L’era sovietica. Conversando con Gian Piero Piretto

“Quando c’era l’URSS. 70 anni di storia culturale sovietica”. Viaggio nell’immaginario e nella vita di quella che fu l’URSS, dal 1917, anno della Rivoluzione d’Ottobre, al 1991, quando fu ammainata la bandiera rossa sul Cremlino. ytali ha incontrato l’autore del saggio, pioniere, in ambito slavistisco, dei cultural studies in Italia
scritto da ANNALISA BOTTANI

Io non conosco né via né numero di casa. Il mio indirizzo è: Unione Sovietica [Vladimir Charitonov, 1972]

Un viaggio nell’immaginario e nella vita del mondo sovietico, dal 1917, anno della Rivoluzione d’Ottobre, al 1991, quando fu ammainata la bandiera rossa sul Cremlino. Questo è il prezioso dono dell’ultimo saggio del professor Gian Piero Piretto Quando c’era l’Urss. 70 anni di storia culturale sovietica, pubblicato nel 2018 da Raffaello Cortina Editore. Un universo, quello sovietico, di cui il professore, uno dei massimi esperti di cultura sovietica, svela le logiche, attraverso l’analisi di riviste, film, manifesti della propaganda, vignette satiriche, creazioni architettoniche e forme d’arte, elementi e prodotti della quotidianità, eventi storici e cronaca, fenomeni musicali e movimenti giovanili. 

Ne abbiamo parlato con l’autore, Gian Piero Piretto. 

Il professor Gian Piero Piretto

Nella prefazione a “Miti d’oggi” di Roland Barthes, Umberto Eco individua due “modi di essere maestri”: “c’è il maestro che lavora offrendo la sua vita e la sua attività come modello e c’è il maestro che spende la vita a costruire modelli, teorici o sperimentali, da applicare”. Come lei stesso ha precisato nella prefazione, questo saggio esce in concomitanza con il suo pensionamento, dopo quarantatré anni di studio e attività accademica, e ha espresso l’auspicio che “sia anche un passaggio di testimone ai molti giovani studiosi” che conosce e apprezza. Partendo da una formazione storico-letteraria, lei ha introdotto, in ambito slavistisco, i cultural studies in Italia, creando un percorso da lei definito “cultura visuale sovietica”. È stato difficile introdurre il suo approccio in Italia e come ne ha favorito la diffusione?  
È stato difficile perché l’accademia italiana ancora oggi è scarsamente ricettiva rispetto a questi metodi. Mi sono iscritto all’Università di Torino nel 1971 quando si studiava Lingue e Letterature e non c’erano molte alternative. E sono ben felice oggi di aver avuto alle spalle una formazione letteraria perché, soprattutto per la Russia, la conoscenza della letteratura è irrinunciabile e fondamentale, anche se ci si vuole occupare di altri aspetti. Si dice che in Russia ci siano pochi filosofi perché il ruolo dei filosofi è stato coperto dagli scrittori. Quindi, è una responsabilità importante. Galeotto è stato poi un anno sabbatico all’Università di Berkeley in California dove i cultural studies erano già ampiamente affermati e, grazie a colleghi e amici della sezione di slavistica presso cui avevo lavorato e avevo passato un intero semestre, mi sono fatto contagiare e contaminare. Entusiasmato da questi strumenti ho continuato, anche negli anni successivi, a studiare sfruttando la loro biblioteca e mantenendo i contatti con loro. 

Con il senno di poi e, devo dire, con un pizzico di ingenuità, sono tornato in Italia convinto che avrei cambiato il mondo con splendide teorie e con questo modo nuovo di leggere i testi cinematografici, letterari, iconografici, pensando di impiantarlo anche in Italia. All’Università di Milano, ove lavoravo, ho cominciato a muovermi su questi fronti, ottenendo un grosso seguito presso gli studenti, ma non altrettanto presso colleghi e istituzioni. Ho rilevato molta resistenza da parte di alcuni docenti di discipline tradizionali che vedevano come concorrenza sleale il fatto che gli studenti si entusiasmassero ai corsi culturali, mentre alcuni colleghi di Storia dell’Arte ritenevano un’invasione di campo l’idea che la cultura visuale usurpasse il loro territorio. Quando si cercava di spiegare loro che la cultura visuale non prende in considerazione esclusivamente le immagini artistiche o convenzionalmente definite alte, rispondevano dicendo “Ma allora vi occupate di sciocchezze, non mi sporco le mani con le carte di caramelle, con le copertine delle riviste”. E io replicavo affermando che sporcarsi le mani per chi vuole fare studi culturali è fondamentale. Se non ti sporchi le mani con i testi commerciali, con la cultura popolare, anche più bassamente intesa, non fai studi culturali. Nel contempo, l’impegno assunto da chi si occupa di queste cose consiste nel non pretendere di trasformare un testo vile e basso in un capolavoro. Non sosterrò mai che un film di cassetta come molti di quelli di cui mi occupo sia un’opera d’arte. Semplicemente ritengo che, oltre alle opere d’arte, sia opportuno e possa essere un arricchimento studiare anche il cinema di cassetta o la letteratura d’appendice.

Non sono certamente cose che ho scoperto io. Ci sono sempre stati anche in Italia studiosi che hanno prestato attenzione a questi settori, ma sempre con un piccolo imbarazzo o mettendo le mani avanti, dicendo di essere studiosi seri che si concedevano un divertissement. Quindi, non è stato facile. Ho lottato, poi sono riuscito all’Università di Milano a portare questo insegnamento e ho insegnato Cultura visuale per diversi anni. Ho avuto un grosso sostegno da parte dei colleghi del corso di laurea in Comunicazione che hanno creduto in questo percorso fino a farlo diventare obbligatorio per tutti gli studenti. Questa è stata una soddisfazione. E le soddisfazioni più grandi le ho avute e le sto ancora avendo dagli studenti, che hanno dimostrato impegno e passione, elementi che, purtroppo, trovano scarsi riscontri nell’applicazione accademica. Chi vuole studiare queste cose in Italia, al di là dell’esame specifico, fatica a trovare un percorso di dottorato. 

Michele Cometa, un professore di Palermo che ha alle spalle un percorso sia filosofico che letterario, ha abbandonato la Germanistica ed è passato alle Letterature Comparate. È un accanito sostenitore degli studi culturali. In Italia è la figura più prestigiosa che ha ottenuto maggiori risultati anche in termini di riscontro accademico. Lui è il vero guru italiano della cultura visuale e degli studi culturali e a Palermo ha lanciato, da diverso tempo, convegni, seminari e percorsi istituzionali su questo fronte.

