“Cittadini europei, ancora uno sforzo!”. Parla Caterina Resta

La filosofa lancia un accorato appello alla riscossa, ad andare avanti per completare un progetto rimasto a metà strada
scritto da Matteo Angeli

Europa, bella addormentata, fatica a svegliarsi da un sonno che ha sempre più i contorni di un incubo: la sacralità dei confini e l’ossessione xenofoba, passioni perverse del Ventesimo secolo, fanno di nuovo capolino nella notte europea.
Come fare luce nel buio pesto che tiene in ostaggio le sorti del continente?
“Le ragioni per stare insieme vanno cercate non solo nel passato, ma anche nel futuro”, sostiene Caterina Resta, professore ordinario di filosofia teoretica all’Università di Messina, direttrice della collana di studi filosofici Novecento e autrice di varie opere, tra cui L’Estraneo. Ostilità e ospitalità nel pensiero del Novecento (2008), Stato mondiale o Nomos della terra. Carl Schmitt tra universo e pluriverso (2009) e Geofilosofia del Mediterraneo (2012).

Caterina Resta

Professoressa Resta, la cittadinanza nazionale ha richiesto la rinuncia alle diversità. L’Unione europea invece, con il suo motto “uniti nella diversità”, ha l’ambizione non di ridurre, ma di valorizzare la diversità, allo scopo di generare un’unità condivisa. Questa è destinata a restare un’utopia?
Il diritto di cittadinanza costituisce un pilastro della cultura giuridica e politica europea, risalente al diritto romano, che riconosceva lo status civitatis. Ma non vi è dubbio che la Rivoluzione francese del 1789, con la sua Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, segna una tappa decisiva nella storia di questo diritto, trasformando i sudditi di uno stato in cittadini. Insieme al suffragio universale – conquista assai più recente – costituisce il pilastro su cui si fonda ogni democrazia liberale. Tuttavia, proprio nel legare questo diritto alla realtà territoriale di uno stato sovrano, la Dichiarazione del 1789 ha finito con il mostrare anche i suoi limiti. Che il diritto alla cittadinanza si determini attraverso lo ius sanguinis o lo ius soli, resta comunque il fatto che esso riguarda solo i residenti in un determinato territorio, sicché questo diritto e tutti quelli a esso collegati hanno validità e coincidono con i suoi confini, così come finiscono al di là di essi. Questo vistoso limite, che circoscrive la cittadinanza entro uno spazio ben definito, che è poi quello della sovranità dello Stato-Nazione, si è mostrato con tutte le sue disastrose conseguenze non a caso quando, dopo il primo conflitto mondiale, l’ordinamento europeo inter-statale (lo jus publicum Europaeum) ha subito i primi colpi e ha cominciato a disintegrarsi.

Bisognerebbe tornare a leggere quanto scrive Hannah Arendt in un importante capitolo del suo celebre libro su Le origini del totalitarismo, che ha un titolo molto significativo: Il tramonto dello stato nazionale e la fine dei diritti umani. Analizzando il periodo tra le due guerre e l’imponente flusso migratorio provocato dalla dissoluzione degli imperi (austro-ungarico, russo e ottomano) e dalla riconfigurazione territoriale degli stati europei, Arendt constatava come, con la perdita della cittadinanza nazionale, ingenti masse di persone si ritrovarono nella condizione di profughi e di apolidi, senza che nessuno Stato-Nazione fosse disposto a riconoscere loro la cittadinanza che avevano perso, insieme ai diritti e alle protezioni a essa connesse. Ancora più emblematico è il caso del Terzo Reich: bastò a Hitler prima restringere e poi sopprimere alcuni diritti fondamentali, fino a privare gli ebrei dello stesso diritto di cittadinanza, per espellerli come corpo estraneo dal Reich e eliminarli fisicamente nei campi di sterminio, perché divenuti ormai solo Stücke, pezzi, non più persone.

Proprio il legame tra cittadinanza, stato, territorio offre il fianco alla possibile revoca del diritto di cittadinanza, o alla sua limitazione e differenziazione, producendo gradi diversi di cittadinanza e di protezione. È per porre rimedio a quanto era accaduto nella Germania di Hitler che nel 1948 fu promulgata dall’Onu la Dichiarazione universale dei diritti umani, sciogliendo il vincolo, rivelatosi un’arma a doppio taglio, con la cittadinanza statale. Senza poterci addentrare ulteriormente in questa questione, la Dichiarazione del 1948, a differenza di quella del 1789, intendeva affermare alcuni diritti fondamentali che attengono all’uomo in quanto tale, a prescindere dalla sua appartenenza a uno stato. Ciò allo scopo di scongiurare quanto di fatto era accaduto, ossia impedire che anche in futuro un potere politico potesse escludere qualcuno da questo fondamentale diritto, affermando che la cittadinanza è un diritto fondamentale dell’uomo, di tutti gli uomini, cioè universale, che prescinde e supera quanto una sovranità statale può decretare in proposito, in quanto elemento costitutivo del suo essere persona e mai semplicemente “nuda vita”. Nessuno, per nessuna ragione può esserne privato, in qualunque territorio si trovi. Si tratta di una svolta epocale, perché viene sancita la separazione tra la sovranità territoriale e il diritto alla protezione. Il fatto che, purtroppo, come registriamo ogni giorno, questo diritto venga calpestato dalle politiche degli stati sovrani, non cancella il carattere giuridico – e non meramente ‘morale’ – della Dichiarazione del 1948 e di tutte le altre dichiarazioni che hanno fatto seguito ad essa, come suoi corollari e sviluppi. Evidenzia solo la contingenza che non vi è ancora un’istanza sovranazionale in grado di farlo pienamente e ovunque rispettare.

