“Per un meta-nazionalismo europeista”. Parla Franco Cardini

Secondo lo storico sarebbe questa la risposta al "ridicolo neonazionalismo zoppo dei sovranisti"
scritto da Matteo Angeli

Sono più di settant’anni che il progetto europeo attende di trasformarsi da piano economico in progetto politico. L’ostinazione con cui gli stati membri s’aggrappano alla loro sovranità non fa bene sperare. Il sogno di Robert Schuman è destinato a restare per sempre chiuso nel cassetto?
Ne abbiamo parlato con Franco Cardini, già docente di storia medioevale all’Università di Firenze e in altri atenei europei ed extraeuropei, attualmente membro del Consiglio direttivo dell’Istituto Storico Italiano per il Medioevo e professore emerito dell’Istituto di Scienze Umane e Sociali, annesso alla Scuola Normale Superiore.

Franco Cardini

Professor Cardini, quali sono le radici del sovranismo, inteso come ideologia?
Il sovranismo è un’ideologia d’accatto, profondamente contradditoria nelle sue stesse basi, espressione di un fenomeno difficile da qualificarsi, che è il populismo. Il populismo – inteso generalmente come espressione di una sfiducia nelle élite e di un’attesa di rinnovamento che non s’affida tanto alla politica quanto piuttosto a un’energia che si dovrebbe sviluppare a livello comunitario – ha una tradizione lontana nei secoli, precedente addirittura ai grandi movimenti populisti sette-novecenteschi, che sono poi a loro volta, nel Novecento, in un rapporto molto difficile da definirsi con il totalitarismo.

Il totalitarismo è infatti un populismo passato attraverso la società di massa, l’industrializzazione e la guerra e, in quanto fenomeno, è circoscritto nel tempo a una fase della nostra storia che si è esaurita. Si tende a maltrattarlo, perché spesso si pensa al totalitarismo come a un peggiorativo del termine dittatura, ma non è così. Il totalitarismo è un movimento in cui l’individuo viene coinvolto in tutti gli aspetti della vita collettiva, è un modo per risolvere i problemi della società di massa, che il liberalismo classico ottocentesco non era riuscito a risolvere.

Ci sono dei caratteri del totalitarismo che restano sedimentati nel mondo europeo, che sono, da una parte, la necessità di un rinnovamento profondo, e, dall’altra, il bisogno d’ordine, l’idea che dal caos, dalla rivoluzione nascerà un ordine nuovo.

Però, tutte queste cose adesso si presentano come dei fumosi tentativi di dare risposta a un fallimento che è sostanziale, quello delle attuali élite. L’attuale populismo è infatti una risposta polemica, violenta, anche se per il momento soprattutto a livello concettuale, alle élite dell’ultima fase della modernità, di quella che Zygmunt Bauman ha chiamato la modernità solida. Questa modernità è caratterizzata da una sicurezza in alcuni principi di base, creati nel sedicesimo secolo, che, schematizzando sono: il primato dell’individualismo, quindi le libertà individuali, la civiltà dei diritti, e, correlativamente, l’eclisse della società dei doveri. E poi, il primato dell’economia, il primato della tecnologia e lo spostamento del principio del limite.

La modernità, rispetto ad altre età della storia, non si pone uno scopo, che poteva essere l’affermazione di una società senza classi o la vittoria di un popolo considerato superiore. La fase estrema, e direi anche finale, della globalizzazione, che Bauman dice che va a finire nella modernità liquida, è quella in cui si fanno soldi per fare soldi, si fanno scoperte per fare scoperte. I concetti di sviluppo e progresso sono fini a sé stessi, sono globalmente sentiti come un bene di per sé, indipendentemente dagli scopi che vogliamo raggiungere.

Questo è un problema?
Tutto questo ha generato a livello socio-economico mondiale una sperequazione come non si era mai vista in passato, un concentramento mostruoso di gran parte delle ricchezze e delle risorse del mondo nelle mani di poche persone. Poche centinaia di famiglie e lobby dominano la scena economica e quindi anche la politica del mondo. Karl Marx diceva che la politica era ormai diventata un comitato d’affari dell’economia e della finanza. Aveva ragione, non ai suoi tempi ma in maniera profetica.

