Ça suffit! La Francia che dice no all’antisemitismo

Il nostro corrispondente da Parigi era alla grande manifestazione nel centro della capitale. Ecco il suo resoconto. Con considerazioni sull'allarmante portata del fenomeno.
scritto da MARCO MICHIELI

[Parigi]

Non si riesce nemmeno ad arrivare a Place de la République. La manifestazione contro l’antisemitismo doveva cominciare alle sette di sera, ma già molto prima la piazza è ricolma di persone che in tutta tranquillità vogliono far sentire la propria voce contro un’ondata antisemita che in queste settimane ha colpito Parigi ma anche altre località francesi.

Proviamo ad accedere a République da Boulevard Voltaire, la lunga strada che da Nation arriva verso la piazza principale delle manifestazioni politiche parigine. La calca di persone di tutte le età che cercano di avvicinarsi al centro della piazza impedisce di avanzare. La polizia è numerosa. Sono presenti gli ex presidenti François Hollande e Nicolas Sarkozy, molti leader di partito, molti ministri del governo di Edouard Phillippe.

Ritorniamo indietro e cerchiamo di accedere da Beaumarchais, l’altra arteria stradale che da Bastille arriva a République. E che diventa boulevard du Temple avvicinandocisi. Voltaire, Nation, Bastille: la storia di Parigi e della Francia è anche nella sua toponomastica. E nel significato politico particolare che oggi queste strade assumono e che convergono sulla Place de la République: “ça suffit !”, dicono i manifestanti, “basta” all’antisemitismo.

Sono presenti i partiti ma moltissime sono le associazioni. Tra cartelli con il volto di Simone Veil e le bandiere francesi, i rappresentanti della comunità ebraica. E le associazioni per l’amicizia tra musulmani ed ebrei sfilano tra gli applausi della gente. La gente ha voglia di parlare. C’è una parte di questo paese che non ne può più dell’odio che in molti, purtroppo, rigurgitano nei social e nella quotidianità.

Nella piazza è stato installato un palco da cui parlano gli organizzatori. Chi si trova fuori dalla piazza non sente nulla e molti seguono sui telefonini le dirette delle televisioni. Poi, verso le venti, dal palco l’artista Abd Al Malik comincia a intonare la Marsigliese e la piazza segue: migliaia di voci che cantano l’inno francese che, nonostante tutte le polemiche sul significato delle sue parole, rimane il canto del coraggio e della solidarietà di fronte al pericolo.

Tutto è partito da “L’appel à l’union contre l’antisémitisme” (“L’appello all’unione contro l’antisemitismo”) lanciato giovedì scorso da quattordici partiti politici, da En Marche alla destra de Les Républicains, dal Parti Socialiste ai centristi del MoDem, dai Verdi al Parti Communiste Français.

Abbiamo orientamenti politici differenti ma abbiamo in comune la Repubblica. Non accetteremo mai la banalizzazione dell’odio. Per questo chiediamo a tutti i francesi di riunirsi in tutte le città francesi per dire insieme: no all’antisemitismo, questa non è la Francia!”

Gli unici assenti alla manifestazione sono Marine Le Pen, che non è nemmeno stata invitata, e Jean-Luc Mélenchon, il leader de La France Insoumise, che “non ha risposto” all’appello, secondo gli organizzatori.

L’altro grande assente è il capo dello stato. Ma per ragioni diverse. Emmanuel Macron infatti era a Strasburgo, dove si era recato per marcare la vicinanza del paese alla profanazione di novantasei tombe del cimitero ebraico di Quatzenheim.

Ci saranno delle azioni, delle leggi e puniremo i responsabili […] La Repubblica è un blocco unito contro l’antisemitismo.

Questa mobilitazione nasce da una settimana terribile per gli ebrei francesi: le vetrine di negozi e i muri parigini imbrattati di scritte antisemite, le croci uncinate disegnate sui ritratti Simon Veil, la profanazione dell’albero in memoria di Ilan Halimi, un giovane ebreo che nel 2006 fu rapito, torturato per ventiquattro giorni e poi ucciso per motivi religiosi.

E poi sabato scorso l’attacco e gli insulti antisemiti rivolti al filosofo Alain Finkielkraut alla manifestazione dei gilet gialli, attacco che aveva suscitato l’indignazione generale. Sorte simile per Ingrid Levavasseur, la leader del gruppo di gilet gialli incontrati da Luigi Di Maio: sabato scorso è stata cacciata dal corteo tra spintoni e insulti antisemiti.