Questo lungo preambolo era necessario per capire da quale storia proviene l’Europa e di quale cultura giuridica si è fatta promotrice. Il progetto di unificazione scaturisce anch’esso dalla catastrofe di ben due “guerre civili europee” e dal desiderio di evitarle in futuro. Oggi l’Europa si trova davanti a una svolta epocale: o ritrovare le ragioni che sono state alla base del suo originario progetto costitutivo o auto-disintegrarsi ancora una volta. Unire le differenze senza omologarle e senza farle necessariamente confliggere è stata all’inizio la sua sfida, dopo che i differenti nazionalismi, sempre più esacerbati, unitamente alla politica di potenza degli Stati-Nazione in lotta per affermare la propria egemonia sul continente europeo, avevano provocato ben due conflitti mondiali. Oggi, ancora una volta, è a causa del prevalere dei suoi conflitti interni che potrebbe nuovamente naufragare.

Per tornare alla questione della cittadinanza, che decreta l’appartenenza allo Stato-Nazione, essa non solo è elemento positivo di coesione interna, ma, come ho detto, corre anche fatalmente il rischio di diventare arma di esclusione, all’interno come all’esterno, e motivo di ostilità crescente nei confronti di tutti coloro che vengono da fuori, che dunque non appartengono alla comunità né per discendenza di sangue, né per nascita sul territorio. Di fronte all’ondata migratoria da cui ormai da tempo sono investiti, gli Stati europei, pur con le dovute distinzioni, stanno perseguendo politiche immunitarie, fino al respingimento nei confronti di chi è “estraneo” e “straniero”, agitando, nei casi più estremi, gli inquietanti fantasmi della difesa della presunta “purezza” del popolo e dell’identità europea (il che è assolutamente paradossale, a fronte della storia europea, che registra continue contaminazioni).

Occorrerebbe piuttosto fare un passo innanzi, nella direzione del riconoscimento di una cittadinanza europea, che non cancelli, ma ‘superi’ le singole cittadinanze nazionali. Solo entro questa cornice è immaginabile anche una diversa gestione unitaria dei flussi migratori e, soprattutto, un investimento massiccio di risorse nelle politiche di integrazione. Essere cittadini, infatti, significa andare oltre – senza per questo negarle – le differenti appartenenze etniche, religiose, culturali, linguistiche, in nome della condivisione di alcuni valori fondanti una comunità. L’Europa è la culla dei valori della cultura occidentale, tradotti politicamente nella forma di una democrazia al tempo stesso liberale e sociale. Se li rinnegasse, rinnegherebbe se stessa. Far coesistere le differenze è certamente l’ambizioso compito che si è prefissato il processo di unificazione europea, consapevole che da esse deriva anche la ricchezza straordinaria della storia del Vecchio Continente, luogo di nascita e di incontro delle tre religioni del Libro (ebraismo, cristianesimo e Islam) e di civiltà che sul suo suolo si sono stratificate nei secoli (in particolare quella greca, romana, latina e araba). Ogni stato membro ha elaborato e trasformato a suo modo questa eredità, facendola propria, marcando la propria differenza rispetto agli altri, ma restando saldamente ancorato a una radice comune. Far coesistere, senza omologarle, queste differenze, di cui la lingua non è che l’aspetto più evidente, rendere sempre più manifesta la comune matrice di appartenenza, al di là dei conflitti e delle sanguinose lacerazioni che hanno segnato la storia europea, sarà un processo lungo, difficile, complesso e laborioso, ma indispensabile per garantire pace e prosperità al Vecchio Continente.

