“Costruire ponti e distruggere muri”. Parla Eduardo Valdés

Le prossime elezioni in Argentina, lo stato dell’America Latina, il ruolo di Papa Francesco nel mondo. Intervista a trecentosessanta gradi con l’avvocato, ex ambasciatore presso la Santa Sede e noto dirigente della sinistra kirchnerista nella sua “cueva”, un open space stracolmo di pezzi di antiquariato e modernariato.
scritto da GRISELDA CLERICI

[BUENOS AIRES]
Incontro Eduardo Valdés, avvocato e noto dirigente della sinistra kirchnerista argentina nella sua “cueva”. Un open space stracolmo di pezzi di antiquariato e modernariato che ha pazientemente collezionato soprattutto negli anni della grande crisi economica, nel default, acquistandoli da gente che vendeva di tutto per sbarcare il lunario e sopravvivere in momenti difficili. Tanti venivano da lui perché sapevano di poter ottenere il prezzo più vantaggioso, sottraendosi al ricatto del profittatore di turno.

La “cueva” è un singolare luogo che impasta oggetti della memoria con proiezioni di futuro. In fondo materializza al meglio il pensiero di questo singolare politico argentino che ha una importanza unica nel panorama pubblico: è notoriamente molto vicino alla ex presidente Cristina Kirchner, e si dice essere uomo che gode di grande stima da parte di Papa Francesco. Lui si schernisce, ma nei due anni (2014-2015) in cui è stato ambasciatore argentino presso la Santa Sede si è conquistato la fiducia del Papa ed è stato l’artefice dell’incontro e delle buone relazioni con il governo del paese latinoamericano.

Eduardo Valdés nella sua “cueva”.

Entro il 12 giugno si decidono le alleanze elettorali, il peronismo appare diviso. Lo schieramento che ha portato alla presidenza Cristina Kirchner, cioè il “Frente para la victoria”, come si presenterà alle prossime elezioni di ottobre?
Io credo che non siamo così divisi come si racconta. Basti guardare al fatto che ora ci sono elezioni provinciali anticipate e abbiamo raggiunto un buon livello di unità. Il che non vuol dire che tutti si devono presentare insieme in una stessa lista, ma si riuscirà a fare le primarie tutti per la stessa formazione. Alla fine il “Frente para la victoria” arriverà alle elezioni con uno schieramento molto largo.

Si continuerà a chiamare “Frente para la victoria”?
No, può essere che abbia un’altro nome. Ci sono fasi diverse. Negli anni Settanta, ad esempio, Perón aveva il “Fronte giustizialista di liberazione”. Credo che questo tempo attuale richieda un fronte che rappresenti nuovi bisogni. Si sono affacciati sulla scena pubblica settori della società che vanno valorizzati. Sto parlando di movimenti sociali che in Argentina hanno svolto un ruolo importante. Molti di questi movimenti si possono rappresentare nella figura di Juan Grabois (molto vicino a Papa Francesco) che li ha fondati. Siano i benvenuti nel “Frente”. Con loro ci sono più chance di vittoria. I sondaggi danno il nostro schieramento e quello dell’attuale Presidente Macri alla pari, ma l’economia argentina negli ultimi quattro anni è stata distrutta. È in atto una vera catastrofe… La disoccupazione, la chiusura delle imprese, l’indebitamento… Sono convinto che deciderà l’economia. Se vincesse Macri sarebbe la prima volta che sono premiati i responsabili di questo fallimento. È impensabile.

Quali sono i punti programmatici più importanti per tentare di vincere in ottobre?
Io credo che il lavoro sia la questione centrale. Se ne è perso tanto in questi anni. Le aziende chiudono ed i consumi languono. È un circolo vizioso. Al primo posto, dunque, il lavoro e la sua dignità. E poi c’è un tema democratico e di sovranità del paese. Ragioniamo sull’indebitamento. Per poter tenere fede ai compromessi fatti da Macri con il Fondo Monetario Internazionale (noi gli abbiamo consegnato un paese con i conti in ordine) è necessario che lo stesso Fmi ci permetta di riformare l’economia per poter pagare il debito. Un debitore se non ha la possibilità di generare ricchezza non potrà restituire nessun prestito. L’altro punto dirimente è riprendere l’unità regionale in America Latina (Mercosur, Unasur, ecc). La forza unitaria e solidale di tutta l’area permetterà con gli scambi commerciali di farci decollare. Macri ha colpevolmente mutato le alleanze strategiche dell’Argentina ed ha stracciato gli accordi del Mercosur per consegnarsi mani e piedi a Trump. Dobbiamo tornare a fare quella politica di autonomia e valorizzazione dell’America Latina con il Mercosur.