Nel mio piccolo ho fatto quello che ho potuto e, ripeto, ho avuto molte gratificazioni da parte di molti studenti non solo miei e adesso che giro per presentare il libro, ovunque vada, trovo qualcuno che dice di aver studiato i miei libri e sono contento che la gente mi ricordi con piacere. L’accademia italiana è ancora piuttosto fredda nei confronti di questi metodi. Forse dipende dall’importante tradizione culturale che l’Italia ha rispetto agli Stati Uniti ove gli studi culturali hanno attecchito con maggiore facilità che, a differenza dell’Italia, non hanno alle spalle secoli di cultura prestigiosa. Quindi, le resistenze sono sicuramente maggiori da noi, come dimostra l’accusa di “tuttologia” rivolta a questo metodo.  

Sono consapevole che questi studi tendono a rimuovere le certezze assolute, le grandi verità a favore del dubbio, fornendo strumenti per indagare, non risposte nette, e questo mette in crisi. In questi ultimi anni l’università italiana sta perdendo credibilità e serietà. Si torna ai manuali e a forme addirittura pre-sessantottine in cui tutto è ridotto e semplificato. Gli studi culturali sono destabilizzanti e adesso credo che la scuola e l’accademia abbiano, invece, come meta quello di dare sicurezze e certezze. Per questo mi permettevo di dire che studiare gli argomenti che prendo in considerazione rispetto all’Unione Sovietica potrebbe avere un riscontro nella nostra contemporaneità. Quindi, se ci si applica per capire come funzionavano i regimi totalitari, quali fossero le strategie e le tattiche usate per l’ottenimento del consenso, la semplificazione, si comprende che il famoso kitsch totalitario altro non era se non l’abbassamento del livello e l’illusione fornita a tutti di poter comprendere tutto e di avere certezze confortanti.

Queste sono fasi che stiamo vivendo anche adesso: sicurezza assoluta, promesse, populismo, demagogia, frasi fatte, stereotipi. È chiaro che è molto più comodo affidarsi ad uno stereotipo anziché indagare e mettersi costantemente alla prova. La televisione di oggi, in alcuni casi, secondo me, è tragicamente vicina ai metodi del realismo socialista e alle invenzioni che i regimi dittatoriali avevano già applicato.

Entriamo nel vivo e parliamo del suo nuovo saggio. Nel 2001 è stata pubblicata un’altra sua opera “Il radioso avvenire. Mitologie culturali sovietiche”. Dopo diciassette anni ha ritenuto opportuno ampliare, arricchire e aggiornare la prima opera con nuove fonti. Qual è la ratio che ha ispirato quest’ultimo saggio rispetto al precedente? Ha ripensato o armonizzato il testo precedente anche alla luce del contesto socioculturale attuale?
Sicuramente ho sfrondato molto. Soprattutto rispetto a dettagli, ai particolari o ai problemi che vent’anni fa erano ancora scarsamente o per nulla indagati e che oggi, invece, con le risorse elettroniche e l’apertura degli archivi, sono diventati, certo non a disposizione di chiunque, ma molto più facili da reperire o sono stati ampiamente studiati. Penso, ad esempio, agli archivi russi. Venti anni fa ero andato fisicamente nella biblioteca cartacea dell’Università di Berkeley (le biblioteche russe ancora non fornivano le risorse che sono disponibili oggi) dove trovavo annate di riviste sovietiche che mi caricavo sulle spalle e portavo fuori dal campus a un fotografo per fotografare le immagini che mi sarebbero servite per il libro. Oggi, seduto alla mia scrivania, ho a disposizione annate intere scansionate ad altissima definizione. Quindi, scarico il pdf e dal pdf salvo l’immagine in jpeg, la passo ai grafici che procedono con il loro lavoro straordinario e, invece di compiere tutta quella trafila fisica faticosa, posso reperire moltissimi materiali online. Anche per questo ho deciso che alcune cose erano obsolete.

Viceversa ho fatto tesoro della bibliografia sia mia che di moltissimi altri studiosi e ho integrato con innovazioni e studi dell’ultima ora, ad esempio, del sociologo Alexei Yurchak che lavora proprio adesso a Berkeley e che ha studiato il corpo di Lenin. Ho trovato con soddisfazione le conferme ad una mia idea del primo testo, ossia che la cosiddetta causa leniniana fosse stata creata non su basi politiche e scientifiche di vera conoscenza della dottrina leniniana, ma per la necessità di una mitologia che la situazione contingente richiedeva. E Yurchak lo ha dimostrato con molta precisione e, quindi, l’ho ampiamente citato. 

Lenin è morto prematuramente e si ha la necessità di farlo vivere, creando, dunque, una sorta di sacralizzazione, non santificazione. Anche su questo Yurchak scrive pagine di grande raffinatezza. Per tornare alla domanda primigenia, ho fatto tesoro di molti testi che sono stati pubblicati in questo intervallo tra il primo e il secondo saggio. Ho aggiunto un ultimo capitolo perché il libro precedente si fermava al 1980 e qui arriviamo, invece, al 1991. Ho sfrondato la parte sui musical staliniani che vent’anni fa erano pressoché sconosciuti e adesso sono noti. 

Elkins, che è uno dei guru mondiali dei visual studies, sostiene e sosteneva già alcuni decenni fa che fosse necessaria una visual literacy, così la chiamava. Alfabetizzazione visuale: noi cominciamo a imparare a scrivere dall’alfabeto, noi cominciare a imparare a suonare dal solfeggio e dalla lettura di uno spartito, cominciamo a disegnare facendo le aste o i ritratti infantili della mamma, ma quando ci rapportiamo all’immagine cominciamo dall’analisi della “Primavera” del Botticelli. Come se cominciassimo a leggere con la Divina Commedia o a suonare da Bach in poi… Nessuno ci insegna a leggere un’immagine, proprio perché la storia dell’arte ha sempre snobbato i testi poveri. Resta fondamentale la presenza dello storico dell’arte che analizza a fondo la pennellata o l’uso del colore, ma si può leggere un’immagine anche da un altro punto di vista. 

Nei paesi anglosassoni questo è già realizzato da tempo. In Italia ho trovato non pochi colleghi disponibili di altre discipline che intervenivano ai miei corsi o venivano a dialogare con me, ma la maggior parte diceva che quello non era il suo settore, “tu fai le tue cose e io faccio le mie. Come ti permetti di svicolare”. In Italia il confine disciplinare, secondo me, sta crescendo nettamente anche per ovvi motivi economici. I fondi universitari sono sempre più ridotti e i professori devono per forza difendere la loro disciplina, per non perdere finanziamenti. Questo ha determinato il ritorno delle barriere disciplinari. Quindi, interdisciplinarietà e transdisciplinarietà sono sempre più difficili da ritrovare e da applicare. 