La Francia è dopo gli Stati Uniti e Israele il paese con il maggior numero di ebrei. La comunità ebraica francese conta infatti seicentomila persone (in Italia sono quarantacinquemila). Da anni la comunità denuncia le condizioni di vita sempre più difficili nel paese. È cominciato anche un flusso non quantificabile di cittadini francesi di religione ebraica che hanno lasciato la Francia per stabilirsi in Israele.

Il 2018 è stato un anno particolarmente difficile. Il ministero dell’interno francese ha infatti rivelato che nell’anno appena trascorso gli atti antisemiti sono aumentati del 74 per cento rispetto al 2017. Ma l’antisemitismo non è recente e non è nuovo in Francia: come scrisse Léon Poliakov nella sua monumentale Histoire de l’antisémitisme, la Francia è stata nel mondo occidentale il secondo paese più importante per le campagne moderne di propaganda antisemita.

Negli ultimi anni però l’efferatezza degli atti suscita inquietudine. Non è solo la terribile vicenda del giovane Ilan Halimi, sequestarto e torturato per tre settimane prima di morire per le torure subite. C’è il massacro nella scuola ebraica Ozar Hatorah di Tolosa nel 2012, dove il terrorista Mohammed Merah uccise tre bambini (di tre, sei e otto anni) e il loro padre. C’è l’attacco e la presa di ostaggi all’Hyper Cacher di Porte de Vincennes, due giorni dopo l’attentato a Charlie Hebdo (qui Amedy Coulibaly ucciderà quattro persone, prima di esser a sua volta ucciso dalle forze di polizia). C’è l’assassinio di Sarah Halimi a Belleville, un quartiere di Parigi: la sessantacinquenne medico in pensione viene torturata e gettata dalla finestra dal vicino Kobili Traoré. C’è l’assassinio infine di Mireille Knoll, un’ottantenne assassinata nel proprio appartamento, che è poi stato dato alle fiamme.

Recentemente un’inchiesta della Fondation Jean Jaurès e Conspiracy Watch sulla diffusione delle teorie del complotto ha messo in rilievo che un francese su cinque è convinto che esista “un complotto sionista a livello mondiale”. Secondo l’inchiesta, chi aderisce a questa teoria del complotto ha meno di trentacinque anni, è disoccupato o lavora come operaio. Inoltre la credenza in questa teoria del complotto diminuisce con il possesso di titolo di studio: il 31 per cento delle persone non diplomate crede a questa teoria contro il tredici per cento dei diplomati. Politicamente, poi, i più sensibili a questa teoria sono i simpatizzanti del Rassemblement national (36 per cento), il partito di Le Pen, e La France insoumise (33 per cento), il partito di Mélenchon (il che spiegherebbe forse l’assenza dei due alla manifestazione contro l’antisemitismo, in quest’ambiguità che i due partiti coltivano rispetto al problema).

Anche negli altri paesi europei, tuttavia, la situazione è preoccupante. Qualche mese fa i risultati dell’Eurobarometro dimostravano che esiste un divario di percezione sull’antisemitismo:

Mentre l’89 per cento degli ebrei afferma che l’antisemitismo è aumentato significativamente negli ultimi cinque anni, solo il 36 per cento del resto della popolazione ritiene che sia cresciuto. In media, solo quattro europei su dieci ritengono che l’Olocausto sia sufficientemente insegnato nelle scuole. Il 34 per cento degli intervistati non sa che la negazione dell’Olocausto è un reato.

E qualche tempo prima Pew Research aveva condotto una ricerca per valutare il sentimento anti-ebraico nell’opinione pubblica dell’Europa occidentale. Il sondaggio chiedeva agli intervistati se fossero “completamente d’accordo”, “per lo più d’accordo”, “per lo più in disaccordo” o “completamente in disaccordo” con le seguenti affermazioni: “Gli ebrei perseguono sempre il proprio interesse e non l’interesse del paese in cui vivono” e “Gli ebrei esagerano sempre su quanto hanno sofferto”.

La maggioranza delle persone non si trovava d’accordo con queste affermazioni: i tre quarti e più dei cittadini di Francia, Germania, Paesi Bassi e Regno Unito. Tuttavia, circa il trenta per cento o più dei cittadini di Belgio, Italia, Portogallo e Spagna si dichiaravano completamente o per lo più d’accordo con ciascuna di queste affermazioni.

Molti invece sono quelli che avevano rifiutato di rispondere alle domande.

