Era solo un “mariuolo”. E venne giù la prima repubblica

Sono passati esattamente ventisette anni dall'esplosione di Tangentopoli. L’arresto il 17 febbraio 1992 del socialista Mario Chiesa fu l’avvio di una valanga che rapidamente travolse gran parte degli uomini e dei partiti di governo
scritto da GIORGIO FRASCA POLARA

Domenica 17 febbraio 1992: sono passati esattamente ventisette anni dall’esplosione di Tangentopoli. Allora non si chiamava ancora così (eppure bastò solo qualche settimana e il neologismo entrò in pompa magna addirittura nell’Enciclopedia Treccani), ma l’arresto quel giorno del socialista Mario Chiesa fu l’avvio di una valanga che rapidamente travolse gran parte degli uomini e dei partiti della cosiddetta prima repubblica, e segnò alla fine la scomparsa della Dc, del Psi e dei loro satelliti. Mario Chiesa era stato colto con le mani nel sacco, in un freddo pomeriggio milanese, mentre incassava una tangente di sette milioni di lire per favorire un appalto al Pio Albergo Trivulzio, casa di riposo per anziani, di cui era presidente-padrone.

Fu l’allora sostituto procuratore a Milano, Antonio Di Pietro, ad arrestarlo in flagranza di reato. Chiesa stava ricevendo nel suo studio al Trivulzio un modesto imprenditore, Luigi Magni, la cui impresa assicurava la pulizia del Pio Albergo. “Ecco i soldi, ingegnere”, disse Magni. “Solo sette milioni?”, replicò Chiesa. “Sì, non ho potuto mettere insieme la cifra intera, soprattutto così, in contanti”. “L’accordo però era…”. “Lo so, ingegnere, lo so. Porterò senz’altro, e presto, gli altri sette”. Chiesa era in piedi, dietro una pesante scrivania. Prese in mano settanta pezzi da centomila lire, aprì un cassetto e li gettò là dentro. Magni cercava di farlo parlare ancora: aveva una valigetta con una microtelecamera e sul risvolto della giacca una potente microspia. Ma non ci fu bisogno dell’una né dell’altra. 

La porta dell’ufficio del presidente del Pio Albergo si spalancò, entrarono Di Pietro, il capitano dei carabinieri Zuliani e tre militari in borghese. Quando Chiesa disse: “Questi sette milioni sono miei”, Di Pietro replicò: “No, quelli sono soldi nostri”. E nostri, di tutti noi, erano anche quelli (di un’altra tangente) che Chiesa aveva incassato poco prima dell’arrivo di Di Pietro. “Abbia pazienza un momento, devo andare in bagno”, aveva detto al pm, e nella tazza del water si era liberato della ben più grossa mazzetta che aveva nascosto nella giacca, sperando inutilmente che i carabinieri non se ne accorgessero. Ecco, quei sette milioni e la più grossa mazzetta gettata nel cesso furono il sassolino che creò la valanga di Tangentopoli. 

Mario Chiesa fu condannato a cinque anni e quattro mesi di carcere. Ma a San Vittore passò 45 giorni, sette mesi agli arresti domiciliari, il resto in affidamento ai servizi sociali. Non soffrì molto, insomma, colui che Bettino Craxi definì “un mariuolo”, nell’inutile tentativo di scaricarlo. Soffrirono assai di più quanti vennero dopo di lui, a cominciare dal segretario del Psi condannato definitivo e latitante (anzi, “in esilio”) in Tunisia dove poi morì pur di non tornare in Italia dove sarebbe finito dritto in carcere. Ma il bello (cioè il grave, gravissimo) doveva ancora venire. Proviamo a fare un elenco sommario e parzialissimo non dei sospetti ma delle prove provate che tangenti e mazzette sono tuttora all’ordine del giorno non come seguito processuale di vecchie vicende ma come ripresa (se pure c’è mai stata una pausa) di un fenomeno di corruzioni che non teme nulla e nessuno. 