Ritornando a “Miti d’oggi” di Barthes, tra le tante opere che lei ha scritto vorrei ricordare quelle dedicate ai luoghi e agli oggetti sovietici. In questo saggio Lei delinea un affresco complessivo della realtà culturale, sociale e politica russa degli ultimi settant’anni, divisi in trienni o periodi brevi, dimostrando un punto chiave: l’Unione Sovietica diviene essa stessa un “mito storico eterno”. Si sente di dire che il suo approccio è molto simile a quello barthesiano?
Con tutta la modestia del caso, sicuramente sì. I Miti d’oggi di Barthes sono stati fondamentali per me. Già il mio primo volume si chiamava Mitologie culturali sovietiche, ma in questo saggio ho preferito sottolineare la componente relativa alla storia culturale perché molti mi dicevano che si trattava di un libro di storia. Non è un libro di storia con la S maiuscola, è un’altra cosa. Questa è storia culturale che prende in considerazione la storia della percezione, la storia della quotidianità e, soprattutto, le mitologie e le mitologizzazioni. 

Per tornare alla sua definizione di “mito storico eterno”, lo dice benissimo, meglio di come avessi mai concepito io. È una bellissima immagine. È stata una costruzione mitologica immensa, dall’inizio alla fine. La suddivisione e l’analisi della storia russa in periodi brevi serve a correggere un errore grossolano: la scansione per decenni oppure la suddivisione in epoca staliniana, epoca leniniana o brežneviana. Ho cercato, invece, di dimostrare la sfaccettatura infinita della storia culturale di questo Paese. Non è una storia politica, anche se politica e cultura sono legate, comunque, a filo doppio. Infatti, ho attinto a testi di storia, quella convenzionale e tradizionale naturalmente. Ma, a mio modo di vedere, la mitologizzazione è stata ancora più importante della storia effettuale nella percezione delle persone. E oggi sta un po’ succedendo la stessa cosa con il fenomeno che viene definito “nostalgia dell’Unione Sovietica”. 

“Quando c’era l’URSS” non è solo il titolo della sua opera, ma un’espressione che dà voce al desiderio, alla nostalgia di tanti cittadini russi che rimpiangono ancora oggi quell’epoca, malgrado il terrore, le privazioni e la repressione. Secondo un sondaggio di dicembre del 2018 del Levada Center, il 66 per cento dei russi rimpiange l’Unione Sovietica. Per Putin si tratta di uno degli eventi più gravi accaduti a livello mondiale, ma il presidente afferma che “chiunque non si rammarichi per il crollo dell’Unione Sovietica non ha cuore, ma chiunque voglia ricostruirla non ha cervello”. Sempre il sondaggio precisa che tale percentuale è riscontrabile non solo tra gli over 55, ma anche tra i giovani tra i 18 e i 24 anni. Come interpreta la nostalgia di chi non ha mai vissuto l’Unione come sistema economico, culturale e sociale a dispetto di chi, invece, ne ha conosciuto i benefici?
È una domanda complessa e curiosa. Io concludo le presentazioni di solito mostrando un clip musicale di un concerto tenutosi a Char’kov in Ucraina nel 2012. Un cantante che ha attraversato l’Urss e adesso sta cavalcando la Russia post-sovietica. Si chiama Oleg Gasmanov e ha scritto una canzone intitolata “Io sono made in Ussr”. Quindi, una risposta ad un’altra canzone, “Born in the USA”, il cui ritornello recita “Questo è il mio Paese. Io sono nato in Unione Sovietica. Io sono made in Urss”. Il pubblico nella piazza immensa, seconda solo alla Piazza Rossa di Mosca, costituito solo di adolescenti, al massimo ventenni, canta con lui questo ritornello “Io sono sovietico”. Loro non hanno visto l’Unione Sovietica, non l’hanno conosciuta, ma cantano a squarciagola. La musica, certo, ha la capacità di generare un coinvolgimento emotivo e collettivo, lo sappiamo. Però è curioso che dei giovani siano nostalgici solo perché hanno sentito i racconti dei genitori e dei nonni. Ho girato la domanda ai miei studenti che frequentano i loro coetanei quando vanno in Russia e la risposta che ho avuto – relata refero perché non li ho sentiti in prima persona – è che anche questi ragazzi vivono di una mitologia di solidarietà, di potenza, oggi perduta. Quindi, quelli che non hanno deciso di andarsene all’estero e che non hanno come prima opzione la volontà di partire il prima possibile vagheggiano di nuovo questo Paese. E qui torniamo a Putin che ha capito che la popolazione, per la maggior parte, desidera questo.

Nelle grandi città, a Mosca e San Pietroburgo, sono molto più smaliziati rispetto al culto della personalità di Putin e ai vari gadget che lo riguardano, mentre fuori dalle grandi città i giovani sono ancora su quell’onda. Putin ha incarnato di nuovo la figura solida di un leader che dai tempi di Stalin non c’era più: degno di fiducia, cui si può demandare tutto e che, soprattutto, fa gli interessi del popolo e ha capito cosa questo desidera. Quindi, io, che non condivido affatto le sue posizioni, gli riconosco con grande ammirazione l’aver scelto i tempi giusti. In tre mandati presidenziali, con estrema pazienza, lui ha costruito la propria immagine e il proprio corpo politico. Gorbačëv, che tutti detestano, aveva investito su categorie contrarie all’idea russa antica, accelerazione e occidentalizzazione, mentre Putin, invece, con calma ha riallacciato ed esaltato i rapporti con la Chiesa Ortodossa, capendo che, dopo settant’anni di ateismo imposto, la popolazione aveva bisogno anche di questo.

 Nella storia dell’Unione Sovietica e della Federazione – un tema che Lei ha analizzato nella sua opera – è costante l’idea di dover “forgiare” l’uomo russo. Tuttavia, questa operazione “di massa” non sempre ha avuto gli effetti sperati. Penso, ad esempio, alle parole del 1923 di Trockij che ricorda la difficoltà di garantire da parte della “fabbrica, della famiglia o della strada” le “attrazioni socioestetiche” date dalla Chiesa o il tentativo di parodiare, tra il 1921 e il 1925, i film americani. Una parodia che le persone non coglievano. Anzi, amavano ancora di più i film americani. Questi sono solo alcuni esempi utili a risolvere un nodo più che mai attuale: si può davvero “forgiare” l’uomo russo oppure è l’utopia standard del potere autoritario?
Era un problema che si erano già posti prima della Rivoluzione d’Ottobre. Quindi, l’uomo nuovo e la donna nuova è un auspicio, se non un’utopia. I bolscevichi più che mai volevano creare uno sguardo nuovo anche sull’arte, con persone in grado di guardare il mondo con occhi diversi. L’errore, se vogliamo parlare di errore, è stato quello di credere che l’alleanza con l’avanguardia potesse funzionare anche sul fronte ideologico e politico, mentre gli interlocutori, i proletari neonati, che erano i servi della gleba e gli operai smarriti, ignoranti, privi di strumenti, erano atavicamente sottomessi alla figura che gestiva il potere. Erano forse superstiziosamente legati alla Chiesa Ortodossa, ma all’improvviso – io parlo spesso dei blitz della storia russa – arriva un leader e dice che tutto ciò che è successo prima va buttato a mare e, dunque, non si vuole far tesoro del passato, ma lo si rimuove nettamente e si ricomincia da capo. Quindi, costanti spaesamenti e cambiamenti anche radicali di direzione.