Ci spieghi meglio…
Le cartine di tornasole sono molte. Basti pensare all’immigrazione. Io guardo con ammirazione i migranti che vengono in Europa con il sogno di diventare europei. Se avessi chiaro il fatto di essere stato derubato per generazioni da gente che ha accumulato denaro per sperperarlo e metterlo al servizio di un mondo profondamente ingiusto, io arriverei a Lampedusa con il fegato in mano. Sono pieno di affettuosa ammirazione di fronte a questi poverini che s’accontentano dello smartphone e delle magliette, magari finto-griffate. Questo è un mondo che sta accusando forti segni di vecchiaia. Quando si è vecchi o si sparisce o ci si rinnova. E, del resto, la sparizione è già di per sé un segno di rinnovamento.

Qual è la differenza tra il vecchio nazionalismo e il sovranismo?
Il vecchio nazionalismo aveva una funzione, era una profezia per il domani. Il sovranismo, invece, è una sorta di tecnica di difesa abbastanza fragile, che non riesce nemmeno ad articolarsi. Dal sovranismo non ci possiamo aspettare un futurismo o un totalitarismo. Il sovranismo deve fare i conti con una grande contraddizione di fondo: è ridicolo essere sovranisti nel senso di volerci liberare dalla moneta unica e non accorgersi che l’Europa e soprattutto l’Italia è tecnicamente occupata da un esercito straniero, la Nato. Non a caso, solo ora che gli americani fanno capire che potrebbero mollare la Nato, si è cominciato a parlare di un esercito europeo. Ma questo l’aveva già detto settant’anni fa Robert Schuman.

Perché nel dopoguerra dopo aver avviato la comunità economica europea non si volle avviare una comunità di difesa?
Le sinistre stavano facendo il loro gioco, che era quello dell’Unione sovietica, e il centrodestra pensava che non c’era bisogno di difendersi perché c’era l’America che se ne preoccupava. Schuman allora disse, giustamente, “se si parte da questo principio, noi l’Unione europea non la vedremo mai”. Aveva perfettamente ragione: ora siamo di nuovo punto e a capo.

L’Unione europea ha comunque garantito un periodo di pace e benessere senza precedenti…
No, ha garantito un periodo di guerra e sfruttamento. Gli europei per decenni si sono illusi di essere in pace, mentre noi la guerra la esportavamo. Di operazioni militari, la Nato ne ha compiute tante, già dai tempi in cui facevo il servizio militare, negli anni Sessanta. Alla fine dell’Unione Sovietica, c’è stato poi un mutamento epocale. Che fare della Nato? Smantellarla era fuori discussione, perché è un castello di infrastrutture e interessi, e allora è diventata qualcosa che è servito per fare la nuova politica orientale, con la quale siamo andati in giro a bombardare, dai Balcani al Libano, dall’Afganistan all’Iraq. A bombardare gente che non ci aveva fatto nulla, senza sapere nemmeno perché lo facevamo. Lo sapevano le alte sfere, quelle che poi ci obbligano a comprare gli F15, ma noi non lo sapevamo.

Da dove può passare una rinascita, un recupero del progetto europeo?
Durante l’ultimo secolo, più volte siamo stati sollecitati a unirci noi europei. Nell’epoca dei grandi blocchi – Stati Uniti, Unione Sovietica, terzo mondo – abbiamo avuto il tempo di pensarci. In questo periodo noi abbiamo creato un’unione di tipo economico, finanziario e fiscale. Purtroppo siamo stati ingannati. Io ho pensato per molto tempo che l’Unione europea avrebbe dovuto essere il primo passo verso un’unione politica continentale, di tipo federale o confederale. C’era ampio spazio per dibattere ma di questo non è stato fatto nulla. Quando veniva fuori la questione della possibile unione politica s’obiettava che l’Europa è in fondo il luogo delle diversità, linguistiche, storiche, ecc. Gli Stati Uniti sono riusciti a creare un’unità politica perché erano stati giovani, non troppo differenziati; l’Unione Sovietica ha potuto approfittare di una situazione in cui c’erano stati enormi, ma con una popolazione piuttosto rarefatta. E poi, c’era una cultura-guida. In Europa, invece, le culture-guida sono tante e sono una opposta all’altra.