Si, ma i vostri interlocutori in America Latina sono cambiati e la situazione economica mondiale, con Trump, è in grave turbolenza. Basta guardare il Venezuela. E in Brasile ora c’è Bolsonaro…
La prima cosa è riprendere il dialogo con i nostri vicini. Governi chi governi, sono i nostri vicini e noi dobbiamo tutelare la regione. E al di là delle differenze che ci dividono dobbiamo cercare di riprendere il dialogo e il commercio con loro. Parlo del Brasile, dell’Uruguay, del Paraguay, della Bolivia e anche del Cile che non ha partecipato nella prima fase del Mercosur. Questi sono i paesi limitrofi con i quali dobbiamo avere un rapporto. Nel Mercosur c’era anche il Venezuela. Io confidavo molto anche nella Celac, cioè l’Unione dei paesi dei Caraibi. E poi ci sono il Messico e i paesi dell’America centrale. Il Messico di Lopez Obrador che sta suscitando speranze molto simili a quelle nostre.

Da dove nasce questa forte intromissione di Trump nella situazione venezuelana? Può essere che il vero obiettivo sia Cuba? Forse Trump vorrebbe arrivare alle elezioni americane del 2020 avendo in tasca la caduta del Venezuela e la caduta di Cuba.
Non credo. Ho saputo che ai cubani di Miami piace molto poter viaggiare a Cuba ed incontrare i propri famigliari. A me sembra che tutto quello che sta facendo Trump in Venezuela abbia un sapore di petrolio.

Ma il prezzo basso del petrolio ha alimentato il dissesto dell’economia venezuelana…
Il petrolio fa ancora muovere il mondo, con il prezzo alto o con il prezzo basso. Il consigliere per la sicurezza nazionale degli Usa, John Bolton, è lo stesso che ha pianificato l’invasione in Libia e la morte di Gheddafi. È lo stesso che ha pianificato l’invasione in Irak e la morte di Saddam Hussein. Tutto ciò non è casuale. I veri crimini dell’Irak, della Libia e della Siria quali sono stati? Avere petrolio, avere grandi riserve. Gli americani hanno ostilità anche verso la Russia per la sua enorme disponibilità energetica, soprattutto di gas. Non sono preoccupati per l’Honduras dove c’è una maggiore migrazione, dove c’è disperazione e la gente vuole entrare negli Stati Uniti. Sono interessati ai paesi che hanno riserve petrolifere. E io credo che il peccato del Venezuela sia quello di avere petrolio. Gli Usa mettono in discussione il sistema democratico e il sistema istituzionale del Venezuela, ma non quello del principe assassino dell’Arabia Saudita, perché il petrolio dei sauditi è al servizio degli americani. Il petrolio venezuelano non è nella loro disponibilità e allora si mettono sotto la lente d’ingrandimento contraddizioni che altrove vengono totalmente oscurate. Dall’Arabia Saudita al Vietnam, e oggi persino alla Corea del Nord. È il diritto diseguale che segue gli interessi degli Usa.

