’oblio. Il lavoro meticoloso e appassionato di Madricardo, basato su una rigorosa ricostruzione documentale di quelle vicende e sulla raccolta di testimonianze dei protagonisti di allora, lo riporta alla memoria, restituendo a fatti di oltre cinquant’anni fa la freschezza dell’attualità. Il libro è acquistabile tramite le più importanti piattaforme librarie, come Amazon e Feltrinelli online. [g. m.]

Di seguito la recensione del libro scritta da Franco Avicolli.

La legge e lo Stato tracciano un territorio nel quale il cittadino comune può definire un proprio status e una soggettività che lo qualificano come persona. Il termine “cittadino” colloca l’affermazione in epoca post rivoluzione francese e ciò per evitare ogni possibile malinteso. La questione, ovviamente, non è pacifica perché legge e Stato possono entrare in rotta di collisione, cosa che avviene tutte le volte in cui la legge, per varie cause e protagonismi, può raggiungere i propri effetti solo parzialmente e quando un settore dello Stato non realizza le funzioni per le quali è stato creato. È appunto il caso che Claudio Madricardo pone allo scoperto con “Democrazia indivisa” che affronta il caso della smilitarizzazione della Guardia di Finanza, entrato nell’agenda politica degli anni Settanta del secolo scorso.

L’autore esamina i fatti per affermare la legittimità dei finanzieri di aspirare al godimento dei diritti dello Stato, ma soprattutto per sottolineare che il funzionamento dello Stato democratico e di diritto può essere assicurato se le sue istituzioni funzionano in corrispondenza della loro ragione. Chiarisce perciò, che il libro

nasce dalla convinzione che la democrazia non si può separare dalle forme concrete in cui essa si attua nel­le istituzioni, compresi quelli che un tempo erano chiamati i corpi separati dello Stato.

È un principio importante e attuale in un’epoca come la nostra che mira più a riformare le istituzioni, Costituzione compresa, che a rimuovere le cause che non le fanno funzionare, un metodo che vede lo Stato rispetto ad un qualche sistema produttivo consolidato ritenuto più o meno senza alternative – nel caso nostro, lo sviluppismo – e non ad un sistema di convivenza sociale in cui la parità dei diritti non sia solo nominale.

Madricardo inserisce la vicenda in una situazione veneziana felicemente vivace e coinvolge nella narrazione i protagonisti – fra cui ricordo Gianquinto, gli avvocati Battain e Mantovan, parlamentari veneziani come Martino Dorigo, Momi Federici – che a vario titolo danno corpo ad un evento che nella sua fase propositiva si sviluppa tra il 16 aprile 1976,

quando a Venezia, lungo le calli percorse normalmen­te dai militari del Corpo per andare nelle rispettive caserme, compare dal nulla… un volantino di protesta che esprime il profondo malessere che serpeggia e che avan­za alcune rivendicazioni; [e] il 16 marzo 1978, giorno in cui fu rapito Aldo Moro…

che segna il passaggio da una sta­gione politica che crede nel cambiamento “alla successiva epoca di chiusura e riflusso.”

Il volantino segna la nascita dei “Finanzieri Democratici”, un movimento che, sottolinea Claudio Madricardo, ha il merito di mettere in relazione

gli interessi particolari di una categoria, soprattutto dei subalterni, con l’interesse genera­le del paese [e, insieme] l’incongruità della struttura militare della Finanza in relazione al suo fine istituzionale.

Il suo autore principale è Vincenzo Montenegro, finanziere e studente di Economia e commercio di Ca’ Foscari, una condizione che gli vale una vera e propria persecuzione, giacché “i finanzieri che studiavano non erano visti di buon occhio”. Si scelse il volantino in mancanza di “un giornalista che fosse interessato a scriverlo”.

Il racconto dei primi momenti propone un’atmosfera cospirativa che denota le condizioni soggettive dei protagonisti ed è molto utile per capire il grande salto di qualità che fece fare la lotta.