Il 1917 non è stato altro che uno, forse il più potente, di questi blitz e quest’enorme quantità di neonati proletari che si trovano di fronte ai testi dell’avanguardia, poetici, musicali o iconografici si sentono dire che la religione è da abbandonare, che bisogna trasformare le chiese in circoli operai, in piscine e magazzini. Nel saggio riporto quelle splendide copertine della rivista Il senzadio: si vede Gesù Cristo distillatore illegale di acquavite, mentre i discepoli sono ubriaconi che si prendono a pugni e vomitano. Questo non poteva non spaesare e non instillare diffidenza nel nuovo sistema. Da un lato, gli sforzi enormi cui riconosciamo l’ottima fede della base utopistica meravigliosa dei bolscevichi, dall’altro, i loro interlocutori che forse sono stati sopravvalutati e hanno sì investito nell’alfabetizzazione, ma queste persone avrebbero impiegato decenni ad adeguarsi al nuovo se non fosse arrivato Stalin nei primi anni Trenta a ribaltare ancora una volta tutta la situazione. Quindi, altro blitz. Basta con l’ideologia pura del bolscevismo, si torna ad una sorta di neocapitalismo, alla proprietà privata, ai beni materiali e ai privilegi, ad una nuova forma di società di classe perché c’erano quelli che godevano di una serie di vantaggi se si diventava stacanovista, eroe del lavoro. Stalin ha capito che quel percorso non avrebbe potuto funzionare e ha scelto la via della semplificazione. Si finge che le difficoltà non esistano più, si abbassa il livello di tutto, della cultura, della comprensione, dell’ideologia in modo che la massa sia convinta di capire tutto, dandole, soprattutto, certezze e risposte sicure. Solo punti esclamativi, nessun punto interrogativo. Basta dubbi, insicurezze, domande – questo lo dimostra meravigliosamente Svetlana Aleksievič nei suoi libri quando chiede alle persone che hanno vissuto quegli anni come mai non si interrogassero e la risposta che le danno è “avevamo disimparato a interrogarci”. Erano sinceramente convinti di aver avuto tutte le soluzioni, riprendendo l’atavica posizione di sottomissione al potere. Stalin era tornato ad essere il batjuška come lo zar o il pope ortodosso, come sta facendo oggi Putin. Dopo Stalin è il primo che ha capito e applicato queste realtà. In questo periodo si parla di flessione del gradimento della sua figura nei sondaggi (dall’ottanta per cento iniziale), ma io sono molto cauto, molto prudente. È uscita nei giorni scorsi una canzone che ho postato su Facebook di un giovane cantante di Irkutsk (Siberia), che si intitola “Ho messo un ritratto di Putin in cucina”. Recita la canzone, “mia mamma mi ha regalato un ritratto di Putin. Mia moglie non lo voleva, ma da quando l’ho messo in cucina la mia vita va bene e tutto ha ripreso ad andare per il meglio”. Allora mi sono posto il problema “è serio o è faceto, c’è dell’ironia o è una convinzione?” Nessuno mi ha ancora dato una risposta, nemmeno le persone più accreditate. Però è curioso che ancora oggi ci si trovi di fronte a fenomeni di tale portata. Potrebbe essere quello che negli anni Settanta chiamavano “stjob”, quel linguaggio per pochi eletti che, pur riconoscendo di far parte del sistema sovietico, volevano dimostrare di averne capito i meccanismi.

Noi lo abbiamo decostruito. Non lo vogliamo distruggere perché non siamo in grado e non crediamo di poterlo fare. Semplicemente mandiamo a dire ai responsabili: abbiamo scoperto i vostri trucchi. In ambito artistico e musicale noi prendiamo in giro il lessico o le forme di comunicazione, i codici comunicativi del discorso ufficiali, ne facciamo la parodia, ma siamo consapevoli di esserne parte integrante. Anche noi siamo come tutti gli altri.

Molto diversi dal dissenso, dai dissidenti, che cercavano il contatto con l’Occidente, sperando di abbattere il regime sovietico e socialista. Oggi forse questo potrebbe essere interpretato così:

Io sono un suddito putiniano, però con questa canzoncina, che dà un colpo al cerchio e uno alla botte, sta a voi decidere se è una presa in giro, se è sarcastica o ironica. 

Torniamo al concetto di nostalgia. La figura di Stalin, grazie soprattutto a Putin, sta rivivendo una seconda vita. Nel testo lei propone un’interpretazione estremamente brillante del periodo staliniano: partendo dal pensiero di Bachtin, introduce il concetto di “carnevale staliniano” che dominò la Russia, rappresentando non un’alternativa democratica, ma il suo lato irrazionale e dionisiaco. In tutto questo Stalin, una sorta di Ubu Roi, “immobilizzò la Storia, facendola procedere secondo regole e categorie di sua scelta”. Ci può illustrare questa sua interpretazione?
Parliamo del congelamento della Storia, della volontà di mantenere l’immobilismo e di andare avanti non con la scansione reale effettuale, ma quella che oggi chiamiamo virtuale. Stalin ha creato la realtà virtuale parallela con gli strumenti che la cultura visuale metteva a disposizione all’epoca. Oggi avremmo computer, grafica e altre mille risorse, all’epoca aveva il cinema, i manifesti di propaganda, le copertine delle riviste e ha investito su tutto questo, facendo ricorso al concetto di “opera d’arte totale”. Il termine è legato più a Hitler e a Wagner, ma lo si ritrova anche in Russia dove lo hanno chiamato realismo socialista, che non era altro che una lettura un po’ particolare di questo concetto. Tutte le arti, tutte le forme di cultura devono confluire nell’opera somma che sarebbe stato il Paese sovietico stesso, di cui – altra strategia estremamente raffinata – i cittadini erano, al contempo, creatori e fruitori. “Io collaboro e poi sono il primo a godere degli effetti meravigliosi”.