Siamo solo all’inizio di questo cammino. La moneta unica è soltanto il primo piccolo passo in questa direzione. Molteplici ostacoli si frappongono alla realizzazione degli Stati Uniti d’Europa, provocando battute d’arresto o addirittura rischi di disintegrazione, come quello che incombe in questo preciso momento. Ma l’unificazione europea non è affatto una visione utopistica, al contrario. È l’unica prospettiva realistica, anche se le miopi politiche degli stati che la compongono non riescono a comprenderlo. Al di là della persistenza storica e simbolica di questo nome ‘Europa’, che fin dall’antichità sta a indicare l’unità geopolitica di uno spazio territoriale che trova nel Mediterraneo il suo baricentro, in un mondo globale, in cui grandi spazi continentali come Stati Uniti, Cina e Russia si contendono lo scettro del governo del mondo, solo gli Stati Uniti d’Europa potrebbero giocare il loro fondamentale ruolo sulla scena mondiale, non certo i suoi minuscoli staterelli.

Dietro la costruzione europea si fatica a intravedere un pensiero forte. È effettivamente così? Perché?
In effetti, nel processo di costruzione europea, ha finito con il prevalere l’aspetto economico e monetario. Una visione davvero “meschina” dell’Europa, che ha fatto dimenticare le ragioni profonde dalle quali il progetto di unificazione politica aveva originariamente preso le mosse. È ovvio che esaltare i vantaggi della moneta unica non solo non genera particolare entusiasmo ma, soprattutto, per coloro – e sono la maggioranza – che hanno visto drasticamente diminuire il potere d’acquisto di salari e stipendi, precarizzare il lavoro e crescere la disoccupazione, per il ceto medio spazzato via ancor prima che la crisi economica del 2008 ne decretasse la definitiva sparizione, per tutti coloro – e sono tanti – per i quali l’Europa ha significato impoverimento e perdita di protezione sociale, i vantaggi della moneta unica non sono stati affatto percepibili. Insistere su questo punto, come se da questo tutti avessero tratto vantaggio e come se questo fosse il traguardo da raggiungere, non produce altro che ulteriore rabbia e disaffezione nella maggior parte delle persone che ne hanno dovuto subire solo gli aspetti negativi.

L’unificazione monetaria era una necessità, che doveva però essere accompagnata da altre misure (unione fiscale, nuove funzioni della banca centrale europea, politiche sociali, ecc.), per evitare che i singoli stati entrassero in una competizione economica interna tra di loro, piuttosto che, come dovrebbe essere in ogni patto federativo, in un rapporto di reciproco sostegno e compensazione delle disuguaglianze.

Se oggi fatichiamo a intravedere un pensiero forte a sostegno della costruzione europea è perché si è smarrito il ricordo di quello “spirito” europeo che, invece, ha animato i “padri fondatori” dell’Europa, all’indomani della fine della Seconda guerra mondiale. Dopo due “guerre civili mondiali”, la costruzione di un’Europa unita (non solo attraverso la moneta) fu quell’ideale fortissimo che spinse vincitori e vinti a scongiurare ulteriori, fratricidi conflitti sul già fin troppo martoriato suolo europeo, scatenati dalla politica di potenza degli Stati-Nazione. Si trattava di un progetto molto ambizioso che, a differenza di quello degli Stati Uniti d’America, doveva federare stati dalla forte impronta nazionale, sedimentata per tutta l’Età moderna.

Federare senza cancellare, superare conservando la forma-stato e le differenze “nazionali”, trovando non solo nel passato, ma anche per il futuro, le ragioni per stare insieme e per perseguire quest’impresa mai prima d’ora tentata nel mondo. Uno di questi motivi – è bene non dimenticarlo – fu il convincimento che solo così si potesse garantire un futuro di pace, di prosperità e di libertà alle popolazioni europee. Preservare la pace e il benessere mi sembra un pensiero non solo forte, ma anche fondante e fondamentale, da salvaguardare e perseguire. È desolante constatare che proprio coloro che attualmente governano l’Europa sembrano per primi averlo dimenticato. Come stupirsi se i cittadini europei sentono ormai questa Europa del tutto estranea e lontana, se non addirittura ostile?

Il populismo sovranista è la principale minaccia per il processo di integrazione europea. Sovranisti e nazionalisti vantano pensatori di valore?
Non mi sembra che i movimenti sovranisti e populisti oggi dilaganti in Europa possano vantare illustri rappresentanti sul piano del pensiero. Essi, del resto, alimentano e si nutrono di visceralità e ignoranza, coltivano e diffondo l’odio nei confronti della cultura e degli intellettuali, considerati appartenenti a una casta ontologicamente distante dai bisogni del popolo. Del resto, la stessa categoria di ‘popolo’, così come viene impiegata, ha, a mio avviso, una chiara impronta fascista e trovo particolarmente inquietante che si possa parlare anche di un sovranismo populista di sinistra, da contrappore a quello di destra. È un’assoluta aberrazione. I sovranisti europei, con la rivendicazione di un recupero della piena sovranità nazionale, di fatto intendono rompere il patto federativo europeo, che comporta necessariamente la cessione di una quota di sovranità.

