Venezuela e la sinistra. Scomode verità

La narrazione prevalente contrappone l’inetto Maduro la cui leadership pare avviarsi lentamente al capolinea, ai fasti dell’epoca gloriosa di Hugo Chávez. Se facciamo nostro un approccio del genere non ci sarà consentito comprendere le cause vere del fallimento verticale che ha messo alla fame un intero paese.
scritto da CLAUDIO MADRICARDO

La narrazione prevalente, non solo nella sinistra venezuelana, contrappone l’inetto Maduro, la cui leadership pare avviarsi lentamente al capolinea, ai fasti dell’epoca gloriosa di Hugo Chávez. Se facciamo nostro un approccio del genere non ci sarà consentito comprendere le cause vere del fallimento verticale che ha messo alla fame un intero paese. E non saremmo in grado di vedere come a originarlo non ci sia altro, da parte del Venezuela, che l’accettazione dello scambio ineguale e di un ruolo economico coloniale nell’organizzazione mondiale del lavoro.

Una realtà che è condivisa da altri paesi dell’America Latina che basano le proprie strategie di sviluppo sull’estrazione, esposti alla fluttuazione dei prezzi delle materie prime e a leggi di mercato che, meno che mai, sono in grado di controllare.

Se Hugo Chávez ebbe la fortuna di contare fino al 2013, anno della sua morte, su un prezzo del barile pari a cento dollari e sulla sua grande capacità di trascinare le folle, Maduro non esprime un simile carisma, e ha portato a maturazione tendenze che già si profilavano all’epoca del suo predecessore. Il risultato è stato che, per continuare al potere, ha dovuto fare della corruzione la leva con cui ha legato a sé la nuova borghesia bolivariana, la cui parte più importante sono i militari ai quali sono concessi enormi privilegi anche in termini di salari, un sistema la cui base sociale vive di contrabbando.

Rispetto ai tempi del suo predecessore, Maduro ha modificato la composizione di governo dando ai militari una presenza in ruoli fondamentali dell’organizzazione sociale e politica del paese come mai era successo in precedenza. Così, salvo qualche scricchiolio tra la truppa prontamente represso con la forza di cui per altro trapela poco, si spiega anche che il caso più importante di defezione sia quello recente di Hugo Carvajal, ex capo dell’intelligence e attuale deputato chavista all’Assemblea Nazionale. E che ogni offerta di amnistia da parte di Guaidó a militari che abbandonano Maduro, sembra al momento cadere nel vuoto.

Quanto al malcontento sociale, Maduro non ha esitato a reprimere le richieste dei lavoratori e ha svuotato le forme di potere popolare che Chávez aveva cercato di introdurre come correttivi ai pericoli di burocratizzazione e di corruzione che già erano alla vista. Con le sue scelte improvvisate ha portato all’estremo fallimento l’economia del paese non facendola evolvere dalla debolezza di una politica estrattiva che ha il suo perno nell’esportazione di petrolio, oro e minerali.

I pochi dati disponibili forniti dal governo con grande ritardo, forse nel tentativo di negare il tracollo economico, certificano impietosamente una costante picchiata del Pil. Dal 2014 in cui il prodotto interno lordo è calato del 3,9 per cento, si passa al 2015 dove si è abbassato del 6,2 per cento. Annus horribilis il 2016 con un meno 16,5 per cento, mentre il FMI valuta per il 2017 un calo del dodici per cento, e nel 2018, per il quale non ci sono dati ufficiali, la crisi si è addirittura approfondita. Quanto all’inflazione, essa ha chiuso nel 2017 oltre il duemila per cento, mentre nel 2018 ha oltrepassato il ce sto per cento mensile, e si stima essere arrivata a fine dell’anno scorso a un milione per cento.

Che l’ostilità dell’Impero abbia potuto metterci lo zampino per sabotare l’odiato esempio chavista è anche possibile, ma tutte le forze dell’inferno coalizzate mai avrebbero potuto generare una tale situazione di disastro economico, imputabili a scelte che appartengono alla dirigenza del paese oltre che agli imprevisti del prezzo del petrolio che nel 2015 si è abbassato a 41 dollari al barile, per posizionarsi sui 66 dollari lo scorso anno.

Il calo del prezzo greggio è stato di sicuro il motivo principale della crisi economica del Venezuela, anche se non spiega come mai altri paesi produttori abbiano potuto evitare un uguale tracollo economico. Quello che non si è verificato in quei paesi e che invece è accaduto in Venezuela, è in primo luogo la paralisi del sistema industriale petrolifero, la cui produzione è scesa a livelli mai visti da decenni a questa parte.

Secondo i dati OPEP a metà dell’anno scorso il Venezuela è sceso a due milioni e mezzo di barili al giorno, mentre per il 2019 il governo ha stimato di giungere alla produzione di sei milioni di barili diari.

Un traguardo che sembra impossibile, tanto che l’asticella dovrà essere di conseguenza posizionata ben al di sotto di quello che si è sperato, con un decremento drammatico delle entrate di denaro fresco su cui il paese potrà contare. Ciò costringerà Maduro a destinare buona parte dei magri introiti economici derivanti dal petrolio al pagamento del debito contratto con Cina e Russia, per soddisfare il quale ha tagliato le necessità di cibo e medicine dei venezuelani, ridotti a un’involontaria cura dimagrante. Sapendo che se solo avesse rallentato i pagamenti ai creditori per lenire la grande crisi sociale, avrebbe potuto dire addio alla possibilità di poter avere denaro contante con cui far funzionare la macchina statale ed evitare che il sistema imploda. Un gatto che si morde la coda.

