Europa, quando la cecità genera disastri

Al di là dell’attualità e del sostegno dato da certi politici italiani ai gilet gialli francesi, c’è una crisi che ha colpito tutti i paesi occidentali da più di un decennio e che la maggior parte degli osservatori non ha visto arrivare.
scritto da ANDRÉ-YVES PORTNOFF

Quattro anni fa lessi con passione il manoscritto che Françoise Frisch mi aveva affidato. Jean-Paul Delevoye, allora presidente del Consiglio economico, sociale e ambientale (Cese), terza assemblea francese, non ha esitato a sostenere il libro di Françoise Frisch, descrivendolo nella prefazione come “un’analisi chiara e lungimirante della nostra società e non la duplicazione tanto sfruttata di vecchie teorie”.

Françoise Frisch non era un’agitatrice estremista. Accademica e imprenditrice, aveva rappresentato al Cese il Medef, l’equivalente francese di Confindustria, in qualità di vicepresidente. Françoise Frisch ci ha lasciato nel 2015, poco dopo la pubblicazione del suo libro-testamento dove ha osato scrivere righe che si sono rivelate profetiche:

La generazione che se ne sta andando ha tollerato il degrado dell’istruzione nazionale, del sistema sanitario e della giustizia, ha massacrato la trasmissione del know-how e bloccato l’accesso alle posizioni di responsabilità. Il lavoro salariato è rimasto come figlio della servitù e nipote della schiavitù, con una sottomissione piramidale del maggior numero di persone. E il ritorno della barbarie […] si sta diffondendo molto rapidamente nelle squadre degli esseri umani al lavoro (in André-Yves Portnoff. A propos de l’ouvrage de Françoise Frisch. dans Futuribles, n° 404, janvier-février 2015).

“Da più di trent’anni”

Perché tutte le misure di buon senso sostenute da Françoise Frisch sono rimaste e restano pii desideri? Perché, secondo Frisch, il paese è stato bloccato da una classe dirigente che ha praticato incautamente la menzogna di stato. La frattura tra il Principe e il popolo diventa pericolosa quando si mente

sullo stato della Francia con il solo scopo di preservare gli interessi personali dei leader, perché una tale menzogna priva il popolo della sua sovranità e rompe il contratto sociale […] Per più di trent’anni, la Francia è stata coinvolta nella spirale viziosa della disuguaglianza […] ostacolando l’integrazione delle nuove generazioni nella vita economica. [I leader francesi, ndr] non sanno nulla dei Francesi, dei loro talenti, del loro dolore […] È così facile dimenticare gli interessi delle persone che non conosci.

“La novità è che le informazioni circolano più che mai, danneggiando i segreti di Stato, delle aziende e alcove”. Ormai, “le mediocri menzogne portano benefici soltanto a breve termine, solo la rettitudine permette un percorso sostenibile”.

Gilet gialli davanti all’Arco di trionfo a Parigi

Françoise Frisch ha descritto “una squadra piramidale”, “un club di incontri tra tecnocrati e lobbisti, rappresentanti delle grandi imprese e delegati dei signori dei salari”, una “cricca” di mille persone che impongono una governance quasi mafiosa.

Attenzione, avverte: “i periodi di licenziamento dei grandi paesi sono sempre finiti in un bagno di sangue”. Con l’aiuto del web interattivo, si è installata “una guerra civile latente tra il popolo francese e il suo potere politico”.

Allora, cosa possiamo fare?

Françoise Frisch contava su tre vettori di cambiamento che potevano catalizzare la nostra rinascita: “il web, i giovani, le donne”. Per evitare disordini, i leader “devono lanciare rapidamente un segnale forte che annuncerà l’inizio della transizione, aderendo così al desiderio popolare”.

Una tendenza trascurata

Nessuno ha notato il fatto che una persona di spicco scrive tali sentenze, approvate dal presidente della terza assemblea del paese. Certo, tutti i politici, in Francia e in Europa, non meritano il giudizio brutale di Françoise Fritch, che ha troppo generalizzato, tanto era giustamente indignata e inquieta. Però bisogna notare che la situazione che lei ha descritto quattro anni fa non era rivolta a un particolare partito politico e, purtroppo, non era nuova.