Per stare insieme è inevitabile che non si disponga più di un potere assoluto, sciolto da qualsiasi vincolo. Senza vincolo, infatti, nessuna relazione è possibile. Inoltre, coniugandosi a un populismo che si fonda sull’abolizione dei corpi intermedi (partiti, sindacati, organi di rappresentanza dei differenti interessi) e sul riferimento diretto a un capo, l’ideologia sovranista costituisce una minaccia per la stessa democrazia rappresentativa. Facendo leva sul risentimento sociale che ormai dilaga in Europa, essa ottiene facilmente il consenso indicando nell’Europa stessa la fonte di tutti i mali e nel migrante il nemico invasore che attenta alla sicurezza pubblica, il responsabile della diminuzione dei salari e della disoccupazione, colui che contamina e incrina la stessa identità della civiltà europea e dei suoi valori.

Sovranismo e populismo si accompagnano a una forte carica anti-politica e direi anche, più in generale, anti-istituzionale e anti-culturale, che sta imbarbarendo la vita civile in molti paesi europei, ivi compresa l’Italia. Gli effetti dirompenti sulla tenuta dell’assetto democratico degli stati europei sono ormai sotto i nostri occhi, come il caso della Polonia o dell’Ungheria sta a dimostrare. Come, purtroppo, sta avvenendo anche in Italia.

Ma dobbiamo anche capire che si tratta di una risposta, certo reazionaria e regressiva, a un problema reale. L’anti-europeismo riscuote così tanto consenso perché in verità l’Europa attuale non è stata in grado di saper rispondere in modo soddisfacente alle aspettative dei suoi cittadini. Soprattutto a seguito della crisi economica, a pagarne le conseguenze più drammatiche sono stati i soggetti più deboli, quelli che per primi avrebbero dovuto trovare protezione. Spietata e fanatica assertrice del suo verbo neo-liberista, questa Europa non risponde più alle aspettative non solo dei suoi padri fondatori, ma neppure di quanti – e in Italia era l’assoluta maggioranza – guardavano ad essa con fiducia, speranza e sincera adesione.

La risposta, comunque, non può essere quella di un ritorno alle sovranità nazionali, che condannerebbe l’Europa all’irrilevanza se non addirittura alla sua stessa dissoluzione, ma quella di un profondo rinnovamento del progetto europeo, in radicale discontinuità con le politiche sinora perseguite. È necessario portare avanti, piuttosto che arrestarlo del tutto, il cammino dell’unificazione europea, in modo da giungere al più presto a un’Europa politica, con tutti i suoi organismi democraticamente eletti e in grado di avere effettivo potere decisionale, con un proprio unitario sistema di difesa e capace di parlare con una sola voce nel campo della politica estera e negli organismi sovranazionali.

Per realizzare tutto questo è necessario superare gli egoismi sovranisti e nazionalistici dei singoli stati, in nome di un forte progetto comune di federazione. Ciò non significa fare sparire gli Stati, ma accettare che, in un patto federativo, necessariamente la sovranità va condivisa e, in parte, ceduta.

Solo attribuendo all’Europa maggiore sovranità sarà possibile superare i particolarismi dei sovranismi nazionali, inevitabilmente destinati a confliggere, ed evitare che il Vecchio Continente si riduca ad una irrilevante “espressione geografica” in un mondo globale di grandi potenze continentali.

Ma tutto questo non basta: occorre soprattutto rinnovare il patto tra l’Europa e i suoi cittadini delusi, rilanciare le promesse finora non solo non mantenute, ma addirittura tradite, restituire fiducia e speranza nei confronti del progetto di unificazione. Senza questo slancio di rinnovamento, senza una profonda autocritica nei confronti degli errori commessi e l’impegno a rifondare l’Europa su nuove basi, in grado di garantire maggiore uguaglianza sociale ed economica, è impensabile che il progetto di unificazione europea possa fare progressi. Come è accaduto in passato, l’Europa deve tornare in primo luogo a essere desiderabile per la maggior parte dei cittadini che in essa risiedono, non solo per una ristretta minoranza di essi.

Sono sinceramente sempre più insofferente quando sento parlare della “generazione Erasmus”, quasi fosse la più importante conquista del processo di unificazione. Nel Medioevo i clerici vagantes – gli studenti universitari di allora – circolavano liberamente per tutte le più rinomate università europee. Preferirei piuttosto che in Italia si parlasse dei provvedimenti da adottare affinché molti più studenti possano accedere all’Università, con borse di studio e più efficaci politiche di diritto allo studio. La “generazione Erasmus” è una generazione di privilegiati che si sono potuti permettere il lusso di fare un’esperienza di studio in Europa, a fronte di un numero vergognosamente rilevante di giovani italiani che neppure possono accedere all’Università, in considerazione dei costi troppo elevati degli studi.

