Intervista esclusiva a Saeb Erekat, capo negoziatore dell’Olp

I palestinesi non hanno partecipato alla Conferenza di Varsavia "non certo perché siamo indisponibili a un negoziato o perché ci rifiutiamo pregiudizialmente di sedere allo stesso tavolo del primo ministro israeliano, ma per rimarcare il nostro dissenso da una forzatura inaccettabile, che avrebbe indebolito la causa palestinese al livello interno e su quello internazionale".
scritto da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

Un accordo sostenibile che ponga davvero fine al conflitto israelo-palestinese passa attraverso il rilancio del piano di pace arabo e non certo evocando improbabili “accordi del secolo”. Da questo punto di vista, la recente conferenza sul Medio Oriente di Varsavia ha rappresentato un ritorno alla realtà per l’amministrazione Trump. Al di là della narrazione di parte israeliana, nessun paese arabo presente a Varsavia, e tanto meno gli assenti, si è detto disposto a far suo il “deal of the century”.

A sostenerlo, in questa intervista esclusiva concessa a ytali. è una delle figure più conosciute a livello internazionale della leadership palestinese: Saeb Erekat, segretario generale dell’Olp (Organizzazione per la liberazione della Palestina) e  Chief Palestinian Negotiator, storico negoziatore dell’Autorità Palestinese. “La campagna acquisti tentata da coloro a cui il presidente Trump ha affidato la politica mediorientale si è risolta in un buco nell’acqua. La ferita di Gerusalemme non è stata rimarginata”, sostiene Erekat.

Dottor Erekat, la stampa americana ha annunciato che il “deal of century” per la pace fra Israele e i palestinesi è ormai definito. Una conferma in proposito è venuta, alla Conferenza di Varsavia, da uno dei suoi estensori: il consigliere per il Medio Oriente, nonché genero del presidente Usa, Jared Kushner. Qual è in proposito la posizione palestinese?
La nostra scelta è stata di non partecipare a quella Conferenza, e non certo perché siamo indisponibili a un negoziato o perché ci rifiutiamo pregiudizialmente di sedere allo stesso tavolo del primo ministro israeliano, ma per rimarcare il nostro dissenso da una forzatura inaccettabile, che avrebbe indebolito la causa palestinese al livello interno e su quello internazionale. Esserci avrebbe voluto dire avallare una posizione unilaterale americana che non fa avanzare di un centimetro il dialogo. E l’andamento della Conferenza ci ha dato ragione.

Su che basi fonda questa affermazione? Non rischia di essere, anch’essa, una uscita propagandistica?
Propagandistica? Assolutamente no. Non tiro in ballo i Paesi, pure importanti, che hanno deciso di non prendere parte alla Conferenza, condividendo le nostre stesse preoccupazioni. Mi riferisco anzitutto all’atteggiamento assunto dai Paesi che a Varsavia c’erano – l’Arabia Saudita, il Kuwait, l’Egitto, la Giordania, il Marocco – e che non hanno di certo assunto il deal of century americano come base proponibile di una pace giusta e duratura in Palestina. Gli estensori di quel piano sembrano avere la memoria corta o ritenere che alcune forzature compiute nel recente passato possano di colpo scomparire, magari in nome di un presunto Nemico principale, l’Iran, contro cui fare fronte, magari con Israele, sacrificando per questo non solo i diritti del popolo palestinese ma anche la legalità internazionale, sancita da più risoluzioni delle Nazioni Unite, votate dagli stessi Stati Uniti d’America.

Quando parla di memoria corta, a cosa si riferisce in particolare?
Penso alla vicenda di Gerusalemme, alla decisione assunta dal presidente Trump di spostare l’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme, sposando in toto la posizione israeliana, che contrasta con due risoluzioni delle Nazioni Unite e che rappresenta una sfida non solo al popolo palestinese ma all’intero mondo arabo e musulmano. Credo di aver accumulato una certa esperienza in materia di negoziati con Israele, e le posso assicurare che non esiste un leader palestinese e arabo, anche il più incline al compromesso, che possa sottoscrivere una pace con Israele che tagli fuori Gerusalemme. Il solo pensarlo, vuol dire chiamarsi fuori dalla realtà.

Gerusalemme Est, con la Spianata delle Moschee, è il terzo luogo sacro dell’Islam, non potrà mai esistere uno Stato di Palestina che non avesse Gerusalemme Est come capitale. Il deal of century disconosce questa realtà, la cancella. I consiglieri del presidente Trump ritengono che con la scelta compiuta unilateralmente, la questione-Gerusalemme sia ormai definitivamente fuori dal negoziato, che alla fine i Palestinesi, presi per fame, dovranno prenderne atto. Ma un accordo di pace non può basarsi su di un ricatto. E nessun leader arabo, neanche il più vicino agli Stati Uniti, potrà mai acconsentire.