Tornando a Trump, come valuta le sue politiche di immigrazione e che impatto hanno sull’Argentina? C’è una intervista sul noto giornale Clarín di Miguel Angel Pichetto, senatore eletto con il “Frente para la victoria” che dice chiaramente che “gli stranieri fermati in Argentina devono essere espulsi… Se non vengono a lavorare non bisogna lasciarli entrare”. Queste affermazioni sono molto simili a quelle del ministro dell’interno italiano di ultra destra, Salvini, e molto lontane dalle parole di Papa Francesco.
Che dolore che nel paese del Papa esista gente che ragiona in questa maniera. Ma purtroppo queste persone esistono. E questo pensiero ritorna dalla fondazione dell’Argentina. Possiamo dire che è cominciato con Sarmiento, uno dei primi presidenti argentini sul finire dell’Ottocento. Sarmiento all’epoca promosse l’immigrazione, ma non si aspettava una immigrazione dal Sud d’Europa. Avrebbe preferito quelli del Nord: gli inglesi, gli scandinavi. Nel caso specifico di Miguel Angel Pichetto il dolore è doppio perché non proviene da una famiglia dell’alta società argentina. Viene da quelle famiglie che sono state perseguitate. Nessuno se ne va dal proprio paese, dalla propria famiglia se ha la possibilità di rimanere e può realizzarsi lì dove è nato. Nell’antichità la peggiore delle condanne era l’esilio, persino più della pena di morte. Non possiamo riproporre quei modelli. Bisogna saper accogliere. L’ Argentina per me è stato un esempio nel mondo.
Quando sono stato ambasciatore in Europa ho potuto constatare che essere un musulmano equivaleva a essere un delinquente, che chi, rischiando la vita in mare, proveniva dall’Africa non aveva alcun diritto. Libici, iracheni, siriani, gente proveniente da paesi dove l’odio ha distrutto ogni cosa per guerre predatorie. Noi qui a Buenos Aires abbiamo una gran comunità di argentini di origine ebraica che convive con gli argentini di origine araba e non abbiamo quei conflitti razziali o religiosi che esistono da altre parti. Un tempo si cresceva nella scuola pubblica fianco a fianco con il figlio dell’immigrato italiano, spagnolo, ebreo, armeno. Noi siamo un crogiolo di comunità, nella scuola abbiamo condiviso la nostra vita in comune e questo ha eliminato ogni tipo di discriminazione e di paura dello straniero. È questo che meritoriamente ci distingue e va mostrato al mondo come esempio. I nostri immigrati, ora cittadini argentini, sono cresciuti con pari diritti, non hanno mai aderito a organizzazioni terroristiche. Gli immigrati detenuti sono l’uno per cento della popolazione. Nulla. Si strumentalizzano la disoccupazione e l’insicurezza per bieche ragioni elettorali. È un fenomeno solo mediatico.

Per quanto riguarda il Venezuela, quali sono le relazioni tra la diplomazia vaticana e il governo venezuelano? È circolata nei giorni scorsi una lettera con data 7 febbraio nella quale Papa Francesco, seppure con toni garbati, scrive a Nicolas Maduro per ribadire che “quanto concordato nelle riunioni non è stato seguito da gesti concreti”. Si evince da parte del Papa una certa delusione per impegni disattesi da Maduro.
Non lo so. Io però vorrei dire questo. Il Superiore Generale dei Gesuiti, il famoso “Papa Nero” è un venezuelano che ha quell’incarico da più di tre anni. L’attuale Segretario di Stato Vaticano, il numero due del Papa, Monsignore Parolin, è un ex ambasciatore del Vaticano in Venezuela quando governava Chavez. Il numero tre del Vaticano è venezuelano. Quello che voglio dire è che la Chiesa venezuelana è abbondantemente rappresentata nel Vaticano. Di conseguenza Francesco ha molta informazione e dalle dichiarazioni che sono emerse da questi rappresentanti che occupano alte cariche all’interno del Vaticano si può evincere che non erano molto favorevoli al governo di Maduro. Tuttavia il Papa viene criticato perché promuove il dialogo in Venezuela. E cos’altro può promuovere il Papa?
Francesco ha una lunga storia in questo senso. Ha raggiunto già molti obiettivi in America Latina. In sei mesi ha ottenuto, ad esempio, che gli Usa e Cuba potessero aprire le proprie rappresentanze diplomatiche a Washington e all’Avana. Papa Francesco è stato decisivo nel processo di pace in Colombia in condizioni difficilissime dopo che si era perso il referendum sugli stessi accordi di pace. È persino andato fisicamente in Colombia a garantire con la sua presenza la pace. Il lavoro di Papa Francesco è molto positivo. Non so se sia vero che è deluso da Maduro. Ciò che invece penso è che lui sta mettendo tutte le sue forze affinché in Venezuela non ci sia neanche un morto in più. E l’unica forma che il Venezuela ha di risolvere i suoi problemi è il dialogo. Non può essere invaso da un esercito straniero. Quindi a me sembra che questo non sia diverso da quello che lui ha già fatto in Colombia, a Cuba e in altri paesi del mondo. Come, ad esempio, impegnandosi tra la Corea del Sud e la Corea del Nord, oppure tra l’Armenia e l’Azerbaigian e tra l’Armenia e la Turchia. Lui sta lavorando in silenzio. In questo momento la Chiesa cattolica in generale e Papa Francesco in maniera particolare hanno l’esperienza per poter dire che è il dialogo il cammino giusto e non lo scontro.