Cosa si sarebbe dovuto fare?
Si sarebbe dovuto studiare i modi per unirsi nella diversità. Penso all’Europa come arcipelago di nazioni, di cui parlava Cacciari già molti anni fa. Queste cose bisognava tradurle in politica. Il punto è che, a livello di vertici europei, non c’era la volontà di tutto questo. I vertici europei erano, coscientemente o incoscientemente, asserviti a chi un’Europa unita non la voleva: l’Inghilterra, europeissima ma non adatta a fare gioco di squadra, e, soprattutto, gli Stati Uniti.

Fatta l’Europa andavano fatti gli europei?
Anche se il parlamento europeo, anno dopo anno, faceva dei buoni provvedimenti su scuola e università – io continuo a dire che l’Erasmus è stato uno dei risultati migliori dell’Unione Europea – allo stesso tempo non veniva prevista nessuna istituzione scolastica o universitaria comune in Europa, come non si è mai preso in considerazione un discorso culturale seriamente comune all’Europa, a cominciare dalla storia. Siamo stati per molti decenni cittadini europei però abbiamo studiato nelle nostre scuole nazionali, ciascuno la propria storia nazionale.

Faccio un esempio: a noi italiani nessuno ha detto: “Facciamola finita di parlare di seconda guerra di indipendenza, perché non esiste la seconda guerra di indipendenza. Esiste una guerra franco-prussiana, combattuta nell’Italia settentrionale, in cui un regno italico, che aspirava a diventare leader nella penisola e che era il regno di Piemonte, partecipò assieme ai francesi”.

Bisognerebbe cominciare a fare la storia in questo modo. Se noi questa cosa l’avessimo fatta, a partire degli anni cinquanta – e la potevamo fare, c’erano gli strumenti culturali e gnoseologici per farla – oggi avremmo una scuola europea con dei cittadini europei coscienti di esserlo.

Invece, non c’è nulla di tutto questo e, allora, per forza di cose il sovranismo affonda come un coltello nel burro, perché non si è fatta alcuna terapia anti-sovranista. Non si doveva pensare a costruire l’Europa partendo dal tetto.

Cosa intende dire?
Secondo la politologia classica, per creare uno stato o una confederazione di stati sono necessari quattro elementi: l’unità di bandiera, l’unità di toga, l’unità di spada e l’unità economica. L’unità economica – la moneta – è certamente la più facile a costruire. Concettualmente questo è il tetto della casa europea. Noi abbiamo cominciato a costruire il tetto, però le altre cose non le abbiamo fatte.

Ci siamo arenati sulla costituzione. Abbiamo litigato su una banale buccia di banana: se l’Europa ha radici cristiane o non le ha, che è una soluzione che si poteva trovare con una frase elegantemente azzeccata. È difficile credere che ci fosse veramente della buona fede quando su questa base si è fermato il lavoro della costituzione europea. Il problema è che non si voleva o si sentiva di non essere adeguati a costruire le basi costituzionali di una nuova cosa. Dopo settant’anni di Unione Europea non siamo arrivati nemmeno a porre con chiarezza il problema sul tipo di cessione di sovranità che i singoli stati vogliono fare all’autorità centrale: modello statunitense, modello tedesco o modello svizzero?
Non c’è stato dibattito su questo. Nemmeno i più accanisti europeisti si sono posti il problema.