Dopo la fine della Guerra fredda, l’Unione europea ha allargato rapidamente i propri confini. A un certo punto si progettava di consentire l’ingresso anche alla Turchia. Cosa pensa di questo processo e di come è stato condotto? La capacità di allargamento dell’Ue in quanto comunità politica ha dei limiti? Chi sono gli europei?
Non vi è dubbio che il processo di allargamento dei confini europei è avvenuto in forma estremamente rapida, un po’ sbrigativa e caotica, dopo la caduta del muro di Berlino e la dissoluzione dell’Unione sovietica. Talvolta la storia conosce dei momenti di improvvisa accelerazione e non la si può fermare.

Molti fattori sono all’origine di quanto è accaduto: il desiderio dei paesi dell’Europa dell’Est di sottrarsi il più rapidamente possibile all’influenza della Russia e di tornare a far parte del continente europeo, la possibilità di un allargamento del mercato “interno”, l’occasione, da non perdere, da parte dell’Europa occidentale già consolidata, di riappropriarsi di stati e di territori considerati parte integrante della sua storia millenaria. Era inevitabile che, lungo i nuovi confini, sorgessero dei punti di frizione con la Russia, come è accaduto in Ucraina e con la vicenda della Crimea. Inoltre, la rapidità del processo ha provocato l’ingresso nell’Unione europea di paesi le cui istituzioni democratiche sono molto recenti e le cui condizioni economiche e sociali differenti hanno aumentato squilibri e disuguaglianze anche notevoli, favorendo, d’altro canto, vantaggiose delocalizzazioni per quelle imprese che cercano e trovano, all’interno della stessa Europa, manodopera a basso costo e minori protezioni sindacali.

Questo impetuoso allargamento non ha ancora trovato forme accettabili di unificazione, sia sul piano economico, che fiscale, che di adeguamento normativo. Soprattutto siamo ancora lontani dal condividere pienamente la forma e la sostanza, nonché i valori, di quella che chiamiamo ‘democrazia’, la quale è sempre più in crisi, anche in paesi come l’Italia, tra i membri fondatori dell’Unione. Ancora una volta, è l’azione politica europea che è in ritardo, per non dire quasi del tutto assente, rispetto alla rapidità con cui si sono allargati i confini dell’Unione. E certo le rivendicazioni sovraniste non aiutano questo necessario processo di unificazione politica, che avrebbe dovuto accompagnare il processo di ampliamento geografico e di unione monetaria, con l’ingresso dei nuovi stati membri. Fin dove arriverà l’Europa? Quali sono i suoi confini? Chi sono gli Europei? Sono domande alle quali non è possibile dare una risposta prescindendo dalla storia. E la storia ci dice che l’Europa, l’idea di Europa, è sorta fin dall’antichità greca, ha trovato una prima espressione con l’Impero ellenistico di Alessandro Magno e poi con l’Impero Romano. È sopravvissuta nella Res publica christiana e, nell’età moderna, nell’ordinamento interstatale ed eurocentrico dello Jus publicum Europaeum.

L’Unione europea che noi conosciamo è solo l’ultima di queste figure che l’Europa ha assunto nel corso di una storia millenaria. L’Europa è divenuta Occidente con la conquista del Nuovo Mondo e con le imprese coloniali, si è spinta fino nel cuore dell’Asia e delle Indie, in Africa e in Australia. È divenuta Mondo. La globalizzazione è un’europeizzazione del mondo. Credo che, terminata la sua spinta propulsiva, l’Europa debba oggi guardare dentro se stessa per comprendere anche l’arroganza della sua volontà di potenza e di dominio planetario. Deve riconoscere il proprio limite, pur sapendo che è impossibile assegnarle un confine geografico definito e definitivo. Gli europei sono stati i padroni del mondo, oggi dovrebbero, più umilmente e saggiamente, imparare dalla propria storia e dagli errori del passato la difficile arte della convivenza tra differenti, i cui principi la stessa civiltà europea ha iscritti nel proprio codice genetico, a partire da quel principio guida, presente in tutte le sue differenti matrici culturali: l’apertura all’altro, a chi è differente, l’ospitalità nei confronti dello straniero. Ecco perché su questo tema oggi mette in gioco se stessa.

Di fronte alla questione dei migranti, la risposta degli stati membri è stata riproporre il concetto di “fortezza Europa”. Quali conseguenze potrebbe avere questa decisione?
La questione dei migranti, come dicevo, costituisce oggi un vero banco di prova non solo per la tenuta complessiva dell’assetto dell’Unione europea, ma anche per la stessa idea di Europa. Trattata a lungo come una emergenza cui fare fronte, gestita prevalentemente come problema relativo alla sicurezza, all’ordine pubblico e alla criminalità, posta al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica come minaccia concorrenziale sul piano del lavoro e dei diritti sociali e come pericoloso attentato all’identità nazionale, l’ondata migratoria che ormai da parecchi anni investe l’Europa è stata strumentalizzata dai movimenti di destra, che hanno alimentato la paura e l’ostilità nei confronti degli stranieri, fino al razzismo, facendo presa sui settori meno abbienti della popolazione, scatenando vere e proprie guerre tra poveri.