Parlando ancora di vicini in America Latina, cosa ne pensa del nuovo presidente del Brasile, Bolsonaro? Il Brasile è il primo partner commerciale dell’Argentina. Si può dialogare con chi porta avanti una politica autoritaria, antidemocratica, apertamente liberista, devastante per l’ambiente e sessista?
Bolsonaro è agli antipodi del mio pensiero politico, ma è l’uomo che oggi sta governando il Brasile, e se io voglio mettere in pratica quello che abbiamo sempre pensato dobbiamo trovare la maniera di relazionarci con lui. Fare in modo che gli industriali brasiliani incidano insieme agli industriali argentini perché si torni a generare uno scambio commerciale che crei nuove industrie e nuove fonti di lavoro ai brasiliani e agli argentini.

Qui in Argentina è nato uno straordinario movimento di donne che ha avuto molto successo a livello mondiale: “Ni una menos” [Non una di meno]. Adotterete la loro piattaforma?
Sono fondamentali le politiche dove viene proposta la parità di genere. È una vergogna che ci si arrivi con così tanto ritardo.

Lei è stato ambasciatore presso la Santa Sede a Roma. Conosce bene l’Europa. L’Argentina ha sempre avuto un rapporto speciale con l’Europa e in modo particolare con Italia e Spagna. Voi sentite in questo momento l’assenza di una politica europea verso l’America Latina?
Si, la sentiamo. Sarà il fatto che l’Europa in questo momento è presa da sé stessa. La finanziarizzazione dell’economia ha ridotto la presenza di imprese italiane ed europee nel nostro paese. Ma il legame umano ed emotivo con gli italiani e gli spagnoli è fortissimo. Ogni argentino che ha quelle origini risparmia per poter viaggiare e venire da voi. È un legame culturale e affettivo indissolubile.

Non vi preoccupa la proliferazione di movimenti e partiti di ultra destra xenofobi e razzisti in Europa?
Ci preoccupa tanto. Da qui la nostra ammirazione profonda per Papa Francesco. Lui costruisce ponti. Queste formazioni di cui parli alzano muri. Come Trump. L’Europa ha conosciuto pagine tremende della propria storia. Come noi. Facciamo in modo che non si ripetano. C’è una canzone del gruppo cileno Los Jaivas che dice: “Se la terra è una sola ed il sole è per tutti, tutti insieme dovremo vivere”.

Come immagina l’America Latina del futuro? Esiste ancora la speranza di vederla rinascere? Durerà molto questo periodo di oscurantismo? Quello che noi in Europa chiamiamo Medio Evo.
Mi piace quella definizione di società medievale. Io penso che le elezioni d’ottobre prossimo qui in Argentina siano molto importanti. L’Uruguay viene da governi progressisti che hanno portato il paese a un buon livello, forse la realtà con meno disuguaglianze di tutta la regione. Ci sono stati positivi e profondi cambiamenti in Bolivia promossi da Evo Morales. Ha tolto il paese dalla povertà più estrema. Evo Morales non ha studiato ad Harvard, ma è riuscito ugualmente a togliere la Bolivia da una condizione disastrosa, recuperando la sovranità energetica e la sovranità nazionale. Un esempio di buona politica. Qui tentano di mettere fuori gioco Cristina Kirchner con indagini giudiziarie, coprono il loro disastro economico e sociale con questa campagna contro la nostra ex Presidenta. Non ci si può abituare.