In un mondo sempre più minaccioso, in cui l’Europa è sempre più un’isola democratica circondata da stati che democratici non sono, non pensa che saremo obbligati dalla necessità a fare un salto in avanti, a unirci, in uno stato federale o meno, pena il rischio di diventare irrilevanti?
Lei dice che bisognerà fare un salto in avanti, ma è sicuro che l’avanti della storia che ci aspetta sia un avanti del tipo che noi chiamiamo per convenzione “democratico”, cioè rappresentativo-parlamentare? È sicuro che non esistano altre forme che potrebbero prevalere? A me sembra che nel resto del mondo la formula rappresentativo-parlamentaristica sia ormai ridotta a un guscio, perché in realtà anche quando si scelgono i rappresentanti si scelgono attuando un sistema di selezione delle élite che dipende da pochi centri di potere che decidono e da pochissimi cittadini, almeno proporzionalmente, che accettano di partecipare ancora come corpo elettorale attivo a questa sorta di liturgia.

Siamo sicuri che la democrazia parlamentare è nel nostro dna futuro? So benissimo che la democrazia non funziona in Siria, Giordania, Algeria o Egitto. Ma mi chiedo, da noi funziona? Si pensi agli Stati Uniti, che hanno già metabolizzato il fatto che alla radice della svolta del ventunesimo secolo c’è un presidente – George W. Bush – eletto in un colossale broglio elettorale. Lo sapevano e lo sanno tutti. O che pensare che alla radice dell’elezione di Donald Trump c’è forse una sorta di combine internazionale?

In termini di giustizia sociale, vede qualcosa che potrebbe funzionare meglio dell’attuale democrazia parlamentare?
Servirebbe una selezione migliore delle classi dirigenti, che preveda una preliminare scelta basata sulle competenze. Questo prima o poi sarà un problema che si porrà sul serio, al di là delle commissioni antimafia. Le campagne elettorali hanno come esito la scelta di élite che sono sempre più ignoranti, meno competenti e meno oneste. Ritengo scandaloso che in una società democratica si possano accettare dei parlamentari che hanno enormi carichi penali alle loro spalle, per la semplice fictio iuris che ormai certe cose sono cadute in giudicato. L’atto rimane. Finché si continua a fare così, avremo soltanto delle democrazie zoppe, malate, inadeguate e anche abbastanza ridicole.

I leader europei sono inadeguati?
È vero che Angela Merkel ed Emmanuel Macron non sono adatti, ma, almeno per quanto riguarda Merkel, questa è la persona che più assomiglia a un uomo politico in Europa. E poi, c’è poco da fare: la Francia e la Germania sono la colonna vertebrale del continente europeo. L’Europa è la Francia e la Germania con alcune cose intorno. Bellissime, straordinarie, ma ciò non toglie che il grande impero inglese ha un piede in Europa e l’altro nel Commonwealth, che la grande civiltà spagnola ha un piede oltreoceano, in America latina, che la grande civiltà slava ha un piede in Europa e un piede in Asia e che noi mediterranei abbiamo un piede in Europa e uno in Africa e nel vicino Oriente.

Il nucleo dell’Europa è carolingio. Non a caso Francia e Germania hanno firmato il nuovo trattato dell’Eliseo ad Aquisgrana. Avrebbero potuto fare un passo in più, invece di riproporci il vecchio giochino di tedeschi e francesi che comandano sugli altri, che in verità vuol dire che comandano i tedeschi e i francesi sono la foglia di fico. Avrebbero potuto assumersi le loro responsabilità, formulando una proposta politica, per esempio federale alla tedesca o federale alla statunitense, o confederale alla svizzera.

Il futuro dell’Europa si decide a Parigi e Berlino?
Serve una trasformazione politica della loro Europa. Il passaggio da un’Europa che è azienda, che mette le tasse, che stabilisce la lunghezza della coda degli stoccafissi, la quantità di nocciola che va nella cioccolata, il rapporto tra spread e pil a una realtà che sia politica. L’unico modo di rispondere al ridicolo neonazionalismo zoppo dei sovranisti è questo: riproporre un metanazionalismo europeista. Questo non è stato fatto da nessuno.

[ottava di una serie di interviste in vista delle elezioni europee]

“Per un meta-nazionalismo europeista”. Parla Franco Cardini ultima modifica: 2019-02-09T16:53:07+00:00 da Matteo Angeli

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