L’umanità femminile, vita dell’Europa. Parla Luisa Muraro

"Nel mio ambiente femminista italo-tedesco non abbiamo dubbi, Angela Merkel è una donna ammirevole; io sono perfino fiera di lei che, come statista, è arrivata dove la nostra Tina Anselmi poteva arrivare, penso io, se non fosse stato per i marpioni nostrani"
scritto da Matteo Angeli

La crisi del progetto europeo è sintomo di una malattia ben più grave, ovvero il declino della politica, sempre più effimera, volatile, in mano a venditori e showman.
In questo scenario in cui prevalgono logiche di corto respiro, è ancora possibile immaginare nuove forme di partecipazione e di rappresentanza, possibilmente con una valenza europea?

Ne abbiamo parlato con la filosofa Luisa Muraro. È tra le fondatrici della Libreria delle Donne di Milano, della rivista Dogana e della comunità filosofica Diotima, che ha elaborato e diffuso il pensiero della differenza, fino a renderlo una realtà imprescindibile della filosofia contemporanea.

Luisa Muraro

Luisa Muraro, l’Europa sembra essersi retta – soprattutto negli ultimi due decenni – sull’illusoria presunzione che la coesione e l’integrazione raggiunte siano una condizione irreversibile. E che non possa esservi un’alternativa di disgregazione e neppure un ritorno indietro, un riaggiustamento significativo della sua architettura in seguito al ripetersi di crisi come quella greca e la Brexit. Invece sono sempre più numerosi quelli che cominciano a pensare che sotto le scosse crescenti dei rinascenti nazionalismi l’edificio europeo possa addirittura crollare. Perfino in tempi rapidi. Lei è tra questi?
La parola “crollare” mi pare esagerata per un edificio basso e largo, meglio parlare di un disfarsi. Farebbe comunque danni che non sappiamo fin dove potrebbero arrivare. Del resto, le cose che possono accadere senza che si possa prevedere né arrestare le conseguenze, sono una miriade crescente a causa di una globalizzazione malfatta: il capitale aveva fretta di fare soldi, ce l’ha detto chiaro e tondo a Genova nel 2001.
Quanto alla domanda: no, non penso che siamo nell’imminenza di un disfacimento dell’Unione europea. Secondo me, c’è una parte di finzione nel discorso dei cosiddetti sovranisti. Vero è che, se spingono la finzione molto avanti, questa potrebbe sfuggirgli di mano e diventare realtà, cioè una crisi distruttiva dell’Europa… Non dimentichiamo quello che è capitato nel 1914, nessuno voleva la guerra oppure sì, ma piccola. Come sappiamo, a furia di finte, è scoppiata una guerra mai vista prima così grande che ha devastato l’Europa per tre decenni abbondanti.

Quanto si sente europea? E come definirebbe, come spiegherebbe il suo essere europea a qualcuno che viva lontano dal nostro continente e che non l’abbia mai visitato?
Dirò una banalità ma so per esperienza che suonerà un po’ sorprendente: io mi sento anzitutto veneta. Detto questo, le cose si complicano. Giovane, ha lasciato volontariamente il Veneto, la cui popolazione mi appariva troppo ossequiosa verso il potere. Ho girato due anni per l’Europa e poi ho trovato il modo di stabilirmi a Milano. Che per me è una specie di Europa dove si parla la lingua europea che conosco meglio, l’italiano.

Qual è il problema? L’Italia meridionale, ovviamente, cioè aver fatto l’Italia (cosa che, esclusa una minoranza borghese e intellettuale, i veneti non volevano) e con l’Italia, il Meridione con i suoi eterni problemi senza soluzione.

Avrei potuto provare simpatia e ammirazione per il sud dell’Italia e per l’Italia in quanto paese dell’Europa meridionale, come la Spagna e la Grecia. Ma non ho trovato le mediazioni necessarie. Non le ho trovate perché, che io sappia, non esistono. Andare a Napoli è imbarazzante per me. Fa eccezione il lungo soggiorno dedicato a studiare Giambattista Della Porta, figura di napoletano che aveva statura europea e che, per me, non l’ha persa.