Vi è un’immagine della rivista Krokodil, che riporto nel saggio, in cui è ritratta la stessa ragazza immortalata, prima, mentre lavora alla costruzione della metropolitana con gli stivaloni e, poi qualche mese o anno dopo, elegantissima scende gli scaloni della metropolitana: quello è l’esempio perfetto. Lei è stata prima costruttrice, mentre adesso è la prima a godere di queste meraviglie. Bisognava che la storia procedesse su binari strettamente controllati e allora si costruiva una realtà parallela – io l’ho chiamata “Stalinland”, pensando al modello disneyano in cui non esistono il brutto, il cattivo e la morte. Stalin ha dichiarato che “vivere è diventato più bello, compagni, vivere è diventato più allegro” e tutti ci avevano creduto, nonostante il terrore imperversasse. Tornando alla storia congelata, ibernata, perché non si parla più di carnevale? Perché il carnevale è quello che si presenta ciclicamente, ogni anno, con la consapevolezza che durerà pochi giorni perché dopo la quaresima incombe. Permette regolarmente di ribaltare sia pure per poco la situazione: lo scemo del villaggio diventa il re del carnevale, il soldato semplice può dare dell’imbecille all’ufficiale, ci si mette i vestiti al contrario e i simboli di ricchezza, potere o le divise militari non valgono più. Tutto questo avrebbe scombinato e incrinato la meravigliosa costruzione immobile congelata e, quindi, il carnevale si trasforma in teatro. Si va alla festa di carnevale con un copione scritto ove ciascuno recita un ruolo ben preciso tra sfilate meravigliose. Su YouTube si possono ritrovare i filmati che documentano ore e ore di coreografie spettacolari provate per mesi, mentre Stalin rimira se stesso portato in processione. I suoi simulacri, i busti, le statue, le fotografie, i ritratti, i tappeti con la sua effigie, mentre rimira se stesso, rimira il popolo che fa festa per lui e porta in trionfo i simulacri che lo ritraggono: questo è il carnevale staliniano. L’illusione di fare festa, ma non si trattava di una fruizione, un godimento personale, era empatia. “Io sono felice perché provo la stessa emozione del capo. Quindi, tu mi fornisci già un’emozione precostituita”. Ecco l’altro possibile collegamento con la nostra contemporaneità: alcuni programmi televisivi dispensano quotidianamente finte emozioni, sentimenti fasulli, precostituiti, ma spacciati e vissuti da molti spettatori come autentici e credibili.  

Il modello che funzionava per il carnevale staliniano si ripropone anche oggi, tutti dicono le stesse cose, nessuno vuole fare una cosa originale, vogliono fare ciò che hanno fatto gli altri perché in quel modo sono rassicurati. Il popolo sovietico staliniano godeva nel vedere Stalin felice ed era convinto di essere felice in prima persona. Ecco la fine del carnevale. Non c’è più la risata popolare che mette in crisi, come gli studi culturali che sono di nuovo guardati male perché decostruiscono, instillano il dubbio rispetto alla verità assoluta che la disciplina tradizionale è tenuta a trasmettere. Stalin era riuscito a raggiungere quest’obiettivo, almeno fino all’inizio della guerra. 

Parlando ancora di Stalin, Lei nel saggio ha colto un elemento chiave: la gioia di Stato e le categorie dell’allegria non nascondevano quanto avveniva (le purghe, la repressione), ma creavano un mondo epico, da una parte, del bene e, dall’altra, del male. E il mondo del male era quasi necessario per punire i colpevoli, i cui volti venivano cancellati addirittura dalle foto, per tutelare il mondo perfetto che Stalin aveva costruito. Qual era la reale percezione da parte dei cittadini in quegli anni, anche alla luce di quanto accadde durante la guerra e dopo la morte di Stalin? Si accorgevano di quanto avveniva?
Si accorgevano senz’altro, però si convincevano anche che, se una persona spariva, c’era una ragione legittima per la sua sparizione. “Se l’hanno portato via, qualcosa di male deve averlo fatto”. E la consolazione era “se invece è innocente, il compagno Stalin farà giustizia”. I cattivi erano i malvagi burocrati, Stalin era colui che stava facendo pulizia tra questi ultimi: da qui le foto cancellate o ritagliate perché bisognava dimostrare che quello era il nemico del popolo, anche quando si trattava di parenti stretti. Cito la testimonianza di Ol’ga Berggol’c:

Quando mi sono resa conto dell’aura che c’era attorno al nome di Stalin in una prigione sovietica, mi sono guardata bene, anche quando ho pensato che lui potesse sapere tutto e che potesse essere colpa sua [frase sottolineata nel suo diario] dal condividere questo dubbio con gli altri.

Non solo perché avesse paura di eventuali ritorsioni, ma perché probabilmente lei stessa, finissima intellettuale, donna colta che era arrivata a scrivere il proprio diario segreto, nascosto nel cortile di casa perché nemmeno il marito sapesse che lo scriveva, aveva avuto il dubbio che Stalin potesse essere corresponsabile. Una su un milione. 

Diceva “nel dopoguerra ci fanno vivere come i personaggi del film ‘Il radioso cammino’”, una delle famose commedie musicali. C’era sicuramente chi capiva. Poi, come sempre, dopo il crollo dell’Urss, l’ho sperimentato di persona parlando con tanta gente, dicevano di aver capito tutto e che nessuno ci era cascato, proprio come quando è finito il fascismo. In Italia non c’era più nessun fascista. E tutti avevano capito tutto, dicevano di aver avuto per decenni la pistola puntata alla tempia. Certo, c’era la pistola alla tempia, ma c’era anche una costruzione raffinata delle strategie per ottenere il consenso. Una conoscenza profonda, come oggi per Putin, dei nervi scoperti del Paese e della sensibilità della popolazione e della storia culturale precedente. Una tesi contestata, poco dopo il crollo dell’Urss, durante un convegno in cui sono intervenuto. Non volevo dimostrare che erano stati ingenui o sprovveduti, ma l’esatto opposto: volevo dimostrare che l’inganno era costruito talmente bene da coinvolgere anche intellettuali come Pasternak e Čukovskij.

Durante un incontro al Congresso, dopo aver visto Stalin, furono i primi ad essere esaltati e a scrivere di essere usciti camminando a mezzo metro da terra. Dunque, figure insospettabili. Non è solo carisma, c’era dietro questa meravigliosa macchina, efferata finché si vuole, ma convincente e solida. Ne ho parlato molti anni fa con Maja Turovskaja, uno dei critici cinematografici sovietici più autorevoli. Era già molto anziana e le avevo chiesto – visto che lei conosceva la cultura e il cinema meglio di chiunque altro – come giustificasse la presenza di film così frivoli in momenti tanto drammatici.

Rispose:

Prima le do una risposta da essere umano e poi da critico cinematografico. Quando vivi in difficoltà, quando si è in guerra, non vuoi andare al cinema a vedere altre storie penose, vuoi andare al cinema e distrarti almeno per un po’. Da un punto di vista tecnico, da critica, dico che erano film fatti bene. Avevano compreso alla perfezione come problematiche grosse e importanti, l’amicizia dei popoli, l’antirazzismo etc., potessero essere veicolate attraverso un codice allegro come quello delle canzoni e con un intreccio appassionante e coinvolgente. Voi in Italia avevate i film dei telefoni bianchi.

Anch’io dicevo che ancora oggi in Italia tante persone leggono i giornali scandalistici, guardano le trasmissioni televisive cui accennavo in precedenza, per farsi trasportare in un mondo ideale. Parliamo di emozioni finte, fasulle, come dice Kundera con la teoria della “seconda lacrima”, la lacrima kitsch. E oggi siamo immersi in queste situazioni, pur senza avere la dittatura e il terrore. 