Come abbiamo scritto con Hervé Sérieyx sette anni fa, questo degrado della democrazia non è né nuovo né specifico della Francia. Già nel 1993, la defunta sociologa Hélène Riffault descriveva la crescita di un’aspirazione a

un mondo in cui il denaro e i beni materiali sono meno importanti, in cui i governi tengono maggiormente conto del pubblico.

Nel 2001, secondo il politologo Pascal Perrineau, il numero di cittadini che credevano che “i politici non si preoccupano molto di ciò che la gente come noi pensa” era passato dal 42 per cento nel 1977 al 58 per cento nel 1998! Sei anni dopo, Perrineau citava un’indagine della Sofres (una società francese di sodnaggi, ndr): “nel marzo 2006, solo il 30 per cento della popolazione pensava che i politici fossero “molto o in qualche modo preoccupati per quello che pensano le persone come noi”.

Gilet gialli manifestano a Bruxelles

Alla fine del 2009, la crisi si è intensificata: tre quarti dei francesi non avevano fiducia nei partiti politici e neanche nei media, il 63 per cento non aveva fiducia nelle banche, il 55 per cento nelle imprese private. L’Eurobarometro 2010 ha proseguito nella stessa direzione: la fiducia nel governo francese è scesa dal 29 per cento al 22 per cento in un anno e nei partiti politici dal 13 per cento al 9 per cento.

L’Eurobarometro della primavera 2018 indica che il 34 per cento dei francesi ha fiducia nel proprio governo, il che mette in prospettiva la crisi attuale: non è radicata nel presente ma nell’incapacità dell’intera classe politica di liberarsi dalle proprie sufficienze e insufficienze visibili già, almeno, un terzo di secolo fa.

Una malattia mondiale

Questo discredito delle istituzioni non è solo francese. Nel 2004, il 15 per cento degli europei conservava fiducia nei politici; la fiducia di americani e russi era allo stesso livello. Questa era la conclusione dei sondaggi condotti da Gfk ed Eurobarometro su 50.000 persone. Da allora, l’immagine dei politici non è migliorata.

All’epoca annunciavo con Hervé Sérieyx il pericolo di un’ondata populista, che avrebbe portato al potere fascisti o altri nemici delle libertà in diversi paesi europei. Abbiamo scritto che i nostri paesi avrebbero potuto, “sotto l’influenza di una serie di incidenti altamente emotivi, ritrovarsi paralizzati come nel maggio del 1968, che era un fenomeno globale”.

Gilet gialli manifestano sugli Champs Elysées a Parigi

All’epoca, in un’Europa ancora ricca e felice, era bastato rendere accessibili la televisione e la benzina e tutti potevano tornare a casa o partire per il weekend. Abbiamo avvertito, invano, che “domani, in un contesto di crisi e sofferenza, questo potrebbe non essere sufficiente”. Ci siamo!

Ormai è diventato drammaticamente urgente che un numero sufficiente di uomini politici di varie tendenze guardi la realtà sul campo, ascolti, comprenda e si trasformi in uomini di stato decisi a fare scelte, anche difficili, di lungo termine. Che un numero sufficiente di cittadini responsabili, interessati alle libertà fondamentali e al bene comune, possa passare dall’indignazione ad un’azione democratica, coerente e costruttiva con una visione, anche loro, a lungo termine.

Questo non è utopia, è la condizione per costruire un futuro degno di noi. Manca solo, finora, la volontà di appoggiarsi sui nostri valori.

 

Questo articolo è stato pubblicato in francese dal CJD (Centro dei giovani imprenditori francesi) e dal Club des Vigilants 

Europa, quando la cecità genera disastri ultima modifica: 2019-02-13T12:04:43+01:00 da ANDRÉ-YVES PORTNOFF

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