Primarie Pd. Un tesoro di dati buttato al vento

Il database del Partito democratico conta milioni di indirizzi email, il risultato delle ormai numerose consultazioni tra iscritti ed elettori. Ma questo prezioso patrimonio non è stato investito. Non è stato costruito nulla che somigli sia pur vagamente a una strategia digitale
scritto da MICHELE MEZZA

Agazio Loriero, un intraprendente e girovago politicante democristiano della Calabria, è il primo dirigente politico che viene legittimato nelle sue aspirazioni elettorali da una consultazione preventiva, le cosiddette primarie. Avviene nel novembre del 2004. L’Unione, il centrosinistra dell’epoca, l’accoglie dopo le sue trasvolate nel centrodestra, e lo candida alla presidenza della regione dopo una verifica elettorale interna.

Non furono, quelle, vere primarie aperte, con la partecipazione di elettori, ma una sorta di consultazione larga di dirigenti ed esponenti della coalizione, che coinvolse centinaia di quadri dei vari partiti alleati fra loro.

Un anno dopo, le prime vere primarie con le urne.

Si tennero in Puglia, e le vince un giovane e sbarazzino Nichi Vendola, che sbaragliò il candidato ufficiale del principale partito del centro sinistra, l’allora Ds, Francesco Boccia.

In quell’occasione andarono ai seggi circa ottantamila cittadini pugliesi che si divisero quasi a metà. Vendola prevalse sul compagno di coalizione, appoggiato da un incombente D’Alema, di meno di duemila voti. Nelle elezioni vere e proprie, contro il candidato del centrodestra vinse con una percentuale ancora più esile, lo 0,4 per cento.

Siamo nell’età dell’oro dello strumento di selezione delle candidature, considerato un antidoto agli apparati di partito e ai signori delle tessere. Di cui D’Alema era l’archetipo.

Il vero battesimo del fuoco arriva con la designazione del candidato dell’Ulivo a premier, nell’ottobre del 2005, che vede il trionfo di Romano Prodi in una votazione a cui partecipano la bellezza di quattro milioni e mezzo di persone. Uno shock per tutti: un popolo che si riversa ai chioschetti elettorali allestiti nei luoghi più disparati.

Da allora un’orgia di primarie, a tutti i livelli, nazionali, regionali, metropolitani e di paese. Ognuno voleva il giudizio popolare per la propria candidatura. Più di una quarantina sono state in quindici anni le consultazioni preventive del corpo elettorale.

In larghissima parte tutte del centrosinistra, in particolare del suo partito principale che con le sue contorsioni polemiche ha consumato molti leader, e ha richiesto molti giudizi popolari. Nel profluvio di consultazioni di centrosinistra un paio di incursioni della destra di Fratelli d’Italia, ma solo per ratificare il plebiscito della presidente e fondatrice Meloni, e della Lega Nord, che dopo la crisi della famiglia Bossi, ha cercato di dare forza al nuovo giovane leader a cui si affidava, Salvini nel maggio del 2017. Infine sono arrivati anche i Cinque stelle, nel settembre dello stesso anno per consacrare la candidatura a premier di Di Maio.

Curiosamente le ultime due primarie hanno riguardato i due partiti che poi hanno vinto le elezioni e si sono alleati fra di loro, appunto Lega e grillini. Non è un caso. Infatti parliamo dei due apparati politici oggi più impegnati a decifrare e interrogare permanentemente la propria base sociale.

Veniamo qui all’aspetto paradossale del fenomeno.

In questi quindici anni, nelle oltre quaranta mobilitazioni di pre-consultazione proposte dalle alleanze politiche o direttamente da singoli partiti, sono stati coinvolti qualcosa come circa venti milioni di persone. O meglio si sono registrate, sommando tutti i voti che si sono succeduti, una ventina di milioni di presenze alle urne. Molti sono ovviamente i doppioni, anzi i multipli, nel senso che molti avendo votato in varie primarie sono contati più volte.

Ma la domanda da farsi a questo punto è: una platea di questa dimensione, per almeno i quattro quinti di orientamento di centrosinistra, se non proprio di quell’area che oggi si identifica nel Pd, quale patrimonio rappresenta per un’organizzazione politica?