In tutti i paesi europei i movimenti xenofobi hanno visto aumentare il loro consenso tra la popolazione, come risposta a quella che viene presentata come una vera e propria “invasione” di nuovi barbari. In effetti, in generale, l’Europa si è mostrata sinora impreparata ad affrontare la questione, incapace di adottare regole comuni che siano condivise e rispettate da tutti gli Stati membri. Lo si è visto a proposito della redistribuzione dei migranti. In effetti è inaccettabile che si scarichi la gestione di questo enorme problema solo sugli Stati che, come l’Italia, si affacciano sul Mediterraneo. È urgente governare unitariamente questo fenomeno ormai strutturale, nella consapevolezza che è destinato a non trovare rapida soluzione e che richiede il concorso di tutti.

Chiudere le frontiere dell’Europa e innalzare muri e barriere anche al proprio interno, così come chiudere i porti in Italia, oppure affidare a paesi terzi, come la Turchia, dietro compensi economici, la gestione di campi profughi, o riconsegnare i migranti ai lager libici, noti per essere luoghi in cui violenza e maltrattamenti hanno libero corso, non può essere la soluzione del problema. Oltre al fatto che tentare di “sigillare” le frontiere è praticamente impossibile, la “fortezza” Europa, sempre più trincerata e chiusa in se stessa, in preda a politiche “immunitarie” di respingimento e di espulsione, mostra di essere sulle difensive e di non trovare in se stessa quella fiducia, quella forte adesione ai propri valori che oggi più che mai le sarebbe necessario riscoprire e riaffermare.

D’altra parte, non penso che l’alternativa alla chiusura indiscriminata possa essere un’apertura altrettanto indiscriminata; ritengo, piuttosto, che sinora né gli Stati europei, né l’Europa nel suo complesso abbiano saputo “governare” il fenomeno migratorio e dare a esso risposte convincenti.

Se ospitalità dello straniero e accoglienza fanno parte dei valori fondativi dell’Europa, di cui occorrerebbe ricordare la matrice ebraico-cristiano-islamica e greco-romana, d’altra parte non si deve neppure sottovalutare l’estrema problematicità di integrare persone, le cui differenze culturali rispetto a noi sono spesso molto profonde. Questo aspetto non può assolutamente essere sottovalutato, facendo ad esempio paragoni, a mio avviso del tutto impropri, con l’emigrazione dei meridionali nel Nord Italia o degli italiani nel resto del mondo. Per quanto grande fosse la loro differenza culturale rispetto ai luoghi di immigrazione nei quali la gente del Sud o gli italiani andavano in cerca di lavoro, essa non può essere paragonata con i problemi di integrazione che solleva questa nuova ondata migratoria, soprattutto quando si tratta di immigrati provenienti dal continente africano.

Pensare che l’integrazione possa avvenire quasi spontaneamente per “adattamento” o semplicemente attraverso il lavoro, che basti un corso per apprendere la lingua condito da un po’ di calore umano, ritenere che l’incontro con chi è così marcatamente differente da noi e la sua permanenza presso di noi non comporti alcun problema e non richieda una lunga, faticosa elaborazione da entrambe le parti, per scongiurare quasi naturali crisi di rigetto, significa non comprendere le enormi difficoltà che una reale integrazione comporta su piani diversi, nessuno dei quali trascurabili:

1) innanzitutto c’è la difficoltà, sul piano psichico, di accogliere chi è diverso da noi, l’Estraneo; essa si supera solo attraverso la conoscenza e la comprensione reciproca; non solo i migranti, ma anche chi li accoglie deve compiere un complesso lavoro di conoscenza dell’altro, della sua cultura, del mondo dal quale proviene, per evitare di cedere alla pulsione immediata di rifiutare e respingere tutto ciò che si avverte come differente ed estraneo;

2) occorre anche tener conto del timore che la presenza degli stranieri possa sottrarre ai cittadini europei le già scarse possibilità di lavoro, insieme alle poche risorse messe a disposizione per le politiche sociali. Questo timore, più o meno fondato, scatena nell’immaginario collettivo una vera e propria guerra tra poveri ed è all’origine della maggior parte delle reazioni xenofobe, come nel caso dell’assegnazione delle case popolari o dell’esonero dal pagamento della mensa scolastica;

3) infine si avverte il rischio di mettere in pericolo la propria identità e i propri valori. Minimizzare tutti questi fattori, che alimentano la paura collettiva nei confronti degli stranieri, non contribuisce per nulla a combatterla attraverso facili – e false – rassicurazioni, ma fa il gioco di chi, al contrario, mostra di comprenderla e di giustificarla, più o meno apertamente esasperandola e fomentandola.

