Trump e la parola che comincia con “i”

Lo scenario di un impeachment prende sempre più forza dopo la deposizione al Congresso di Michael Cohen. L'effetto immediato è l'ulteriore indebolimento del presidente sulla scena internazionale, come testimonia il fiasco del summit a Hanoi con il capo nord-coreano
scritto da GUIDO MOLTEDO

Chi ha fatto saltare il tavolo di Hanoi? Donald Trump o Kim Jong Un? L’incontro con il leader nordcoreano, che nelle parole del presidente statunitense avrebbe dovuto essere “a very tremendous summit”, un vertice davvero eccezionale, è stato chiuso anticipatamente, senza risultati. Per sua decisione, ha sostenuto Trump. Kim avrebbe potuto accreditare la spiegazione opposta. E anche più plausibile.

Basta la logica per intuire che sia andata diversamente da come la racconta Trump. Non ci vuol molto per capire che la posizione negoziale di Kim era più forte di quanto potesse prevedere il suo interlocutore americano.

Ha già ottenuto molto, Kim, dall’avvio del disgelo in poi. Dal suo punto di vista, perché mai avrebbe dovuto rinunciare del tutto alla sua capacità nucleare, come gli chiedeva Trump, un presidente con meno carte in mano di quando lanciò, un anno fa, la sfida del dialogo al leader di Pyongyang.

Kim sarà pure il leader del “regno eremita”, ma anche lui avrà visto che cosa succedeva al Congresso di Washington mentre Trump cercava di imporgli le sue condizioni. Le sanzioni pesano, certo, ma intanto Kim ha guadagnato una capacità di movimento sulla scena internazionale che gli consente di giocare la sua partita su più tavoli, non solo su quello americano. Perfino il protrarsi del suo soggiorno a Hanoi, dopo la partenza di Trump, può essere indizio di questa capacità e desiderio di muoversi al di fuori del rigido perimetro nel quale lo stesso regime nordcoreano si era relegato.

Se il summit è fallito, è un fallimento per Trump non per Kim. Anche perché è evidente la valenza che avrebbe avuto invece un successo, anche parziale, per Trump al fine di fronteggiare meglio il conflitto domestico. Il mesto rientro a Washington sottolinea la crescente difficoltà, da parte del presidente, di giocare a suo vantaggio anche le partite nei campi che egli stesso sceglie.

Il presidente insinua che la tempistica dell’audizione di Cohen sembrava fatta apposta per farlo sfigurare mentre era impegnato nella trattativa che, nei suoi piani, avrebbe dovuto diventare l’emblema storico della sua presidenza. Può essere, ma non cambia molto. Lo straordinario psicodramma del suo ex-avvocato che l’accusa d’ogni nefandezza non ha fatto che confermare, anche agli occhi degli interlocutori internazionali che interagiscono con l’attuale presidente, quanto sanno di lui fin dal suo insediamento: Trump non può essere preso sul serio, è un affarista con cui non si può concludere nessun affare. Con l’aggiunta di una constatazione che balza evidente dopo la deposizione di Cohen: la parola che inizia con “i” ora può essere pronunciata anche da parte di chi non ha mai creduto praticabile, per prudenza o per calcolo, la via dell’impeachment per sbarazzarsi del bullo che occupa la Casa Bianca.


Al Congresso cresce il “partito” della via giudiziaria. Ce n’è abbastanza per istruire un percorso in quel senso, almeno politicamente. Si è già dentro la campagna per le presidenziali 2020 e per il rinnovo del Congresso, con la speranza di riconquista, da parte democratica, anche del senato. Quanto si è visto mercoledì al Congresso è solo l’inizio, tenendo conto che l’indagine del procuratore speciale Mueller procede ancora sotto traccia. Ma nel giro di poche settimane dovrebbe essere reso pubblico l’esito del Russiagate, mentre i giudici di Manhattan proseguono le loro indagini sui loschi affari del tycoon diventato presidente, parte dei quali sono stati al centro delle dichiarazioni rese da Cohen.

Chi è ancora riluttante a lanciare l’offensiva dell’impeachment – Nancy Pelosi in particolare – sostiene che Robert Mueller completi il suo lavoro perché altrimenti si offrirebbe al fronte di Trump il pretesto, a lungo cercato, di licenziare il procuratore speciale, in quanto non indipendente ma dentro un disegno politico teso a far fuori illegittimamente il presidente.

Sembra che a questo punto i tatticismi siano fuor luogo e fuori tempi di fronte a quello che Tom Seyer ha definito “un punto di svolta” riferendosi a quanto è emerso dalla deposizione di Cohen. Seyer è un liberal miliardario che sta investendo pesantemente in una campagna mirata all’impeachment di Trump, condizionando i finanziamenti destinati ai candidati democratici nelle elezioni del 2020 al loro impegno parlamentare per mettere sott’inchiesta il presidente. Sulla stessa lunghezza d’onda By the People, un gruppo di pressione che si rivolge ai parlamentari democratici perché si mettano in azione il prima possibile.

La dinamica di queste vicende è tuttavia imprevedibile. Se galvanizzano nel campo democratico l’elettorato più politicizzato e gli attivisti, hanno l’effetto, come si è visto più volte finora, di rafforzare e compattare la base di Trump. Ma le cautele dei moderati non riusciranno evitare che si radicalizzi lo scontro. Inevitabilmente via via che s’entrerà più nel vivo della campagna elettorale, lo scontro sarà all’arma bianca. Con l’effetto di rafforzare, fuori degli Stati Uniti, la percezione di una superpotenza in balia a una resa dei conti interna, e irresponsabilmente tentata, ancor più con questo presidente, a scaricare all’esterno i suoi conflitti, come appare ormai sempre più evidente con l’escalation di sanzioni e minacce d’intervento nella crisi venezuelana.

Trump e la parola che comincia con “i” ultima modifica: 2019-02-28T21:09:52+01:00 da GUIDO MOLTEDO

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1 commento

La Rassegna Stampa del CRS - CRS - Centro per la Riforma dello Stato 6 Marzo 2019 a 14:57

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