Filippine. Chi è davvero Duterte

Il presidente "uomo forte" di Manila è noto per le dichiarazioni non politicamente corrette. Il suo governo sta però portando il paese fuori dall’alleanza tradizionale con gli Stai Uniti. E non sa affrontare la minaccia del jihadismo islamico.
scritto da MARIO GIRO

Gli attentati del mese scorso contro una chiesa riportano in prime-time il contagio jihadista di Abu Sayyaf nelle Filippine. Molti nell’arcipelago erano convinti che con la mano dura del presidente Duterte i problemi fossero risolti. Da tempo il gruppo jihadistya non faceva parlare di sé, oscurato dal negoziato con il Fronte Moro a Mindanao, islamisti armati ma non jihadisti.

Ma non tutto è lineare nelle Filippine. Irripetibile ibrido: ecco l’identità del paese. A cavallo tra due continenti l’arcipelago rappresenta un unicum in Asia: antica base etnica malese, apporto cinese e delle isole tropicali, cultura spagnola e poi americana, in bilico tra tradizione dinastica e modernità, una molteplicità di lingue (tra cui spicca il tagalog di Manila) e di approcci religiosi e culturali.

L’appartenenza duplice all’Occidente e all’Oriente rende la società filippina un continuo double-face, a cui si aggiunge il fatto di essere l’unico vero paese cattolico del suo continente ma con una presenza musulmana resistente. Come avviene per tutti i grandi arcipelaghi, ogni isola ha sviluppato nel tempo una sua identità accanto a quella nazionale. Ne deriva una società frammentata e organica assieme, unita dal cattolicesimo e dalla tradizione politico-dinastica che ruota attorno ad un ristretto numero di grandi famiglie, proprietarie delle risorse economiche e in controllo del potere nazionale.

Il presidente Rodrigo Duterte incontra la comunità filippina a Giacarta (2016)

Tale universo si scontra con la ruvidezza dell’iper-modernità globale. Le Filippine sono assieme un paese povero e tecnologicamente avanzato. L’ibridazione avviene anche in questo: compenetrare la galoppante modernità con la tradizione familiare: una sfida tutta asiatica.

A parte i musulmani di Mindanao, la piccola presenza protestante e poco altro, i filippini sono cattolici all’85 per cento, un cattolicesimo che in superficie appare simile a quello latino-americano. Cerimonie religiose popolari, processioni e devozioni attraversano continuamente le città, coinvolgendo élite e popolazione, senza distinzione di classe. Ma la modernità pressa e il presidente Noynoy, figlio di Cory Aquino, nel 2012 inizia un duello con i vescovi facendo approvare in parlamento una legge sulla contraccezione e l’educazione sessuale (RH Bill). È la prima incrinatura della tradizionale alleanza tra chiesa-dinastie politiche.

Da ambienti cattolici inizia una campagna contro la vecchia élite. Si chiede l’avvento di una nuova classe di politici più vicina alle “sofferenze mai mitigate del popolo”. Le elezioni presidenziali del 2016 assumono così un carattere particolare per la presenza di candidati non legati alle note famiglie. Uno in particolare sembra avere più chances degli altri: Rodrigo Duterte, per oltre vent’anni sindaco della città di Davao nell’isola di Mindanao.

Duterte è un tipo molto particolare, un outsider per la politica filippina. Viene dalla periferia più povera del paese, un’isola abitata da musulmani dove operano varie guerriglie separatiste, oltre al citato gruppo jihadista Abu Sayyaf. È divenuto famoso come “sindaco-sceriffo”, combattendo la criminalità, tradizionalmente forte in quell’area. Provvisto di un background di estrema sinistra, non è legato a nessuna dinastia politico-familiare.

La nuova situazione gli offre una rara possibilità di affermarsi. Malgrado la sua età (71 anni, il più anziano candidato della storia delle presidenziali filippine), si getta a corpo morto nella campagna elettorale del 2016, attaccando la “Manila imperiale”, come i filippini chiamano l’alleanza tra le grandi famiglie.

È una battaglia senza quartiere, in cui Duterte resta se stesso. Pur avvantaggiato dalla rottura “famiglie-vescovi”, non stringe patti con la chiesa né con altre forze: approfitta solo dello “spirito del tempo” e delle crepe nell’antico blocco, presentandosi come una specie di outsider, un “Trump” asiatico. I tempi sono maturi: a dimostrazione della voglia dei filippini di cambiare: Duterte viene eletto con ampio margine di voti.

È la prima volta che un “periferico” senza appoggi accede alla carica suprema. Non smentendosi, il neo-eletto impronta la sua presidenza in maniera del tutto originale. Per prima cosa offre accordi di pace al partito comunista e alla sua ala combattente, ancora operanti nel paese. Si parla addirittura di negoziati a Ginevra e vengono fatte alcune riunioni preliminari. Ma il carattere impulsivo del presidente e le diffidenze del partito comunista (Cpp) fanno saltare il tentativo e gli attentati riprendono.