I quattro milioni e mezzo che hanno incoronato leader Prodi nel 2005, e i più di tre milioni che hanno portato Veltroni al vertice dello stesso Pd nel 2007, e poi ancora i tre milioni di Bersani del 2009, e gli stessi tre milioni dello stesso Bersani contro Renzi del 20012, e via via in un decrescendo avvilente, oltre che votare, e lasciare un obolo all’organizzazione, quale altro contributo hanno dato?

Scontando pure che la stragrande maggioranza delle consultazioni che abbiamo citato  nei vari anni dal 2005 in avanti, siano pressocchè le stesse persone che ripetutamente hanno risposto alla mobilitazione di centrosinistra, abbiamo una platea più o meno di oltre tre milioni di cittadini elettori, simpatizzanti del principale partito dell’alleanza di centrosinistra. Una vero patrimonio al tempo del networking, ossia di quella pratica che ormai in tutti i campi, dall’informazione alla commercializzazione, alla formazione al marketing, trasforma i contatti in risorse relazionali.

Al netto della sensibilità politica, e della capacità di questa massa di azzeccare le scelte e di incoronare il migliore, abbiamo comunque quello che definiremmo un grafo sociale, cioè, come spiega Albert-Laszlo Barabasi, uno dei più accreditati studiosi delle teorie delle reti, una costruzione logica che descrive la dinamica dei collegamenti fra punti distanti di un unico ordine sociale. La teoria dei grafi è la base oggi di quasi ogni realizzazione che vediamo in rete, di qualsiasi natura,a  partire dai vituperati social, per arrivare ad ogni analisi delle realtà complesse. Motore di questa dinamica è proprio la possibilità di  sviluppare soluzioni e produzioni in virtù dei dati che le relazioni con altri soggetti in rete ci consegnano. In sostanza, come spiega Jaron Lanier, si opera in rete solo per indurre uno scambio di dati. Il vantaggio economico ne è una secondaria conseguenza.

Una regola che ha bene intuito un ragazzotto poco più che ventenne, Christopher Wylie, che ha elaborato l’algoritmo di base di Cambridge Analytica, con il quale sono stati campionati centinaia di milioni di elettori, disposti strategicamente nei collegi più contendibili nelle principali elezioni in occidente: dalle presidenziali americane al referendum sulla Brexit, fino alle consultazioni rivoluzionarie italiane. È il sortilegio del link. Quel prodigio che si realizza nel momento che uno spazio web o un qualsiasi contenuto in rete viene citato, richiamato, indicato, linkato da uno degli infiniti utenti del web.

In quell’istante si realizza uno scambio intimo fra i due punti del collegamento: inevitabilmente il linkatore, colui che decide di linkare, cede parte della propria identità al linkato, alla pagina che ha colpito la sua attenzione. In questo modo, spiega ancora Barabasi, la rete procede con le sue due leggi fondamentali: la legge di crescita, che ci dice che la progressione in rete avviene mediante addizione di nodi, ossia di link, la seconda è la legge del collegamento preferenziale, che ci spiega come ognuno di noi automaticamente si connette sempre ad un sito che vanta maggiori connessioni del nostro.

Seguendo questo percorso, Cambridge Analytica ha mappato intere comunità, parlando a milioni di elettori, determinandone il loro orientamento nelle urne. In sostanza si sta definendo un modo di essere partito radicalmente nuovo rispetto alla macchina politica che abbiamo conosciuto nel secolo scorso, tutta incentrata sulle mediazioni artigianali di nodi umani.

La stessa esperienza dei due partiti oggi al governo, in maniera diversa e separata l’uno dall’altro, va comunque esattamente in questa direzione. I Cinque stelle intermediano il nocciolo duro del loro consenso, poche decine di migliaia di persone, con la piattaforma Rousseau, a cui è stato dato il potere di riconoscimento del senso comune del movimento. È Rousseau, cioè il suo unico administrator, cioè Casaleggio, che sceglie le candidature, determina le decisioni delicate, scioglie i nodi di strategia. Il tutto mediante un’alchimia data dall’interpretazione che la piattaforma ricava dai segnali che riceve dai militanti.

È un gioco ancora approssimativo, opaco, e del tutto inattendibile. Ma comunque è un’acrobazia che pretende di basarsi sull’interattività diretta con ognuno dei propri militanti. In velocità. Questo è l’altro dato: nelle relazioni digitali la credibilità della partecipazione evocata è proporzionale alla velocità del processo che rende la decisione compatibile con le necessità. Io partecipo se mi dai la sensazione che decido esattamente nei tempi in cui le istituzioni richiedono di esprimersi. Così accade per le candidature, o per le nomine, o per l’assoluzione di Salvini dall’incriminazione per il caso Diciotti, o per la Tav.

