America Latina al voto. Uno stop alla destra?

Le prossime elezioni in Argentina, Uruguay e Bolivia potrebbero arrestare l'avanzata delle forze reazionarie nel continente. Ma Evo Morales rischia.
scritto da CLAUDIO MADRICARDO

Dopo le recenti elezioni presidenziali in El Salvador che hanno visto la vittoria al primo turno di Nayib Bukele che ha archiviato la lunga alternanza tra la destra di Arena e la sinistra del Fmln che durava dalla firma degli accordi di pace, questo sarà anche l’anno in cui Argentina, Bolivia e Uruguay dovranno eleggere i rispettivi presidenti. In un continente in cui la recente svolta a destra di Cile, Colombia e Brasile, e la crisi politica che travaglia il Venezuela, potrebbero in qualche misura influenzare le scelte finali degli elettori.

Il prossimo ottobre l’Argentina dovrà decidere se continuare o meno col modello neoliberista di Macri, al quale comunemente s’imputa la grave crisi economica da cui il paese sta cercando di uscire, fortemente indebitato col Fondo monetario internazionale. Scelte, comunque la si voglia vedere, che hanno diminuito la qualità della vita della maggioranza della popolazione, che hanno comportato una politica di aumento dei prezzi di servizi pubblici, compresi quelli di base. 

L’ex presidente Cristina Fernandez de Kirchner

Alla situazione di crisi economica ha fatto seguito un indebolimento politico di Cambiemos, il partito di Macri, che i sondaggi accreditano a un venti per cento del gradimento, mentre più del sessanta per cento della popolazione considera il suo governo nefasto. Cosa che potrebbe convincere gli argentini a scegliere una candidatura alternativa, magari accettando di votare l’eterna, e indagata, Cristina Fernández de Kirchner, che ancora è data vincente in un eventuale ballottaggio con l’attuale presidente. E che non a caso ultimamente, forse in vista di una sua volontà di ricandidarsi, nella questione dell’aborto che recentemente ha scosso il paese, ha assunto posizioni favorevoli alla conciliazione tra favorevoli e contrari. 

Secondo l’ultimo sondaggio disponibile che risale allo scorso dicembre, Macri perderebbe comunque, anche nel caso che a sfidarlo fossero esponenti del kirchnerismo come Agustín Rossi o Felipe Solá, o del peronismo come Sergio Massa. Questo per capire gli effetti sulla sensibilità politica degli argentini prodotti da un’inflazione che il governo nel 2017 aveva stimato al quindici, e che invece ha sfiorato il cinquanta per cento, e da un tasso di povertà che nel 2018 è passato dal 28,2 al 33,6 per cento, condannando alla fame più di tredici milioni di persone.

Sempre in ottobre voterà anche il piccolo Uruguay, che dal 2004 è governato dal Frente Amplio che raccoglie vari movimenti di sinistra che avevano eletto alla presidenza Pepe Mujica, e che ora governa con Tabaré Vázquez. Al suo governo si deve una coraggiosa riforma tributaria basata sull’incremento della contribuzione progressiva delle imposte dirette a scapito di quelle indirette, oltre una solida politica di sostegno agli investimenti. 

Nonostante possa contare su qualche scelta di politica economica azzeccata, come quella che ha dotato di un computer ogni alunno della scuola pubblica, il Frente Amplio non è stato esente ultimamente da divisioni interne, ed ha dovuto promuovere un processo di ricambio della dirigenza. Ciò pare che porterà alla decisione di non schierare personalità di primo piano, come avrebbe potuto essere quella dell’attuale ministro dell’economia Danilo Astori, o quella dell’usato sicuro rappresentato dal vecchio Pepe Mujica. 

Edgardo Novick, candidato del Partido de la Gente

In una campagna che si sta solo da poco avviando e il cui tema prevalente potrebbe essere quello della sicurezza, è il centro destra a muoversi per primo, presentandosi al momento diviso. E lo fa con due formazioni. Con il Partido Blanco, che è fautore di un taglio degli sprechi della politica e di un ridimensionamento dell’intervento statale in economia. A quanto pare, il candidato che uscirà dalla selezione al suo interno sarà anche il vero avversario della sinistra, stimato dai sondaggi più recenti a una distanza del tre per cento dal partito di governo.  

In attesa del candidato dei blancos, l’altro troncone della destra si presenta con il leader del Partido de la Gente, Edgardo Novick, un imprenditore che pare intenzionato a fare tesoro degli insegnamenti delle recenti elezioni brasiliane, e che ha scelto di puntare tutto sulla sicurezza. 

Infine la Bolivia, dove sempre in ottobre EvoforEver Morales corre per la quarta volta alla poltrona presidenziale, nonostante nel 2016 il referendum costituzionale, che ha perso, gli abbia negato la ricandidatura, e che ad essa abbia potuto accedere solo in virtù di una contestata sentenza del tribunale supremo elettorale che gli ha spianato la strada per rispetto dei suoi “diritti umani”. 