Vede uno scontro in atto tra la Chiesa e le culture tradizionaliste? A mio parere il tema decisivo è l’impegno di Papa Francesco sul tema dell’immigrazione che i tradizionalisti sentono come una minaccia alla propria identità cristiana.
Si, d’accordo, alcune forze tradizionaliste criticano il Papa. Ma, a volte, l’opinione che viene pubblicata non è la realtà. La settimana scorsa l’agenzia di sondaggi Gallup, la più antica e tradizionale, ha pubblicato un sondaggio annuale sull’opinione dell’umanità rispetto ai leader e al loro protagonismo nel mondo. Sorprendentemente per il quarto anno consecutivo Papa Francesco si trova al primo posto, staccando di parecchio la seconda arrivata che è Angela Merkel. La stessa che nel suo paese viene criticata per le sue aperture all’immigrazione. Agli ultimi posti nei consensi ci sono Donald Trump e Benjamin Netanyahu.
E paradossalmente, nonostante l’Italia sia governata da un ministro dell’interno che osteggia apertamente l’immigrazione, Papa Francesco lì arriva all’85 per cento di consensi. Il secondo paese dove Francesco conquista molti consensi è l’Albania, un paese con il 97 per cento della popolazione musulmana. “Incredibilmente” il Papa non è molto amato e raccoglie pochi consensi in Arabia Saudita. Perché? Perché il Papa ha condannato pubblicamente quella realtà affermando che da lì vengono i finanziamenti ai movimenti come l’Isis e condannando il fatto che sono i maggiori compratori di armi al mondo. Il Papa ha denunciato: “Maledetti coloro che vendono armi, maledetti coloro che le fabbricano e maledetti coloro che le acquistano”. Come si vede le popolazioni ragionano in maniera autonoma.

La deriva della globalizzazione sta spingendo l’intero scenario mondiale ad assumere culture retrive, nostalgiche e reazionarie. Il fondatore del Partito comunista italiano, grande intellettuale che ha passato la più parte della sua vita in carcere, Antonio Gramsci, parla nei suoi testi di “fenomeni morbosi e pericolosi nelle fasi di transizione”. Questi fenomeni mettono in crisi culture millenarie. Quello di Papa Francesco è, finora, l’unico pensiero forte in grado di contrastare questi fenomeni. C’è la farà? Vincerà il Papa questa battaglia?
Io credo di sì, perché vuol dire che vince l’umanità. Non vince chi vuole sopraffare l’altro, non vince il pensiero settario. Io credo che le idee di Francesco siano le idee degli esseri umani che amano il prossimo, che non hanno bisogno di dichiararsi cattolici per praticare gli stessi valori che prospettano i musulmani. Non penso che questa sia una questione religiosa. In questo senso il Papa è più un leader dell’umanità che un leader religioso. Io non credo in un mondo dove ognuno vive rinchiuso in sé stesso, perché quello è un mondo che a lungo andare finisce per distruggersi. E io non voglio questo. Mi piace di più il mondo di Francesco, a cui riconosco che il titolo che più gli si addice è quello di essere il sommo Pontefice: il maggior costruttore di ponti e distruttore di muri. Quello è Francesco e quelli sono i valori che uno pratica.

Che rapporto immagina o auspica tra la sinistra, le forze democratiche e la Chiesa di Papa Bergoglio?
Diciamo così, che per chi vuole un mondo più giusto, senza ombra di dubbio, la parola e lo sguardo di Papa Francesco oggi sono i principali riferimenti a livello mondiale. Lo seguono non solo le persone di sinistra, i progressisti, ma anche la gente mossa da buone intenzioni e chi vuole “amare il prossimo come sé stesso”, che è il pilastro su cui si fonda il pensiero di Papa Francesco.

“Costruire ponti e distruggere muri”. Parla Eduardo Valdés ultima modifica: 2019-03-02T08:11:07+01:00 da GRISELDA CLERICI

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