Ripeto non stiamo avvalorando una procedura di democrazia diretta. Stiamo sostenendo che comunque la macchina non può non sollecitare i singoli militanti direttamente, evocandone forme di interattività, il cui valore o esito è ampiamente discutibile ed efficacie. Salvini opera su un altro piano: non usa una piattaforma ma ne crea la sensazione: la filter bubble, le bolle identitarie,in cui tende a chiudere i suoi simpatizzanti, creando senso comune in rete con il suo oliatissimo reparto d’assalto – la cosidetta Bestia – equivale a Rousseau: un artificio che genera identità partecipativa, anche se in termini di pura adesione passiva.

Non dimentichiamo poi che sia i Cinque stelle che la Lega sono terminali di azioni di suggestione che arrivano dall’esterno, con attivazione di centinaia di bot automatici, allestiti da gruppi di hacker di matrice russa prevalentemente, che generano flussi poderosi di informazioni unidirezionali sulle rispettive platee elettorali.

Paradossalmente il Pd, avendo alle spalle le esperienze che abbiamo ricordato, dovrebbe avere almeno una parte del lavoro già fatto. Se non venti milioni, almeno cinque di questi milioni di partecipanti alle varie primarie succedutesi, dovrebbero essere catalogato, e contattati territorialmente in maniera abituale.

In realtà non è così.

Il database del partito conta a mala pena due milioni di indirizzi email, in gran parte ripetitivi e inattendibili, risultato di un affastellamento delle varie ondate di dati raccolti, con metodi e criteri sempre diversi in questi quindici anni. In questo data base, insieme a nome e cognome, a volte la residenza, spesso il telefono, saltuariamente la mail.

In questi ultimi cinque anni, diciamo dalla segreteria Renzi, 2013, l’intero patrimonio di dati è stato consegnato alla figura del tesoriere, e usato esclusivamente per gli annuali solleciti ad affidare al Pd il due per mille della dichiarazione dei redditi. E basta.

Nessuna altr’ambizione di contatto o di relazione, se non miopi accaparramenti da parte di singoli e disinvolti dirigenti di partito che sono riusciti ad allungare le mani sulla parte dell’indirizzario relativa al proprio collegio elettorale. Ma anche in questo caso solo per indirizzare banale propaganda.

Al livello locale la situazione è ancora più sconfortante. Come spiegano a Roma i giovani consiglieri circoscrizionali di Roma nord, “ci hanno chiesto di copiare a mano nel computer gli elenchi dei votanti alle precedenti primarie che giacciono nei  retrobottega dei circoli”.

Quello che è stato il principale partito italiano, erede di una lunga cultura dell’organizzazione, oggi appare spaurito e sguarnito rispetto alle più ordinarie procedure in atto in qualsiasi apparato o comunità: trasformare ogni contatto in una scia digitale da cui ricavare dati e linguaggi di relazione.

Non occorre scomodare Lenin o i comitato civici di Gedda, o gli antichi porta a porta che si organizzavano nei quartieri popolari da parte delle sezioni dei partiti tradizionali. Le grandi narrazioni non sono finite, sono tradotte in linguaggio binario, che bisogna decifrare e declinare. A partire dall’inevitabile riflessione sul modo di incentivare la partecipazione attiva e concreta di ogni interlocutore.

La rete è una scorciatoia ma in salita. Ti porta prima a parlare con le folle, ma devi faticare per ottenerne l’attenzione, che in rete si scambia con una sola moneta di scambio: la partecipazione. Per questo l’idea di un partito digitale è semplicemente una geometria variabile del potere, dove si cede sovranità in cambio di consenso.

Si può fare il furbo, come provano quelli di Rousseau, oppure si può barare, come fa Salvini, ma non si può ignorare il nuovo mondo.

Già Vittorio Foa, un grande leader sindacale, spiegava che i conflitti moderni nel nuovo millennio saranno fra verticale e orizzontale.

Non calcolava che la premessa di questi conflitti comporta almeno prendere nota del nome, cognome e email del tuo elettore.

Primarie Pd. Un tesoro di dati buttato al vento ultima modifica: 2019-02-26T12:41:01+02:00 da MICHELE MEZZA

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