La mattina del 15 aprile, ricorda Montenegro, andando al lavoro, percepii una certa agitazione nella Compagnia di Me­stre. Lì c’erano due finanzieri in trasferimento temporaneo di stanza a Marghera, Orlando e Imperato. Io allora ero alla ricerca di colleghi che potessero condividere i motivi della protesta, e i due mi fecero il nome di Raffaele Dore, destinato a diventare uno dei padri del Movimento. Mi parlarono anche di altri finanzieri della Stazione Navale della Giudecca, che cercai di contattare, tutti con prudenza. Trascorsi pochi giorni, dalla Stazione Navale ebbi i primi con­tatti con Carmelo Giuffrida, Antonino Bresciano, Modesto Di Santi, attualmente residenti a Mestre, e con Antonio Ruvio che, raggiunta la pensione, ha fatto rientro nella sua Sicilia. Diventarono in breve sostenitori, suggeritori e assidui fre­quentatori del Movimento dei Finanzieri Democratici.

Un altro protagonista dei primi vagiti del movimento, Raffaele Dore, aggiunge che

la situazione era inso­stenibile. Soldi ne prendevamo pochi, ci trattavano come dei cani e solo come dei numeri. Quando uscì questo primo vo­lantino, per noi fu come una luce, una speranza, un qualcosa che si muoveva per cambiare la nostra condizione. Che non ci consentiva di lavorare, in primo luogo. Rientravi in caser­ma dopo ore di lavoro fuori, e il guardia campo ti riprendeva perché avevi le scarpe sporche di terra. Le vessazioni del co­mando, poi, erano continue.

La collaborazione delle organizzazioni sindacali, quella del movimento studentesco e della Nuova Sinistra che secondo Alberto Madricardo “ha avuto un ruolo determinante”, contribuiscono alla realizzazione di incontri e assemblee con cui si prende coscienza che la Guardia di Finanza era un corpo volutamente poco efficiente, visto che solo settemila dei 44 mila uomini della GdF svolgono l’attività di polizia tributaria. È un cammino che chiarisce la necessità di approfondire l’analisi con la società civile in una situazione in cui

i comandi erano impegnati a difendere la separatezza del Corpo dal resto del­la società, che era poi la condizione per la sopravvivenza dei privilegi interni e del sistema di potere su cui si basavano, e questo era alla fine il loro punto debole.

Il lavoro di Madricardo è minuzioso nei dettagli che costruiscono la coscienza dei protagonisti e il senso della GdF, come l’intervento del finanziere Francesco Scola e studente universitario in consiglio comunale di Venezia, che domanda:

Siamo in grado di far pagare le tasse con equità e giustizia combattendo le evasioni fiscali? Noi riteniamo di dover parlare con molta onestà e dire senza falsità che a no­stro giudizio non siamo in grado di fare quello che la società ci chiede.

Non manca di ricordare gli alti gradi militari e i numerosi scandali che hanno coinvolto la GdF, come, nel caso del Mose, il generale Emilio Spaziante.

Esaurito lo slancio di una prima fase, a partire dal rapimento di Moro, inizia un nuovo periodo caratterizzato dalla convinzione che un migliore funzionamento della pratica fiscale è legato ad un ruolo più autonomo dei finanzieri e in modo speciale che

ogni tentativo di riforma in ambito fiscale non potesse eludere il problema della riforma degli strumenti attraverso i quali questa doveva essere attua­ta, in primo luogo la GdF.,

come afferma il capitano Carmine Buffone ritenendo che

questo è uno dei nodi principali da sciogliere per poter par­lare seriamente in Italia di giustizia fiscale.

Alla vicenda del capitano Buffone è dedicato il terzo capitolo del libro che si conclude con un’intervista ad Alberto Madricardo, che sottolinea gli elementi che caratterizzano il Movimento dei Finanzieri democratici.

In chiusura l’autore rileva – e siamo ai nostri giorni – che “in un contesto lontano anni luce” dalla richiesta formulata negli anni Settanta, la Corte costituzionale autorizza finalmente la nascita di un sindacato della GdF, aggiungendo la nota amara che, nel corpo ancora militarizzato,

c’è un eccesso di posti di comando, con dieci generali di corpo d’armata per circa sessantamila finanzieri, mentre gli Stati Uniti ne contano dieci per un milione e mez­zo circa di soldati.

I “finanzieri democratici”. Un libro di Claudio Madricardo ultima modifica: 2019-02-07T18:41:27+02:00 da FRANCO AVICOLLI

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1 commento

Mario Soavi 9 Febbraio 2019 a 22:25

Molto interessante (ovviamente) la sintesi finale, ma assai piacevole la forma “discorsiva” di tutto il libro, che ha reso perfettamente viva la vicenda e le ha dato un’umanità sorprendente: pacata, schietta, a volte sempliciotta, ma per tutto questo estremamente veritiera. Bel libro storico, complimenti.

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