Insomma, minimizzare i motivi di allarme che desta la presenza di stranieri non serve a rimuoverli. Recitare come un mantra lo slogan che gli stranieri sono una risorsa di manodopera indispensabile per sostenere l’economia europea, seppure corrisponde a verità, non risulta per nulla rassicurante e anzi alimenta, nell’immaginario collettivo, l’idea di una competizione sleale tra chi non riesce a trovare lavoro. È invece necessario non semplicemente respingere, ma comprendere tutte queste paure – il che non significa assecondarle –, trovare argomenti e forme concrete di intervento capaci davvero di offrire rassicurazione e protezione per tutti.

Più in generale, occorrerebbe una politica europea che miri a governare i flussi migratori, regolarizzandoli e riportandoli su binari di legalità, moltiplicando gli sforzi, sul piano politico, diplomatico ed economico, nei confronti dei paesi africani, cercando di ridurre il più possibile i motivi che spingono le persone a migrare. Mentre l’Europa tende a chiudersi nella sua fortezza e a fomentare l’allarme del continente sotto assedio, la Cina sta espandendo la sua influenza sull’Africa, garantendosi per il futuro un ruolo decisionale del tutto inedito nel destino di questo immenso continente.

Oltre a questo, l’unico modo per favorire l’integrazione, per garantire, cioè, che gli sforzi profusi per l’integrazione sociale e culturale possano davvero avere efficacia, è quello di evitare che l’afflusso di stranieri generi una guerra tra poveri. In ultima istanza è questo il fattore che maggiormente alimenta reazioni di chiusura, razzismo e xenofobia. Occorrerebbe in primo luogo ridurre il più possibile il disagio economico e sociale che masse crescenti di cittadini europei sperimentano, a causa del progressivo abbandono di politiche sociali e di politiche economiche che hanno accresciuto a dismisura la forbice tra ricchi e poveri.

Trincerarsi nella “fortezza Europa” non solo è impossibile e anacronistico, in un mondo globale, ma è segno non di forza, bensì di debolezza. Significa che gli stessi cittadini europei non si riconoscono più nei valori fondativi della loro civiltà, nella loro forza propulsiva, che ha saputo plasmare il mondo. Non hanno tutti i torti, del resto, se coloro che per primi dovevano difenderli, sono stati i primi ad averli traditi, con politiche che hanno ulteriormente aggravato gli effetti disastrosi dell’avversa congiuntura economica. Trasformare l’Europa in una fortezza e recludersi al suo interno non significa affatto difendere meglio se stessi.

La logica immunitaria è implacabile: ogni eccesso di protezione si traduce nel suo contrario e trasforma la difesa immunitaria in una reazione auto-immunitaria, ossia in una forma di auto-distruzione. La fortezza è l’anticamera della tomba. L’eccesso di difesa e di chiusura, impedendo ogni apertura all’altro, preclude ogni possibilità di avvenire e sancisce la propria ineluttabile fine, il proprio suicidio. Una pulsione di morte, un cupio dissolvi, che nel Vecchio Continente ha trovato il suo terreno elettivo, direttamente proporzionale alla sua libido dominandi e alla sua volontà di potenza. Tra questo Scilla e Cariddi oscilla il pendolo della sua storia, stringendo quel nodo gordiano che occorrerebbe recidere con un secco colpo di spada.

Un problema comune a tutta l’Ue è la divaricazione tra ricchi ed élite socio-culturale da una parte (il 10-20% della popolazione, sempre più prospera) e dall’altra il restante 80-90%, cui si continuano a chiedere sacrifici e che non vede prospettive. Questo tema è del tutto estraneo a molte forze politiche e intellettuali, che sarebbero chiamate in causa in primissima persona. Cosa fare? Esistono intellettuali o forze politiche che oggi cercano di rispondere in maniera adeguata a questo problema?
Il crescente divario tra ricchi e poveri, la concentrazione della ricchezza in un numero sempre più ristretto di soggetti è certamente il problema più urgente da affrontare, non solo in Europa. Insieme alla crisi ambientale, è certamente la questione con cui occorre al più presto fare i conti a livello non solo europeo, ma globale. Dal punto di vista economico, la globalizzazione, propagatasi senza regole e senza correttivi, ha provocato, accanto a effetti indubbiamente positivi, anche disastrose conseguenze sul piano della disuguaglianza sociale. Di riflesso, anche in Europa l’affermarsi di politiche neoliberali non ha fatto altro che esasperare il divario tra i pochi che detengono la maggior parte delle ricchezze e i moltissimi che, invece, si sono impoveriti. Lungi dal ridursi, il divario è aumentato e continua a crescere. Basti pensare alla sparizione della classe media. Anche questo è certamente uno dei motivi, forse il principale, di disaffezione nei confronti dell’Europa. Al di là dell’ingiustizia sociale e del diffuso risentimento che essa provoca, questa situazione potenzialmente esplosiva mette seriamente a rischio la tenuta stessa della democrazia. La crisi economica, che ha investito l’Europa a partire dal 2008, non ha fatto altro che accelerare e aggravare questa tendenza al divario.