Cos’altro provò l’arresto in flagrante (esattamente com’era avvenuto con Chiesa) di Luigi Odasso, direttore generale delle Molinette, cioè del terzo più grande ospedale d’Italia, che spediva regali principeschi all’allora governatore del Piemonte Enzo Ghigo, ai ministri dell’interno (Claudio Scajola, lo rincontreremo presto), dell’istruzione (Letizia Moratti) e della funzione pubblica (Franco Frattini)? E questo stesso provarono le manovre con cui la difesa di Silvio Berlusconi e di Cesare Previti, con il decisivo sostegno del ministro della giustizia dell’epoca, il leghista Roberto Castelli, impedirono che al processo per il caso Sme si entrasse nel merito della pesantissima accusa di aver corrotto a suon di mazzette miliardarie i giudici romani. Ma l’elenco degli scandali e dei protagonisti del dopo-Tangentopoli non si è fermato qui: questi ventisette anni sono stati costellati, con un ritmo costante e mai arrestato, da ladrocini d’ogni specie e misura. 

Continuiamo allora con Giancarlo Galan, ex governatore del Veneto, poi due volte ministro con Berlusconi, magna pars (magna, magna) nel colossale scandalo del Mose, il sistema di freno delle acque a protezione della città lagunare. Intascò (2010) laute tangenti e ottenne dal Consorzio Venezia Nuova persino la ristrutturazione della sua villa. Dichiarava 88mila euro di reddito suo e della moglie ma possedeva – oltre alle case in città e sui Colli Euganei – dieci barche, un conto a San Marino e un giro di operazioni sospette per cinquanta milioni di dollari in Indonesia. “Tutte fesserie”, aveva detto. Fu arrestato nel 2014, passò in carcere solo 78 giorni grazie al patteggiamento e alla restituzione di 2,5 milioni: cifra ridicola rispetto ai quindici di maltolto. Fu dichiarato decaduto da deputato solo nel 2016. E che dire del suo compare in truffa per il Mose, l’ex sindaco di Venezia Giorgio Orsoni (Pd, poi espulso) che per la sua campagna elettorale aveva preteso e ottenuto mezzo milione di euro in cambio degli aiutini alle aziende del Consorzio. Quattro mesi di carcere: “Non sapevo da chi arrivassero i soldi”.

Gherardo Colombo e Antonio di Pietro. Nella foto d’apertura Piercamillo Davigo, Gherardo Colombo, Gerardo D’Ambrosio, Antonio Di Pietro

Un altro ex governatore (Lombardia) e poi deputato di lungo corso si è beccato sei anni di carcere. È il ben noto Roberto Formigoni, area centrodestra: associazione per delinquere e corruzione. Favoriva l’ospedale San Raffaele e la Fondazione Maugeri in cambio di prestito di yacht, di vacanze di lusso, del maxi-sconto sull’acquisto di una villa in Sardegna, di cene, di danaro in contanti. Gli hanno sequestrato cinque milioni di euro, gli immobili, persino il vitalizio. Ora dice di fare la fame.

A proposito del “non sapere” dell’ex sindaco di Venezia, memorabile anche la penosa giustificazione di Claudio Scajola quando si scoprì che metà della spesa per l’acquisto di uno splendido appartamento con vista sul Colosseo era arrivata “a sua insaputa” da un amico imprenditore. Scajola, quattro volte ministro con Berlusconi, era finito in carcere prima e dopo questa storiaccia: arrestato nel 1983 per tentata concussione aggravata (per il Casinò di Sanremo) quand’era sindaco di Imperia, finì daccapo in galera molti anni dopo per aver favorito la fuga all’estero del tuttora latitante Amedeo Matacena (ex deputato forzista) per concorso esterno in associazione mafiosa. Di Scajola si ricorda, quand’era ministro dell’Interno, l’orrenda definizione del giuslavorista Marco Biagi: “Un rompicoglioni”. Biagi fu poi ucciso a Bologna nel 2002 da un commando dalle Nuove Brigate Rosse, proprio perché il ministero dell’Interno gli aveva tolto la scorta.