La “dieta Maduro” che si calcola abbia fatto perdere in media tra i sei e i dieci chili di peso corporeo a ogni cittadino, ha provocato al contempo gravissimi problemi di denutrizione in intere fasce di popolazione, con conseguenti riflessi sullo stato di salute generale del paese, dove gli ospedali sono privi delle più elementari medicine e dei farmaci di sopravvivenza, e la gente muore.

La recente offerta da parte degli Stati Uniti di aiuti, che il governo venezuelano ha denunciato come nocivi e addirittura cancerogeni, è alla base dell’attuale braccio di ferro intrapreso con il presidente ad interim. Forte di un ampio riconoscimento internazionale, Guaidó gioca la carta dell’amico americano per conquistarsi i favori di una popolazione allo stremo che nella sua grande maggioranza è già contraria a Maduro, dove all’opposizione tradizionale al chavismo si mescolano sempre più persone che da quell’esperienza provengono, e che hanno deciso di abbandonare la nave.

A questo punto, allo stesso Maduro forse non rimane che la strada di negoziare una qualche uscita, a meno che la sua adesione alla proposta di mediazione di Messico e Uruguay non si debba a una scelta tattica sullo stile di Daniel Ortega, che prima ha trattato con l’opposizione e poi buttato a mare il tavolo e in galera un bel po’ di coloro che lo volevano dimissionario.

Nei giorni scorsi Daniel ha incontrato Chiesa e grandi imprenditori e ha deciso di aprire nuovamente al dialogo, dopo centinaia di morti e le galere piene di oppositori, forse ancora una volta col solo scopo di guadagnare tempo, sperando che la crisi possa rientrare. Le analogie e i legami tra i leader dei due paesi (simul stabunt, simul cadent) sono del resto impressionanti, e da un regime come quello di Maduro che fino a ieri negava l’emergenza fame, ci si può aspettare di tutto.

Intanto il paese paga drammaticamente sulla propria carne gli errori fatti dal governo bolivariano che ha voluto privilegiare l’estrazione di un greggio pesante dalla zona dell’Orinoco, facendo passare in seconda fila i campi petroliferi tradizionali che danno un petrolio leggero di cui il paese abbonda. Si è scelto così di estrarre un greggio che per essere lavorato abbisogna di tecnologie e di finanziamenti di cui il Venezuela è privo e che sono invece disponibili negli Stati Uniti, e il cui sfruttamento diventa conveniente solo con un prezzo al barile attorno ai cento dollari. Quindi ben al di sotto del livello attuale. Con un paese preda della corruzione che è la regola più che l’eccezione dell’andamento generale.

Le scelte strategiche che hanno trascurato i pozzi tradizionali da cui si estrae a costi di molto inferiori non hanno consentito di immettere sul mercato le quantità abbondanti di prodotto di cui il Venezuela disporrebbe, la cui vendita avrebbe consentito di finanziare uno sviluppo di un’economia alternativa a quella semplicemente estrattiva. Con la conseguenza che il paese ha mancato l’occasione di affrancarsi dalla dipendenza.

E dopo anni di chavismo, continua a essere vittima dello scambio ineguale, con una economia che deve importare tutto per far vivere il paese, non riuscendo a produrre a sufficienza nemmeno per il mercato interno, dove in pratica la benzina è gratis e oggetto di contrabbando alle frontiere. La stessa strada il Venezuela di Maduro ha lo scorso anno imboccato per quanto riguarda l’estrazione di oro, alluminio, columbite-tantalite, diamanti etc., aprendo alla speculazione straniera 112 chilometri quadrati del suo territorio in Amazzonia, esponendo a un grave pericolo di inquinamento una zona da cui trae la stragrande maggioranza delle riserve idriche e dove vivono numerose comunità indigene.

L’opposizione ha la maggioranza nell’Assemblea nazionale, e quando ha governato si è macchiata di stragi di lavoratori e di tentazioni golpiste al tempo di Chávez. Guaidó, leader per caso al posto di Leopoldo López ai domiciliari per essersi opposto a Maduro, si è proclamato presidente ad interim sulla base della costituzione chavista.

L’appoggio fulmineo che gli è venuto da Donald Trump lascia intendere che di certo fa parte di un unico disegno messo in opera dagli USA per riprendere il controllo dell’area, non escludendo al riguardo nulla pur di arrivare alla soluzione. In stretta alleanza con i neo presidenti di Brasile e Colombia.

Ciò ha fatto levare il grido di allarme da parte di tutta la sinistra, non solo latinoamericana, che ha ricordato, e giustamente, che qualsiasi soluzione del problema spetta solo ai venezuelani. E ha trovato un baluardo nella politica di non ingerenza propugnata dal messicano López Obrador che ha rispolverato la “Estrada Doctrine” e che col suo peso sullo scacchiere in buona misura controbilancia le tentazioni avventuriste dei compagni di cordata di Donald Trump.

Quanto a scendere in campo a difesa di un regime corrotto, mafioso e liberticida solo perché si autoprofessa di sinistra, com’è quello di Maduro o di Ortega, dovrebbe far pensare la sinistra in ogni parte del mondo. E spingerla a darsi una risposta definitiva alla domanda di quale differenza faccia per la gente stremata del Venezuela se a rapinarla delle ricchezze del suo paese sia un signore che predilige gli hamburger e parla inglese o uno che le presenta un conto salato in mandarino.

“Il Venezuela e i fantasmi dell’America Latina”
Dibattito, venerdì primo marzo, nello spazio Micromega Arte e Cultura, Venezia
Il manifesto dell’iniziativa

Venezuela e la sinistra. Scomode verità ultima modifica: 2019-02-23T12:18:37+02:00 da CLAUDIO MADRICARDO

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