E n Italia? Qui ottenere dei dati sui crimini antisemiti è difficile. A differenza di altri paesi europei, come la Francia, il nostro paese non raccoglie questi dati. Questo vale anche per tutti i crimini fondati su discriminazioni di genere, razza, etnia o religione. Ci sono, tuttavia, dei soggetti terzi che cercano di fornire statistiche e sopratutto ricerche che possano aiutare meglio a comprendere questi fenomeni anche in Italia.

È il caso dell’Osservatorio sull’antisemitismo, che svolge un’azione di monitoraggio dell’antisemitismo in Italia.

Nel rapporto pubblicato nel 2017 il quadro era abbastanza desolante. In dieci anni nulla è cambiato. Gli atteggiamenti nei confronti degli ebrei sono rimasti stabili: quelli che non hanno pregiudizi sono passati dal tredici per cento (2007) al quindici per cento; gli antisemiti dal dodici per cento (2007) all’undici per cento.
È stabile anche il gruppo degli “ambivalenti”: dal 32 per cento (2007) al 33 per cento. Questi esprimono un senso di estraneità rispetto agli ebrei, considerandoli perlopiù “come stranieri all’interno del territorio italiano” o “legati ad un eccessivo potere” o ambigui “nel loro rapporto con lo Stato d’Israele”. Se la prima tendenza è presente soprattutto nell’elettorato di destra, la terza sonda in quello di sinistra.

Secondo la ricerca però il gruppo prevalente è quello dell’area grigia, che passa dal 43 per cento del 2007 al 41 per cento. Questi perlopiù non prendono posizione su gran parte delle affermazioni testate, sono i più distanti dalla politica, residenti nel Sud del paese e tendenzialmente più giovani della media della popolazione. Questa parte della popolazione non formula un giudizio perché non conosce il tema. e tutti dovremmo interrogarci sul ruolo della scuola in questo caso.

E d’altra parte, al tema, la politica non sembra nemmeno interessarsene. La recente vicenda del senatore del Movimento cinque stelle Elio Lannutti, che aveva pubblicato su Twitter del contenuto antisemita, riproponendo i Protocolli dei Savi di Sion, ne è un limpido esempio. Ma non è l’unico.

Durante le elezioni per il comune di Roma, uno dei candidati al Campidoglio – Antonio Caracciolo – era un noto negazionista e soltanto dopo le polemiche per la sua candidatura, il M5S ha deciso di sospenderlo. In molti non ricordano anche che nel 2014 il fondatore del Movimento, Beppe Grillo, aveva pubblicato una foto modificata della scritta simbolo di Auschwitz Arbeit macht frei con P2 macht frei, nell’intento di attaccare politicamente il Pd, banalizzando la tragedia dell’Olocausto.

La Lega invece sta più attenta sul tema. Sopratutto perché interessata all’utilizzo elettorale che ne può fare in funzione anti-islamica e contro l’immigrazione. Quando si è recato in Israele, Matteo Salvini ha infatti dichiarato che

Il nascente antisemitismo fa rima con l’estremismo islamico a cui qualcuno non presta necessaria attenzione perché, se in alcune città europee non si può più andare in giro con i propri simboli religiosi è perché gli estremisti islamici non lo consentono, la sinistra si dovrebbe porre alcune domande.

Non che il tema non esista. Qualche anno fa Pierre André Taguieff nel suo libro L’antisemitismo parlava del rischio di “islamizzazione della giudeofobia” (cioè dell’odio ideologicamente organizzato contro gli ebrei in quanto tali). E la ragione di questo crescente legame dipendeva dalla questione palestinese. La maggior parte degli atti violenti di carattere antisemita sono stati giustificati infatti come forma di autodifesa e ritorsione rispetto alle violenze subite dai palestinesi.

E su questo punto la sinistra farebbe bene a prestare maggiore attenzione. Perché, se è lecito criticare la politica estera di Israele, si devono condannare le espressioni dell’antisionismo che spesso sfociano nell’antisemitismo. 

E proprio in Francia la questione dell’antisionismo come forma di antisemitismo sta tornando al centro della discussione: qualche deputato di En marche intende presentare infatti un disegno di legge per punire tutti i discorsi anti-sionisti, che puntano alla cancellazione dello stato di Israele. Emmanuel Macron però ieri ha bloccato quest’iniziativa: “Non penso che penalizzare l’antisionismo sia una soluzione”.

La discussione però non sembra essere terminata.

Ça suffit! La Francia che dice no all’antisemitismo ultima modifica: 2019-02-20T13:57:34+02:00 da MARCO MICHIELI

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