Arrivo così a rispondere alla domanda. Se qualcuno, esterno ed estraneo, m’interrogasse sul mio essere europea, gli risponderei: parliamo dell’Europa o dell’Unione europea? Lo chiedo perché, semplificando ma non più di tanto, l’Europa l’hanno fatta i meridionali ma l’Unione europea l’hanno fatta i nordici, e le necessarie mediazioni continuano a mancare. La cosa si è accentuata per me con il femminismo: in risposta al movimento delle donne le agenzie europee hanno adottato un “femminismo di Stato” poco o niente rispondente al movimento di cui faccio parte attiva da una vita.

Si potrebbe sostenere che l’edificazione dell’Unione europea sia stata finora un’opera prevalentemente “maschile”. Tanto che, adesso che è in crisi, si fa spesso riferimento alla necessità di recuperare lo spirito dei “padri fondatori”, come Robert Schuman, Alcide De Gasperi, Altiero Spinelli, Konrad Adenauer, ecc. Eppure l’Europa ha potuto contare su figure femminili di spicco già prima della fine della seconda guerra mondiale, come Simone Weil…
È molto giusto ricordare in questo contesto la figura di Simone Weil, la quale ha intensamente partecipato alle vicende dell’Europa tra le due guerre mondiali e, alla fine della sua vita, nei primi anni Quaranta, si è dedicata a pensare un futuro che portasse la Francia e l’Europa a riscattarsi dagli esiti di una disastrosa modernità. Di ciò parlano i suoi “Scritti di Londra” e il fondamentale “L’Enracinement”, saggio che in Italia conosciamo con il titolo che gli diede Franco Fortini, “La prima radice”. Per un’introduzione alla conoscenza di lei segnalo il recente “Leggere Simone Weil” di Giancarlo Gaeta (Quodlibet, 2018).

C’è un’altra donna che bisogna iscrivere nella genealogia dell’Europa, non accanto ai padri elencati nella domanda, uomini sicuramente meritevoli e degni. Lei è venuta prima di loro nel tempo e non soltanto, pensando alla qualità dell’ispirazione che ci trasmette… Sbaglio: che poteva e ancora potrebbe trasmetterci se solo non fosse trascurata dagli studiosi e sconosciuta ai più. Parlo di Madame de Staël, per la quale rimando alle pagine che le dedica Tiziana Plebani, “Le scritture delle donne in Europa” (Carocci, 2019).
Non è soltanto l’Unione europea che risulta come se fosse opera solo maschile ma quasi tutta la storia e la cultura dell’Europa.

A questo punto chiedo spazio per rispondere a una domanda che s’impone. Premesso che l’umanità femminile ha grandemente e variamente contribuito alla storia e alla civiltà del continente, perché il loro contributo non ci appare con ogni evidenza? Ciò si deve (principalmente, secondo me) alla formazione della memoria collettiva e ai criteri per selezionare ciò che è memorabile e va trasmesso. In questo passaggio l’umanità femminile va sullo sfondo e quasi sparisce. Perché, torno a chiedere. Suggerisco un’ipotesi: i maschi hanno un forte bisogno di risaltare, emergere, farsi vedere, lasciare traccia di sé (in questo simili a certi animali). Niente di male, in sé. Il problema è che fanno della maschilità la misura della normalità umana e resistono alla consapevolezza della loro propria differenza. Al limite, preferiscono martoriarsi con la virtù dell’umiltà e le pratiche del nascondimento, piuttosto di prendere serenamente coscienza dei propri speciali bisogni simbolici.

Angela Merkel è probabilmente la politica che ha lasciato maggiormente il segno in Europa negli ultimi vent’anni. Ha saputo compiere gesti coraggiosi, come aprire le frontiere ai migranti che scappavano dalla guerra in Siria e così facendo ha messo in discussione una serie di stereotipi sulla popolazione tedesca. Ciononostante, la cancelliera risente di una profonda avversione, in patria e in Europa. È il timore che riemerge tutte le volte che la Germania è in una posizione di forte leadership o c’è anche qualcosa in più, una malcelata misoginia verso una donna in posizione di comando?
Mi stupisce apprendere che la cancelliera della Germania sarebbe oggetto di avversione nel suo paese e in Europa, senza per questo ignorare i suoi torti nei confronti della Grecia, per esempio. Ci furono allora delle aspre critiche. Ricordo anche la difesa che di lei fece, nel 2015, Guido Ceronetti: “Non toccate Angela, ha risollevato il gigante tedesco dalla grande colpa”. Nel mio ambiente femminista italo-tedesco non abbiamo dubbi, Angela Merkel è una donna ammirevole; io sono perfino fiera di lei che, come statista, è arrivata dove la nostra Tina Anselmi poteva arrivare, penso io, se non fosse stato per i marpioni nostrani.