Resta il fatto che la questione palestinese sembra essere scesa di molte posizioni nell’agenda mediorientale: la Siria, lo Yemen…
Pochi giorni fa, il presidente dell’Egitto ha affermato che il conflitto israelo-palestinese resta al centro della crisi mediorientale, e senza una soluzione condivisa è impensabile un cambiamento strategico in Medio Oriente. Quella del presidente al-Sisi è una considerazione importante, perché è vera e perché viene dal leader del Paese arabo che nella storia della regione ha avuto sempre un ruolo chiave. Credo che questa percezione sia condivisa anche da molti leader europei. Non è un caso che l’Europa, nonostante le pressioni americane e d’Israele, non abbia seguito gli Usa su Gerusalemme.

L’Europa è ancora legata, almeno ufficialmente, a un’idea di pace fondata sulla soluzione “a due Stati”. Ma esiste ancora uno spazio, e una volontà politica, per praticare questa soluzione?
Per quanto ci riguarda, la risposta è sì. Altre soluzioni non ne esistono, almeno che non si spaccino per soluzioni il mantenimento dello status quo o la creazione di un bantustan palestinese spacciato come Stato. Uno Stato è tale se ha piena sovranità su tutto il proprio territorio nazionale, se ha confini certi, se ha il controllo delle risorse idriche. Altrimenti è una farsa che finisce per legittimare lo stato di apartheid che vige in Cisgiordania o la punizione collettiva inflitta da Israele a due milioni di palestinesi con l’assedio a Gaza che dura ormai da undici anni. Noi siamo pronti a tornare al tavolo del negoziato già da domani. Quello che chiediamo è che la trattativa sia fondata sulla legalità internazionale sancita da tre risoluzioni Onu. È chiedere troppo?

Il che significa uno Stato palestinese entro i confini antecedenti la guerra dei Sei Giorni. Ma da quel luglio del 1967 è trascorso più di mezzo secolo e la realtà sul terreno è profondamente cambiata. Non c’è del vero in questa considerazione che viene fatta da politici israeliani, non solo della destra?
Questa realtà cambiata non è dovuta a eventi naturali ma a forzature unilaterali compiute nel corso di questi decenni da Israele. Cosa c’è di “naturale” nella colonizzazione della Cisgiordania, nella confisca di terre palestinesi, nella pulizia etnica portata avanti nei confronti dei palestinesi a Gerusalemme Est? La realtà non è immutabile. Quel che diciamo è molto semplice: le risoluzioni Onu sono la base di una seria trattativa, possono esserci modifiche, circoscritte, delle linee di confine ma esse vanno negoziate sulla base del principio di reciprocità. In questo senso, un vero deal of century già esiste, e realizzarlo significherebbe davvero cambiare il volto del Medio Oriente.

E quale sarebbe il taumaturgico Piano?
L’Iniziativa di Pace Araba. Quella accettata da tutti i paesi che fanno parte della Lega Araba. L’Iniziativa che prevede la nascita di uno Stato palestinese indipendente, entro i confini del ’67, a fianco dello Stato d’Israele. La forza di quell’Iniziativa non sta solo nel fatto di rendere giustizia a un popolo che rivendica il proprio diritto all’autodeterminazione. La forza sta che su questa strada vi sarebbe la normalizzazione dei rapporti tra Israele e l’insieme dei Paesi arabi. Una svolta storica.

Ma il mondo arabo non sembra dar prova di una solida unità. Basti pensare alla guerra in Siria o in Yemen, per non parlare dell’Iran…
Nessuno nega l’evidenza, ma ciò che voglio sottolineare è che sulla questione palestinese, e sull’Iniziativa di Pace Araba, può determinarsi una unità che potrebbe avere un positivo effetto domino anche su altri fronti.

Israele è in piena campagna elettorale, e le cose non sembrano mettersi bene per le forze che sostengono il dialogo con i palestinesi…
Vede, Israele, e non da oggi, ha sempre provato a scegliersi interlocutori di comodo in campo palestinese, e chiunque non avesse questo profilo, era una controparte inaffidabile, si chiamasse Yasser Arafat o Mahmoud Abbas… Delegittimare ogni controparte favorisce solo le componenti più radicali, una pratica che Israele ha esercitato con costanza, salvo rarissime eccezioni, dopo la morte di Rabin. Noi non scegliamo i nostri interlocutori, personalmente ho negoziati con governi israeliani a guida laburista o Likud. Certo, sarebbe difficile pensare di poter portare avanti il dialogo se a prevalere fossero coloro che una soluzione alla questione palestinese l’hanno già in tasca: deportarci tutti in Giordania…

In precedenza lei ha fatto riferimento alla drammatica situazione in cui versa la popolazione palestinese della Striscia Di Gaza. L’Autorità Palestinese sarebbe favorevole a una forza d’interposizione, modello Unifil in Libano, ai confini tra Gaza e Israele?
Assolutamente sì. Una forza sotto egida Onu garante della fine dell’assedio sarebbe la benvenuta.

Intervista esclusiva a Saeb Erekat, capo negoziatore dell’Olp ultima modifica: 2019-02-19T19:29:49+02:00 da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

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