La decisione ha finito con lo spaccare il paese, con scioperi della fame e manifestazioni che hanno riempito le piazze di gente che chiede che Morales cessi finalmente la sua lunga traiettoria al potere. Solo un paio di giorni fa, i rappresentanti delle piattaforme cittadine del 21F (la sigla che richiama il referendum del 21 febbraio 2016 che Morales non ha rispettato) hanno fatto appello direttamente a Brasile e Colombia, garanti dell’accordo politico che nel 2008 portò all’approvazione della costituzione che ammette solo due candidature, per chiedere di intervenire sulla Comisión Interamericana de Derechos Humanos (Cidh) affinché cancelli la sentenza del tribunale supremo boliviano. 

Comunque vada a finire la battaglia ingaggiata dai gruppi che si battono affinché a Morales sia preclusa l’ennesima candidatura, quelle di ottobre si profilano come le elezioni più difficili della sua lunga carriera politica. E questo nonostante i dati economici positivi che Evo può vantare, che per il terzo trimestre del 2018 registrano un incremento del pil pari al 4,04 per cento. Cifre da sogno in Europa!

Ancora una volta essi confermano come la Bolivia dell’epoca di Evo abbia vissuto una continua crescita dalla nazionalizzazione dell’industria degli idrocarburi in poi. Il provvedimento che a lui è riuscito, dove Mesa, suo attuale avversario, a suo tempo aveva fallito, il volano che gli ha permesso di sviluppare infrastrutture, finanziare consistenti spese per l’educazione e la salute, e di ridistribuire la ricchezza facendo nascere una classe media.

Gli anni di governo del primo presidente indigeno hanno comportato una trasformazione dell’economia boliviana che è passata dal modello liberale precedente, a quello misto in cui la presenza della mano statale è ben percepibile. E anche grazie all’intervento pubblico, che in altre situazioni latinoamericane è stato foriero di disastri economici, il paese andino ha registrato un tasso di crescita costante negli anni, bassa inflazione e vanta una bilancia commerciale in attivo. 

Tuttavia, al di là dei risultati economici, la figura di Evo ha sofferto negli ultimi tempi un certo appannamento, e pur presentandosi l’opposizione al primo turno divisa, nei sondaggi l’ex sindacalista cocalero viene dato praticamente alla pari con Carlos Mesa, ex presidente e membro del Frente Revolucionario de Izquierda, che si batte per il rispetto del dettato costituzionale del 2008 che limita a due il numero dei mandati.  

Carlos Mesa

Nel 2014 Mesa, sfiorato dallo scandalo di tangenti Lava Jato per la sua carica di vice e di presidente della Bolivia, è stato nominato da Morales portavoce nella sfortunata causa internazionale che la Bolivia ha intentato al Tribunale dell’Aja nei confronti del Cile per lo sbocco al mare. E si è trasformato in suo avversario dopo che Evo ha dato dimostrazione di non voler rispettare il referendum costituzionale del 2016. 

Data la situazione incerta, negli ultimi mesi Morales si è messo più che mai a girare il paese, visitando le campagne che tradizionalmente rappresentano il suo serbatoio di voti, con l’intento di radicarsi tra la popolazione indigena che non sempre, a dire il vero, ha condiviso le sue scelte economiche, soprattutto quando implicavano azioni distruttive sul piano ambientale e per nulla rispettose della Pacha Mama, refrain ricorrente nella retorica del presidente. 

I suoi sostenitori hanno giustificato il suo eterno ricandidarsi col fatto che “di personalità come quella di Evo, ne nascono solo una in un secolo”. Un eventuale ballottaggio vedrebbe probabilmente i suoi avversari coalizzati, e potrebbe rivelarsi per lui esiziale. 

Mettendo fine al lungo dominio del primo presidente indigeno e forse anche allo stato plurinazionale da lui sognato, cancellerebbe dalla mappa politica latinoamericana una personalità di cui tutto si può dire, tranne che sia stata banale. 

America Latina al voto. Uno stop alla destra? ultima modifica: 2019-02-14T21:19:55+02:00 da CLAUDIO MADRICARDO

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1 commento

America Latina al voto. Uno stop alla destra? | Claudio Madricardo - Giornalista, scrittore e viaggiatore 14 Febbraio 2019 a 21:50

[…] Dopo le elezioni nel piccolo El Salvador, nel 2019 Argentina, Bolivia e Uruguay eleggono il nuovo presidente, con qualche possibilità di sfatare la previsione che il brasiliano Jair Bolsonaro ha fatto a Davos con la quale ha previsto un America Latina in mano alla destra. https://ytali.com/2019/02/14/america-latina-al-voto-uno-stop-alla-destra/ […]

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