Veniamo così alla domanda: paura della Germania o malcelata misoginia? Entrambe le cose, direi e le metterei in questo ordine: la paura copre la misoginia, ma non è pretestuosa. Angela Merkel ha contribuito a farci vedere il popolo tedesco in una luce di riscatto morale, come dice Ceronetti, ma resta un’ombra in cui la misoginia non c’entra, l’ombra di un male irreparabile che non si riduce alla colpa. Quando mi capita, e mi capita non di rado, di pensare ad aspetti ammirevoli della cultura tedesca, e non sono pochi, ogni volta una domanda mi gela: “Ma come hanno potuto?” Ripenso a Willy Brandt caduto in ginocchio e mi viene da piangere di pietà perché non c’è niente da fare.

Con tutti i suoi limiti gravi e contraddizioni, lo sviluppo dell’Unione europea ha comportato lo sviluppo di tutti e ciascuno dei paesi membri, ha contribuito all’innalzamento dei livelli di vita degli europei. Eppure questo dato non sembra aver fatto presa. Caso mai il contrario. È molto forte, è prevalente la narrazione di un’Europa responsabile della crisi e dell’impoverimento della classe media. La Brexit ha avuto successo anche per via di questo tipo di rappresentazione della realtà. Che cosa ha generato quest’idea di un’Europa che prende e che non dà? Perché è più comodo pensare che un perimetro più ristretto, quello delle vecchie nazioni, sia più confortevole e più promettente?
Suppongo che la domanda sia basata su una valutazione accurata dei benefici che, sommato tutto, l’Europa ha portato ai suoi stati membri. Ma mi chiedo se, nello scontento verso l’Europa, il conto (che supponiamo sbagliato) dei costi e dei benefici sia il fattore determinante. Non potrebbe esserci qualche altra ragione, magari buona?
Consideriamo il caso della Brexit. Nessuno dei due grandi schieramenti politici, laburisti e conservatori, aveva intercettato il malumore di coloro che poi hanno fatto vincere l’exit. C’è riuscito invece un certo numero di demagoghi irresponsabili, gente che non era neanche all’altezza di sfruttare il suo successo. Uscire dall’Europa, lo sappiamo, è un’idea disgraziata che non risolve niente, ma sappiamo il vero significato politico di quel malumore?

Una come me ha chiaro che l’Europa non è responsabile della crisi iniziata nel 2008 con tutto il suo accompagnamento di effetti negativi fra cui il timore permanente di una più grave ricaduta. Io presumo di sapere che la crisi sia riconducibile agli incerti di un’economia globale prevalentemente finanziaria, da una parte e, dall’altra, alla difficoltà di escogitare politiche adeguate a questo stato di cose.

Ma questo non mette le cose a posto. Perchè l’Europa vigila al centesimo sui conti pubblici e non presta attenzione alle politiche sociali? A che pro i grandi servizi pubblici, come acqua, luce, gas, telecomunicazioni, trasporti, devono essere tutti privatizzati? Che cosa stanno facendo i governanti perché l’Europa sia una potenza pacifica e non succube di alcune potenze in competizione mortale con altre? Nella mia città, gli Usa (non la Nato) hanno messo una seconda base militare, gli abitanti non la volevano ma non c’è stato niente da fare. Tanti anni fa l’Italia aveva una politica estera, adesso ci tocca subire le iniziative dei più forti, dentro e fuori dall’Europa (Iraq, 2003; Libia, 2011…). Solo gli eccessi di Trump consentono di notare che tra l’Europa e gli Usa c’è qualche differenza.