Paradossalmente sono state le forze di destra a saper intercettare il profondo disagio sociale che ha colpito le popolazioni europee, mentre i partiti tradizionali di sinistra sono stati sinora incapaci di fornire risposte adeguate, anche perché, in gran parte, sono stati proprio i partiti socialdemocratici quelli che con maggiore convincimento hanno promosso e favorito politiche neoliberali, a partire dall’esempio di Tony Blair in Gran Bretagna. Per questo oggi in Europa sono in via di estinzione. Basti pensare al partito socialista francese, ormai praticamente inesistente o alla crisi profonda che sta attraversando in Italia il Partito democratico. A mio avviso si è trattato di un vero e proprio suicidio e di un tradimento storico del proprio elettorato, per il quale la sinistra europea è destinata a pagare a lungo le conseguenze. Occorrerebbe una spietata autocritica, poiché solo dalla comprensione dei propri errori potrebbe ripartire una sinistra europea, rinnovata nel proprio personale politico – che indubbiamente ha fallito – ma soprattutto nelle proprie idee.

Sinceramente non vedo all’orizzonte né la volontà, né la capacità, né il personale politico davvero in grado di fare i conti con gli errori del passato e soprattutto in grado di operare un radicale rinnovamento delle categorie con cui pensare la congiuntura presente. Eppure, almeno dal punto di vista della riflessione teorica, vi è una straordinaria effervescenza di analisi e di nuova concettualità attraverso le quali poter dare nuovo e diverso impulso a politiche di sinistra, che si facciano carico finalmente di far fronte a una ingiustizia sociale divenuta ormai intollerabile. Per questo, occorrerebbe superare le litigiosità interne e far fronte comune anche a livello europeo. A guardare la realtà odierna, mi sembra che nulla di tutto ciò è neppure all’orizzonte e temo che ancora per molto tempo saranno le destre radicali a cavalcare il disagio sociale e a condizionare sempre più pesantemente in senso sovranista e populista il destino dell’Europa, che così si condanna fatalmente alla propria dissoluzione.

Che cosa maggiormente la preoccupa di un eventuale processo di disgregazione della Ue come finora l’abbiamo conosciuta?
Ciò che più mi preoccupa è il prevalere di idee nazionalistiche, il dilagare della xenofobia e del razzismo, l’irrilevanza di un’Europa così lacerata e divisa sulla scena mondiale, il peggioramento complessivo delle condizioni economiche e di quel poco che è rimasto di protezione sociale, la crisi della democrazia rappresentativa e delle sue istituzioni. L’Europa dei sovranismi vincenti non troverà più motivi sufficienti per progredire nel processo di unificazione politica; anzi, farà di tutto per bloccarlo definitivamente, in nome dell’essere «padroni a casa propria». Tutt’al più potrebbe rimanere la moneta unica, accompagnata da accordi commerciali. Un’Europa minima, una piccola Europa, sempre più chiusa in se stessa e marginale, non più in grado di arginare una conflittualità interna tra gli stati sovrani che, come in passato, potrebbe far esplodere nuove guerre civili europee, magari combattute anche soltanto sul piano della lotta commerciale. Già in parte qualcosa del genere sta accadendo.

Ma ciò che forse mi fa maggiore tristezza è il naufragio degli ideali europei, quelli per cui la mia generazione e quella immediatamente precedente si è strenuamente battuta, quelli in cui è cresciuta credendoli irrinunciabili. Questi ideali vanno ben al di là delle ideologie; si tratta dello “spirito” europeo, dei fondamenti della civiltà che chiamiamo occidentale, della stessa democrazia liberale e sociale, quale si è potuta pensare e in qualche modo anche tentare di realizzare solo sul suolo europeo. Mi rattrista molto vedere naufragare il progetto di una Europa unita e solidale, capace di testimoniare nel mondo i suoi migliori ideali. È una prospettiva davvero avvilente e disperante. Mi auguro davvero che si possa evitare. Ma è necessario il concorso di tutte le migliori energie in campo.

Tredicesima di una serie di interviste in vista delle elezioni europee

“Cittadini europei, ancora uno sforzo!”. Parla Caterina Resta ultima modifica: 2019-03-02T09:07:23+01:00 da Matteo Angeli

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