Nel saggio racconta un periodo cruciale per la storia russa, quello dal 1954 al 1968: la nascita dell’opinione pubblica, l’emergere dell’arte del disgelo e della categoria chiave di questo fenomeno – la gioventù – che rappresenta con l’arte le prime cellule di attivismo politico, il declino delle promesse dell’era di Chruščëv e il nuovo governo Brežnev con l’arrivo della stagnazione. Come si è evoluto il movimento giovanile nel corso di quegli anni e qual è il rapporto con le forme di contestazione giovanile dell’era putiniana, seppur differenti?
La nascita dell’opinione pubblica è fondamentale perché è proprio quello che dicevo prima citando la Aleksievič. Lei ha dimostrato che, fino alla fine dell’era staliniana, nessuno si poneva domande, l’opinione pubblica non esisteva, tutti condividevano la stessa convinzione. Giornali, riviste, musica, pittura convogliavano lo stesso messaggio e le domande non se le facevano più. Con il disgelo kruscioviano tornano i punti interrogativi invece dei punti esclamativi. Nel saggio cito il romanzo di Aksënov “Il biglietto stellato” che finisce proprio con un punto interrogativo. Il protagonista, dopo una serie di avventure e vicissitudini, vede questo biglietto stellato disegnato nel cielo sopra la sua finestra e si chiede “un biglietto sì, ma per dove?”. Il romanzo finisce non con l’happy ending e un trionfalistico rullo di tamburi, con il matrimonio dei due capi del kolchoz, ma con un dubbio. Ho visto questo biglietto stellato, sembra un biglietto ferroviario, ma dove mi porterà? E i giovani si sono infiammati per queste posizioni. Porre domande, trovarsi a recitare versi di poeti giovani come loro o di poeti non raccomandati, quindi Mandel’štam, Achmatova etc. sotto il monumento di Majakovskij. Non c’erano i Beatles o i Rolling Stones. Ma a decine di migliaia convenivano nei palazzetti dello sport per ascoltare i poeti: quindi lì c’era fermento. Poi hanno raccolto l’invito kruscioviano ad andare a dissodare le terre vergini, un progetto che, sul fronte economico-agricolo, è stato un fallimento totale per Chruščëv, anche se ha portato via i giovani dalle grandi città, dagli appartamenti in coabitazione sovraffollati, lontani dalle famiglie, aprendo loro strade nuove e diverse, da percorrere con i coetanei e con l’icona di Hemingway in tasca. Hemingway era americano, ma americano comunista e “cubano”, quindi incarnava una stranissima posizione geopolitica e ideologica. I suoi romanzi erano stati tradotti grazie al disgelo kruscioviano, una prima parte negli anni Trenta, poi era tornato in disgrazia, era stato cancellato e poi, grazie a Chruščëv, era tornato. I giovani si illudevano di vivere “alla Hemingway”. 

Questo ha contribuito anche a formare una nuova opinione pubblica, ad aprire un dibattito, a mettere un po’ in crisi le certezze assolute degli anni precedenti. I ragazzi avevano la vodka e facevano finta che fosse il Martini con l’oliva, poi il rapporto con le ragazze, le donne, il machismo che torna, le ragazze di nuovo incluse, ma ricordando sempre che sono femmine e, quindi, occupano un gradino inferiore. Entusiasmo alle stelle, euforia e poi il crollo e si passa alla fase successiva. I giovani degli anni Sessanta invecchiano e si trasformano nella distaccata gioventù degli anni Settanta che sceglie di fare lavori come il custode delle caldaie o il guardiano notturno per avere un lavoro perché avevano visto che Brodskij, come parassita, era stato condannato e ha subito quel che ha subito. Quindi, lavoro sì, ma che non impegnasse più di tanto e permettesse di assumere una posizione apolitica, un patto non scritto con il potere ufficiale. 

Uno dei grandi pregi di questo saggio è quello di dare luce a periodi storici che non sono mai stati approfonditi o recepiti nella loro complessità. Penso, ad esempio, al periodo che va dal 1974 al 1980, il cui capitolo è stato da Lei denominato “Fermento nello Stagno”. All’apparente stagnazione in realtà si contrappone un fermento significativo, a livello sociale e artistico. A Mosca e Leningrado gli intellettuali si riunivano in caffè, teatri-studio e atelier di artisti e un nuovo movimento – la sots-art – prendeva forma nel 1974. E il potere garantiva, salvo eccezioni, maggior tolleranza in cambio di minor resistenza. Tutto questo dopo l’inizio, tra il 1962 e il 1968, del periodo della contestazione politica (dunque, non più “mano nella mano con il partito”), la nascita del movimento per la difesa dei diritti umani nel 1968 e l’invasione di Praga sempre nel 1968. Come hanno vissuto questo trauma i giovani e gli intellettuali?
Lo hanno subito, secondo me, senza avere la forza o forse avendo la consapevolezza che reagire sarebbe stato controproducente. Ricordo l’episodio dei sette che hanno manifestato contro i carri armati a Praga sulla Piazza Rossa: perché sette su sette-otto milioni residenti a Mosca? Perché si sapeva che era inutile, che si sarebbe trattato di manifestazioni all’occidentale. Noi occidentali protestiamo andando in piazza. Per i russi sovietici andare in piazza aveva voluto dire adeguarsi alla festa di stato, al carnevale di stato e portare i fiori e i ritratti del leader di turno. Quindi, andrebbe studiato a parte il concetto, il modo di protestare o manifestare il dissenso, la protesta. Non a caso hanno cominciato nella Russia post-sovietica a manifestare andando in piazza, andando a Bolotnaya, la piazza della palude, non la Piazza Rossa. 

All’epoca dei fatti di Praga penso che tutti – e io ho parlato con molti amici e colleghi che dicevano di essere indignati – avessero capito che era un’invasione.  Erano consapevoli di non poter farci niente. E non è viltà. Da parte di molti occidentali è stata bollata come mancanza di coraggio. Noi possiamo essere coraggiosi qui perché abbiamo strutture diverse e abbiamo alle spalle una storia e una cultura differente. In Russia quei sette che sono andati a manifestare dopo pochi minuti erano già al Kgb e sono finiti in ospedale psichiatrico o condannati all’ammasso del legname. Loro, lo dice la Gorbanevskaja [ndr una dei sette manifestanti], erano consapevoli di finire male, ma non hanno potuto non andare in piazza. Però, solo in sette lo hanno fatto. È una struttura mentale che porta a pensare in quel modo. Per questo per noi occidentali è difficilissimo interpretare, tanto più condividere, le loro scelte le loro posizioni. Anche una studiosa straordinaria con cui sono ancora in contatto dice che avevano il pianto nel cuore se pensavano a ciò che stava succedendo a Praga. Ma, come afferma Gramsci, finché il subalterno non capisce che ci sono tanti altri come lui, non si accorpa e non si rende conto di essere a sua volta produttore di cultura e di avere una forza e una potenza, il subalterno rimane isolato, per lo meno fino a quando non scatta una molla che trasforma la sottomissione in reazione. Loro non si erano ancora accorpati. Non avevano individuato un modo per farlo. Forse anche la volontà.