L’immigrazione è oggi posta in cima ai problemi che hanno generato lo stato di sfiducia che serpeggia in Europa e l’affidamento a forze reazionarie. Sapendo che è un fenomeno destinato a durare e a crescere, pensa che possa venire il giorno in cui possa essere considerata una fortuna per un continente vecchio e inaridito, la presenza di forze nuove in grado di rinnovarlo? Oppure teme un aumento incontrollato della conflittualità?
Logico e prevedibile che l’immigrazione sia finita al primo posto tra i motivi di sfiducia verso l’Europa. Quando i movimenti migratori hanno preso le proporzioni drammatiche che sappiamo, l’Europa non ha cercato subito, e non ha trovato finora, una risposta concorde che fosse all’altezza di quello che stava accadendo. Abbiamo così dovuto assistere, insieme alle tragedie degli emigranti, a un crescendo di egoismi e conflitti all’interno dell’Europa, nel succedersi di decisioni deboli e incoerenti di Bruxelles.

L’idea di un’Europa ringiovanita e rinnovata dai nuovi arrivati mi fa un po’ sorridere ma non è proibito sognare. Per subito, la strada da prendere, io ritengo, è quella del disarmo ideologico della questione migratoria, si tratta cioè di non cadere nella tentazione di schierarsi pro o contro, per cercare invece di accordare gli interessi della popolazione stabile con quelli dei nuovi arrivati. E misurare l’entità del problema perché a me pare che si tenda a esagerare o a minimizzare. Il presidente Mattarella nella visita ufficiale in Angola ha parlato delle migrazioni in partenza dall’Africa come del retaggio più doloroso di una globalizzazione “imperfetta e ineguale”.

La volatilità della politica, il senso di forme sempre più effimere della politica, forse ancora più che l’emergere dei populismi, sembrano essere i tratti salienti dei nostri giorni. Nei confronti della politica si diffondono comportamenti di tipo “consumistico”, e da parte della politica – dei politici – sono sempre più frequenti atteggiamenti da “venditori”. Condivide questa visione delle cose? Pensa sia possibile “reinventare” forme nuove di partecipazione e di rappresentanza, con un respiro europeo?
Penso senz’altro che sia possibile inventare nuove forme politiche in vista di un’Europa migliore e a questo scopo suggerisco di studiare il movimento femminista che è protagonista di una stupefacente trasformazione dei rapporti tra i sessi. “Non è un avvenimento da poco, anzi è semplicemente enorme, del genere ‘una cosa simile non può capitare’. E invece sì: noi stiamo assistendo alla fine del dominio maschile” (Marcel Gauchet, “La fin de la domination masculine”, 2018). Il movimento femminista oggi presente nel mondo intero ha preso le mosse negli anni delle rivolte giovanili, cinquant’anni fa e non ha smesso di svilupparsi, alternando pause e invenzioni politiche.

Anni fa alcune di noi hanno suggerito di distinguere fra politica prima e politica seconda. Quest’ultima corrisponde a quella che si chiama politica, e basta.
La prima, invece, è la politica veramente importante che si fa senza votare, coltivando l’esserci in carne e ossa, praticando le relazioni, non oggettivando mai le altre, riconoscendo l’autorità ma solo quella che toglie forze e argomenti al potere. E, quando ci vuole o quando purtroppo succede che si aprano dei conflitti, starci ma senza farsi la guerra, in nome di una pluralità senza il pluralismo, coltivando le differenze, in primo luogo quella sessuale con gli uomini e quelle tra donne. Tutto questo perché ci sia nel mondo libertà per le donne. “Le donne” non esclude mai gli uomini se non quando il tra-donne è indispensabile alla ricerca della felicità (che non esclude mai quella degli uomini).

Modestia a parte, secondo me in questo riassunto di cinquant’anni di ricerca politica ci sono un sacco di buone idee anche per la politica dell’Europa. E tanto meglio se le vecchie forme della politica maschile si stanno volatilizzando, così com’è evaporata la famosa Legge del Padre.

[undicesima di una serie di interviste in vista delle elezioni europee]

L’umanità femminile, vita dell’Europa. Parla Luisa Muraro ultima modifica: 2019-02-25T17:44:48+02:00 da Matteo Angeli

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