E come non ricordare quel boss delle preferenze (poi trasferite sul figlio) dell’ex deputato Francantonio Genovese, finito in cella, e poi ai domiciliari, dopo il sì all’arresto votato dalla Camera? Accusato e condannato per associazione per delinquere, truffa, peculato (e inoltre riciclaggio, fatture false per frodare il fisco e tasse evase) nell’ambito di una inchiesta sulla gestione dei fondi per la formazione professionale in Sicilia. Al primo sospetto era stato espulso dal Pd, e lui aveva fatto il salto della quaglia passando nella pattuglia berlusconiana. Dopo una settimana di carcere, nel 2014, andò ai domiciliari ma tornò in galera qualche mese dopo che la Cassazione aveva confermato l’arresto. Eppure dopo altri pochi mesi riguadagnò gli arresti domiciliari. Poi tornò definitivamente libero come l’aria per la scadenza dei termini di custodia cautelare. Finalmente l’anno scorso è stato condannato dal tribunale di Messina a ben 11 anni di carcere. Ma è solo condanna di primo grado. Prima che arrivi in appello e poi in Cassazione Francantonio Genovese può continuare a vivere tranquillo.   

Ancora due, della stessa pasta, ancorché l’uno leghista e l’altro della ex Margherita. Il primo è quel Francesco Belsito che, coi soldi dei rimborsi elettorali alla Lega (di cui era tesoriere), si mise “in privato” investendo i quattrini di tutti noi (quasi sei milioni di euro) in Tanzania e a Cipro, e inoltre pagando le spese di Umberto Bossi (da qui il suo tramonto politico) e del figlio che, grazie a quei soldi, ottenne una “laurea” in Albania. Al processo chiamò in causa il nuovo segretario del partito, Salvini, ed altri dirigenti del Carroccio. In prima istanza ha subito una condanna a due anni e mezzo per appropriazione indebita, avendo restituito gran parte della somma. L’altro è Luigi Luisi, anche lui ex tesoriere della fu Margherita: “Avevo bisogno di quel danaro di cui avevo la disponibilità – si giustificò platealmente – e l’ho preso”. Quant’era il danaro? Appena 25 milioni di euro. Perché ne aveva “bisogno”? Per una casa in via Monserrato a Roma, per una villa a Genzano, per rimpinguare la sua società, gestita da un gruppo che opera in Canada. Sette anni in appello, si aspetta la valutazione della Cassazione.

(Ah, mentre scrivo apprendo che due magistrati sono stati appena arrestati. Si tratta di Michele Nardi, pubblico ministero a Roma, e Antonio Savasta, giudice al tribunale di Roma. L’accusa: essersi fatti dare Rolex, diamanti e pacchetti-viaggio di lusso per pilotare i processi che gestivano quando lavoravano in Puglia. Sequestrati milioni di euro. Ma quest’affare non c’entra con gli episodi-campione che ho citato. Eppure “fa clima”)  

Al decimo anniversario della Tangentopoli originaria, Luciano Violante (allora l’ex magistrato aveva appena concluso la rilevante esperienza di presidente della Camera) decise di non partecipare ad una manifestazione promossa dalla rivista Micromega. “Non mi convince – scrisse – l’equiparazione della giustizia alle manette […] Il 14 luglio i francesi non festeggiano la decapitazione del re ma la liberazione della Bastiglia”. E aggiungeva che la scoperta, allora, delle dimensioni della corruzione politica aprì una fase storica nella vita della Repubblica: “Milioni di italiani, per nulla inclini al giustizialismo ma fedeli ai valori della giustizia, videro nelle iniziative della magistratura la realizzazione di speranze di moralità pubblica”. Si lamentano, ora per ieri, abusi della giustizia? “Se la politica – concludeva Violante – avesse avuto allora la forza di affrontare il problema della corruzione e degli abusi nel finanziamento dei partiti senza delegarne l’intera gestione alla magistratura, forse oggi avremmo un clima più sereno”. 

Era solo un “mariuolo”. E venne giù la prima repubblica ultima modifica: 2019-02-18T16:15:53+01:00 da GIORGIO FRASCA POLARA

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