Dopo le delusioni del crollo del disgelo probabilmente c’è stato un crollo totale su quel fronte. La foto di Koudelka, ove ci sono attoniti militari sovietici, ragazzi di 19 anni, e i loro coetanei di Praga che sono, invece, vivaci e frementi di sdegno, è da pelle d’oca: da una parte, i ragazzi di Praga si chiedono cosa siano venuti a fare i soldati sovietici e, dall’altra, i militari pensavano “cosa mi chiedi, sono un militare, mi è stato ordinato di venire qui ad aiutarvi, a darvi il nostro aiuto fraterno” perché ripetevano le frasi del potere. La mia interpretazione è questa. Quell’episodio, quei fatti, come la condanna di Brodskij: una percentuale ridotta aveva capito benissimo che stavano succedendo degli eventi tragici, però nessuno di loro aveva trovato il modo, la forza, la volontà o la capacità di organizzarsi per contrastarlo, a parte colei che ha stenografato tutto l’interrogatorio a Brodskij l’unica a mettersi a rischio. E rinchiudendosi in cucina creavano l’ennesima eterotopia, il luogo ideale che non esiste, ma in cui era possibile comportarsi, parlare, agire allo scoperto come nessuno ancora faceva.

Qual è, secondo lei, la visione russa dei diritti civili e dei diritti umani? 
Per noi è particolarmente difficile capire la loro visione. Per i Russi i diritti civili e umani hanno un’importanza diversa rispetto alla nostra. Già ai tempi sovietici mi dicevano che per noi occidentali erano fondamentali certe cose, mentre loro avevano una gerarchia diversa in termini di esigenze. Quando i primi manifestanti gay o le prime femministe andavano a dimostrare a Mosca, i diretti interessati chiedevano loro di stare a casa propria. E anche se dimostravano per cause che avevano un senso, per i Russi quelle non erano esigenze primarie perché loro riuscivano a sopravvivere grazie ad un patto di reciproca non interferenza con il potere. Se arrivavano gli occidentali a smuovere le acque, per i Russi poteva comportare un giro di vite tremendo e quel poco di tranquillità che avevano acquisito a modo loro per colpa di altri rischiava di svanire. Quindi, non applichiamo le categorie dell’Occidente alla Russia. Questo è l’errore più grande che l’Occidente abbia mai commesso. 

Hanno alle spalle secoli di asservimento e, quindi, hanno un rapporto di dipendenza dal potere che non possiamo capire e non condividiamo. Quindi, si tratta di un errore grosso da parte nostra, così come il grande entusiasmo per Gorbačëv e la perestrojka. Non a caso molti Russi continuano a considerarlo un cialtrone che ha svenduto il Paese.

Un piccolo focus sui luoghi: dai raduni sotto le statue, ai salotti, alla kommunalka fino ad arrivare alla cucina: “dieci metri per cento persone”. Che ruolo ha svolto questo luogo “mitico” nelle fasi di risveglio e consapevolezza sociale e politico? 
La cucina è l’unico luogo in cui si possono scambiare i propri dubbi tra persone sicure. I Russi si erano illusi con Chruščëv di poterlo fare in piazza sotto le statue dei poeti, si sono poi sentiti ingannati e si sono chiusi in cucina. Non volevano necessariamente il contatto con l’Occidente. Quello lo cercavano i dissidenti. Decidono di vivere in una bolla che si creano e lì possono leggere Il Maestro e Margherita, possono cantare, ma chiusi al sicuro in una cucina. I Russi ritengono che gli occidentali non debbano insegnare loro a rivendicare. Sono contenti di quello che hanno, dimostrano di aver capito l’inganno perpetrato dal potere, è una cosa tra loro e i capi. Noi non c’entriamo, secondo il ragionamento dei Russi.

Anche noi, come borsisti occidentali, eravamo ammessi a queste serate solo dopo esami reali finché loro erano sicuri che non saremmo andati lì a fare l’occidentale che dettava legge, che diceva “adesso facciamo la rivoluzione”. La loro rivoluzione era già lì perché di notte parlavano tra loro, leggevano i testi, cantavano le loro canzoni, preparavano i bliny, magari si innamoravano. Domani sarebbe stato un altro giorno, si sarebbe tornati nel territorio pubblico, si sarebbe indossata un’altra maschera fino alla prossima serata. Era così e non si trattava di una vile soluzione di ripiego. Era ciò che all’epoca concedeva la situazione politica. I pochi che hanno cercato di forzare la mano sono stati fermati perché i tempi non erano maturi. 

Prima di concludere passiamo ad un periodo importante per la Russia: la gestione Gorbačëv. Come lei sottolinea bene nel saggio, “i mondi alternativi si estinsero e la libertà gorbačëviana colse alla sprovvista anche coloro che tanto l’avevano agognata, ma che del nemico non sapevano fare a meno”. Secondo la sua analisi, la nuova filosofia politica di Gorbačëv si scontrava con i costrutti ideologici sovietici e con le categorie culturali della Russia antica. Accelerazione, trasparenza e democratizzazione non erano in linea con lo spirito russo. “Troppo Occidente, troppo in fretta, troppo tutto”. Secondo lei, fu Gorbačëv a non saper gestire la transizione da un mondo sovietico con proprie regole e modelli economici a un nuovo sistema ancora da definire oppure la Russia non era davvero pronta ad accogliere un cambiamento così radicale?
La Russia si era creata, sul fronte economico e culturale di cui si parlava poco fa, un sistema sotterraneo funzionante, basato sul baratto e gli scambi personali. Chi lavorava, ad esempio, in una fabbrica casearia teneva da parte dei vasetti di ricotta che dava ad altre persone che, in cambio, concedevano altri beni (un biglietto per il teatro, le scarpe etc.). Non esisteva il verbo comprare, esisteva il verbo procurarsi. Gorbačëv lo considerava un sistema che faceva acqua, vergognoso, indegno, come le famose code. Se c’è la coda, è buon segno perché, mi avevano insegnato gli amici russi, ci sono i prodotti. Nel 1991 le code non c’erano più perché non c’erano i prodotti. Gorbačëv ha mandato all’aria questo sistema costruito in anni di contatti, strategie sotterfugi che alla fine funzionavano, mentre ancora non c’era niente di pronto per sostituirlo. Come è accaduto dopo il 1917, i primi interlocutori non avevano gli strumenti per mettersi all’improvviso a produrre, a lavorare ad avere una posizione individuale importante, a dare un contributo personale. Per settant’anni si erano sentiti dire che esistevano solo in funzione del collettivo, Gorbačëv arriva proponendo l’accelerazione, i tempi dell’Occidente, una produzione veloce. La Russia è sempre stata lenta, immobile, dai canti popolari ad Oblomov che passa la sua vita sul divano, per riprendere il concetto di orizzontalità. Propone di agire come in Occidente, porta la moglie in Francia e lei va a comprarsi i vestiti nei grandi magazzini parigini. Una vergogna per i Russi. Le mogli dei leader erano sempre state all’ombra del marito: basti pensare a Putin che, una volta o due, ha sfoggiato la moglie prima di divorziare. Al secondo mandato presidenziale lei era fra il pubblico al Cremlino ad aspettare lui che da solo faceva il suo ingresso solenne.

