La Venezia di Brodskij, trent’anni dopo

Coloro che hanno “qualche mira” sulla città dei dogi stanno lavorando per farne “il magazzino del ciarpame internazionale di più recente creazione e di ospitarvi un’Expo nell’anno 2000, eccetera, eccetera”.
scritto da FRANCO MIRACCO

Cronache di camorra nel veneziano. Cronache di questi giorni. Impressionanti? Certo, ma non sorprendenti. Parlandone con Franco Miracco, la conversazione finisce in vecchi articoli scritti dall’intellettuale veneziano nel 2014 e pubblicati sulla Nuova Venezia. Ed è venuto il ghiribizzo di ricavarne alcuni frammenti in cui si dice del brodo di cultura criminale diffuso dal turismo ma non solo. “Intuizioni – dice l’autore – dovute al fatto che dove gira denaro facile facilmente si fanno vive camorra e mafia”. Buona lettura.

Quando Iosif Brodskij srotola il rullo di carta su cui ha finito di scrivere Fondamenta degli Incurabili, un felicissimo Luigi Zanda, allora presidente del Consorzio Venezia Nuova, non sa che quel libro, di cui è il committente, diventerà fin da subito non solo uno tra i maggiori classici della letteratura su Venezia, ma presto verrà impugnato, come anatema, scomunica, sputo definitivo, da chi si batte contro ogni genere di “stupro” di Venezia.

E stupratori, scrive il premio Nobel 1987 per la letteratura, sono anche coloro che blaterano “ciacole” ecologiche, culturali e su “quant’altro”.

Questa scena di robusta allegria intellettuale viene condita nelle teste dei due protagonisti – Brodskij e Zanda – da supposizioni o retropensieri squisitamente politici, che però, al momento, restano sottintesi, non dichiarati, rimandati al dopo che verrà.

Siamo nell’autunno-inverno del fatale 1989, mentre a Venezia e nelle sue tantissime “isole” culturali e politiche che le fanno da scudo protettivo c’è chi ha già acceso la battaglia contro l’Expo di Venezia prevista per l’anno 2000, e che proprio in quella lunga striscia di carta distesa sul pavimento dell’ufficio di Zanda troverà la miccia più inesorabile.

Il grande evento, l’obiettivo di “festivalizzare” al massimo Venezia, convogliando a tal fine formidabili investimenti, progettualità urbane, architettoniche e infrastrutturali colossali, serve per stabilizzare in eterno una creatura aliena chiamata Venezia Expo. Ma “la cosa” trova il suo insormontabile ostacolo in ogni pagina del capolavoro veneziano del veneziano Iosif Brodskij.

In particolare, lì dove si legge che coloro che hanno “qualche mira” su Venezia stanno lavorando per farne “il magazzino del ciarpame internazionale di più recente creazione e di ospitarvi un’Expo nell’anno 2000, eccetera, eccetera”.

Iosif Brodskij nel 1989 a Venezia (foto di Graziano Arici)

Difficile se non impossibile dire se nei disgustati eccetera di Brodskij (indirizzati ad archistar, imprenditori, politici, sociologi, in parte anche al Pci) ci fosse un qualche presentimento di cosa sarebbe diventata la città che, venticinque anni dopo la comparsa di Fondamenta degli Incurabili, il più criminale lato oscuro del “ciarpame” turistico internazionale vende ancora come Venezia.

E così non credo affatto che Brodskij, potendo decidere oggi del suo post mortem, si sarebbe lasciato seppellire nel cimitero dei veneziani e di alcuni altri grandi che amarono Venezia e le arti.

Se potesse farlo, Brodskij si porterebbe via dal cimitero dell’Isola di San Michele, dove il ciarpame turistico addirittura lì ha divorato spazi, allargandosi in modo imperdonabile in una sorta di abusivo B&B, umiliando oltretutto le affascinanti architetture rinascimentali che vi si trovano.

Se negli anni Novanta ci si opponeva a un’Expo che avrebbe portato in laguna tra i tre e i quattro milioni di turisti, nel XXI secolo quella che è diventata una “non città” subisce l’attraversamento “irresponsabile” di visitatori che superano di gran lunga i trenta milioni all’anno. Milioni di visitatori e decine e decine di miliardi di euro colpiscono ogni anno il corpo e l’anima di una ex città antica (non più di cinquantamila i residenti), stuprata per essere comunque l’Expo “che non c’è”, ma che uccide infinitamente di più di quella temuta da Brodskij.

Non sembri paradossale rispetto a quanto si sta scoprendo in queste settimane, ma è dallo stupro avvenuto che esce il veleno più subdolo, la corruzione irrimediabile, la cosa che sta pietrificando in un orribile nulla una città ormai “incurabile”.

Iosif Brodskij nel 1989 a Venezia (foto di Graziano Arici)

Estate 2014

I giornali quotidiani di Venezia fanno la loro parte e la fanno bene, nel senso che non sfugge loro nemmeno uno spruzzo del fango che insozza la città. Ma questo non basta, non basta affatto, perché la politica locale, messa tra parentesi, ha lasciato un vuoto spaventoso ed estremamente nocivo in quanto, essendo sparita ogni pur debole forma di vigilanza istituzionale, è messa a rischio la sicurezza di chi è costretto a vivere o ad attraversare Venezia in un’estate da incubo.

Così diventa scontato il richiamarsi alla “morte a Venezia”, tanto più nei giorni in cui qualcuno ha fatto dipingere sui masegni di qualche campo bianche sagome di cadaveri sul modello di quanto si fa in caso di persone assassinate, comunque uccise in malo modo.

Sagome cadaveriche per indurre il turista a non favorire il mercato “criminale” di merci contraffatte. Ma come non si fa a non capire che quei “segni” spiaccicati sul suolo di Venezia non fanno altro che richiamare nella testa di milioni di “visitatori” l’idea che si tratta di una stravaganza del carnevale veneziano o tutt’al più dell’opera di un qualche artista invitato dalla Biennale? 

E nella nostra malaestate appartiene di diritto il primato del peggio e dell’illecito con ciò che accade da settimane, senza che nessuno intervenga a impedire una colossale sconcezza: dalle parti in fondo alla Calle dell’Angelo, in direzione delle Calli Cassellaria e delle Bande, qualcuno, che fuoriesce da una specie di bugigattolo, chiama, come si fa con i numeri della tombola, decine e decine di persone che con in mano i numeri chiamati si vedono consegnare qualcosa di incartato e forse di commestibile.

E così si assiste a una incivile e sicuramente illegale colazione di massa, con gente buttata per terra e che lascia per terra, su ponti e calli, immondizie d’ogni genere.

Tutto ciò a due passi da San Marco, nella speranza che il commissario Zappalorto si possa sentire autorizzato a far intervenire una qualche forza dell’ordine non ancora terrorizzata dalla sempre più aggressiva illegalità diffusa.

In questa “non più città” certamente ci sono non meno di due livelli di criminalità: il primo è venuto alla luce con le indagini giudiziarie dell’ultimo anno, il secondo è una sorta di magma sociale a composizione mista, in parte veneto-veneziana e in parte “foresta”, che tende ad assumere i contorni propri di una vera e propria mafia.

La Venezia di Brodskij, trent’anni dopo ultima modifica: 2019-02-21T13:29:16+02:00 da FRANCO MIRACCO

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