Allo stesso tempo Duterte invita i due movimenti Moro (musulmani di Mindanao) Mnlf (Moro National Liberation Front) e Milf (Moro Islamic Liberation Front) a negoziare su una forma di autonomia della regione. Spera nel contempo di isolare definitivamente i salafiti di Abu Sayyaf.

La parte più consistente del programma del nuovo leader è quella più nota sui media occidentali: la guerra ai narcotrafficanti. Convinto fin dalla sua esperienza di sindaco che i narcos filippini si basino su un’ampia rete di complicità locali anche tra le forze dell’ordine, Duterte scatena una lotta senza quartiere contro la droga in cui chiama i cittadini all’“autodifesa”, con la promessa di ricompensare chiunque avesse “eliminato” un trafficante. Ciò provoca un’impennata di omicidi extragiudiziali compiuti sia da squadre di cittadini auto-organizzati che da militari o poliziotti in condizioni di anonimato.

Allo stesso tempo Duterte auspica la reintroduzione della pena di morte nel paese, abolita dal presidente Arroyo nel 2006 su impulso della stessa chiesa cattolica. Perseguendo una linea repressiva il presidente ha annunciato l’introduzione di norme contro il fumo e il consumo di alcolici mentre prepara il coprifuoco per i minorenni. Sebbene tale sua politica riceva moltissime critiche dai difensori dei diritti umani e dall’estero, egli rimane popolarissimo nel paese (e nelle collettività filippine all’estero). Il suo mix di populismo e insistenza sul tema della sicurezza, assieme al suo modo disinvolto di fare politica estera, l’hanno reso sempre più gradito.

Tradizionale alleato degli Stati Uniti che tennero il paese per cinquant’anni segnandolo profondamente con la loro impronta, oggi le Filippine di Duterte hanno un posizionamento molto più articolato e mobile. Le relazioni con la Cina sono mutate, dopo anni di gelo dovuto in particolare al contenzioso frontaliero sulle isole Spratly del Mar cinese meridionale.

Fedele alle passioni di sinistra avute in gioventù, Duterte negli ultimi tempi ha attaccato l’“imperialismo americano”, condannando la politica americana in Medio Oriente e in Asia. Un fatto senza precedenti per Manila.

Nell’annosa contesa marittima con Pechino, le Filippine di Benigno Aquino si erano rivolte alla corte internazionale permanente di arbitrato. Dopo anni di deliberazione è proprio sotto Duterte che nel 2016 giunge la sentenza della corte, sorprendentemente favorevole a Manila. Ma sorprendentemente il presidente decide di non tenerne conto, offrendo alla Cina nuovi negoziati: una maniera di tendere la mano al gigante d’Asia con cui ha deciso di andare d’accordo. Numerosi politici e esperti filippini criticano il cambio di alleanze del presidente ma quest’ultimo è convinto che il tempo gli darà ragione. Così Manila si desolidarizza dagli altri numerosi paesi asiatici che mantengono aperti i loro contenziosi marittimi con la Cina, come il Vietnam, il Giappone, la Corea del Sud, la Malaysia, l’Indonesia e Brunei.

Il cambio di alleanze operato da Manila non sarà senza conseguenze per la geopolitica del Asia meridionale. La Cina ha da tempo intrapreso una serie di mosse in reazione a ciò che percepisce come una “catena” di paesi ostili. Le basi americane nell’area sono numerose e circondano lo spazio cinese, ciò che per Pechino è considerata una minaccia. Finora Duterte sembra assecondare i timori cinesi, ma dovrà tenere conto della sedimentazione che le antiche relazioni politiche e commerciali con Washington hanno creato nel suo paese.

Il presidente Rodrigo Duterte con Donald Trump (2017)

Il “metodo Duterte” scaturisce in buona sostanza dalle promesse mancate della democrazia filippina post-Marcos, screditata da corruzione e clientelismo, che non ha saputo mettere fine al secessionismo Moro né al jihadismo. Anche in Asia soffia il vento populista in reazione alla globalizzazione omologante. La presenza cinese riesce a barcamenarsi praticando un assoluto disinteresse e una totale non ingerenza nelle questioni interne degli stati e riuscendo ad influire quanto basta ad ottenere il sostegno per la propria agenda.

In tale contesto diviene possibile anche per un paese cattolico come le Filippine non tradire se stesse, adattando le proprie tradizioni ad un sistema più accentrato e cercando – come fa Duterte – di andare oltre lo schema “stato debole – élite forti”. Resta da vedere se la “Manila imperiale” si lascerà fare così facilmente. Il recente attentato non potrà che favorirla e forse riavvicinare la chiesa alle “note famiglie”.

Filippine. Chi è davvero Duterte ultima modifica: 2019-02-27T12:48:14+02:00 da MARIO GIRO

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