Putin ha capito anche questo. Gorbačëv ha compiuto un lavoro eccezionale per l’Occidente, ha fatto crollare il muro di Berlino. Nel testo riporto l’immagine “Danke Gorbi” scritta sui muri in giro per Berlino, ma i suoi concittadini non lo hanno apprezzato. Lo considerano il traditore che ha liquidato il Paese, poi c’è stato un ristretto gruppo di intellettuali che ha vissuto un momento di entusiasmo, l’illusione di democrazia, l’apertura degli archivi, la liberalizzazione della stampa. Oggi stiamo facendo di nuovo marcia indietro con il ministro della cultura Medinskij, sempre più vicino a modalità censorie sovietiche.  

E veniamo al ventennio putiniano. Sembra un connubio di molti elementi dell’Unione Sovietica, dell’epoca zarista (penso ad Ivan il Terribile) e del modello che ha appreso in anni di militanza nel Kgb, ora Fsb. Sembra che, sotto il suo comando, molte epoche storiche coesistano contemporaneamente, dall’Opričnina di Ivan il Terribile alle parate staliniane per il Giorno della Vittoria. Ricordiamo, ad esempio, le cerimonie di insediamento del presidente in stile zarista. Come si può interpretare, alla luce della Sua esperienza, questo ventennio quasi infinito?
La sfilata di Putin per il secondo rinnovo del mandato mostra le enormi differenze tra Occidente e Russia. Gli occidentali sono rimasti agghiacciati, per lo meno parlo di persone che condividono il mio punto di vista. Non so chi sarebbe rimasto incantato se un presidente della repubblica o un’altra figura istituzionale avesse fatto blindare tutta la città, vietando la circolazione automobilistica, bloccando i mezzi pubblici e i pedoni, per attraversare da solo in limousine tutta la città. Ho scritto anche su questo tema, parlando delle manifestazioni pubbliche organizzate dal suo regime, per cogliere gli elementi zaristi e sovietici rievocati e per capire con quale raffinatezza mentale abbia saputo cogliere spunti utili da ogni fase storica precedente con l’obiettivo di portare acqua al proprio mulino. Esattamente come ha fatto Stalin all’inizio della guerra quando è sceso dal piedistallo e ha rispolverato dal passato remoto una serie di figure storiche, con il famoso discorso “Fratelli e Sorelle.” E poi pensiamo a “Ivan il Terribile” di Ėjzenštejn, un sommo capolavoro oggi, di nuovo, di grande attualità. Il discorso di incoronazione di Ivan potrebbe essere stato pronunciato da Putin. La Russia sarà potente se sarà forte. I diplomatici stranieri dicono, mentre Ivan pronuncia il suo discorso: “il Papa non lo riconoscerà mai” e l’altro risponde “Se sarà forte, anche il Papa dovrà riconoscerlo”. Ed è Putin. Se sarò forte, non popolare. Divento popolare non con i sistemi dell’Occidente, ma dimostrando che sono tosto, duro, crudele se necessario. È quello che il popolo si aspetta da me. 

Veniamo ai rapporti tra Occidente e mondo russo. Nel Suo testo non vi sono elementi di russofobia o russofilia, dunque massimo equilibrio tra i due diversi punti di vista. Per parlarne vorrei partire da un episodio “bizzarro”, da Lei citato, avvenuto nel 1955 quando il ministro degli esteri Molotov, dinnanzi alla proposta del II Congresso degli Scrittori di far pubblicare “Il Vecchio e il Mare” di Hemingway (tradotto in Urss negli anni Trenta) sulla rivista “Inostrannaja Literatura”, disse: “C’è uno che sta tutto il tempo a pescare non so quale pesce”. Un episodio che serve a capire il tipo di dialogo tra Occidente e Russia. Putin dice che non sono solo Europa, ma anche Asia. Superando una visione manichea dei rapporti tra questi due mondi, ritiene vi sia una possibilità di dialogo?
La politica è fondamentale, quindi rispondo con la massima cautela, scegliendo di guardare l’aspetto culturale. E, culturalmente, vedo l’Occidente che continua, colonialisticamente, ad applicare le proprie categorie nell’interpretazione di un Paese che è totalmente altro da sé. I giornalisti o chi si occupa di queste cose senza averne un po’ di competenza tende a rappresentare se stesso come il giusto, come la reazione a Gorbačëv: finalmente anche la Russia ha la libertà, la democrazia, la moda, i concorsi di bellezza, i casinò, i McDonald’s, tutto quello che abbiamo noi come se contasse solo questo. È uguale a noi e ci fa meno paura, noi ci riconosciamo e siamo pronti a tenderle la mano. Nel momento in cui Putin, o chi per lui, prende le distanze e identifica di nuovo l’Europa come nemico – la colpa del momento è quella di essere un foreign agent – di nuovo cominciamo ad aver paura e la nostra posizione di superiorità viene messa in crisi. È sempre il discorso della cultura egemonica rispetto alle sottoculture e alle controculture. Se non riesco a farti mio – qui ritorna Gramsci – quando il subalterno si organizza e fa paura allo Stato e lo Stato si accorge, come è avvenuto con gli stiljagi quando hanno cominciato ad essere troppo visibili e sono stati costretti a correre ai ripari, spegnendosi perché era arrivato il Festival della Gioventù e i veri occidentali, i giovani, hanno capito che erano ridicoli. Dal mio punto di vista di studioso della cultura, il problema resta questo. Non possiamo applicare le nostre categorie ad un Paese che non è il nostro. Prima impariamo, studiamo e andiamo a capire cosa c’è alle spalle non solo ieri, ma anche l’altro ieri e nel passato remoto. È certamente impegnativo e scomodo. Ed è questo ciò che la scuola dovrebbe fare, ma, purtroppo, non lo fa più perché vi è la necessità di avere tanti laureati e diplomati. Quindi, si abbassa il livello in modo da promuovere tanti giovani che realizzano reportage o servizi giornalistici molto lontani dalla realtà.  

L’era sovietica. Conversando con Gian Piero Piretto ultima modifica: 2019-02-21T21:07:47+01:00 da ANNALISA BOTTANI

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