Europa. Il caso dell’antisionismo

In Francia scoppia la polemica per la volontà di Macron di estendere la definizione di antisemitismo ad alcune espressioni dell’antisionismo. Il problema però esiste. E a sinistra molti sottovalutano il peso delle parole che si celano dietro le critiche - legittime - a Israele.
scritto da Marco Michieli

[PARIGI]

Dopo la grande manifestazione contro l’antisemitismo di qualche settimana fa, Emmanuel Macron aveva detto che vi sarebbero state delle conseguenze. Sulla spinta dell’emozione e dell’indignazione di fronte ai numerosi atti antisemiti, alcuni deputati della maggioranza avevano chiesto di equiparare all’antisemitismo l’antisionismo – l’opposizione al sionismo fino alla negazione del diritto all’esistenza dello stato d’Israele – e, pertanto, di punirlo penalmente. 

Inizialmente il presidente francese aveva espresso dubbi rispetto a quest’iniziativa, per le possibili conseguenze alla libertà di parola e in particolare alle critiche della politica estera israeliana. Tuttavia, qualche giorno dopo, Macron ha dichiarato che la Francia adotterà la definizione di antisemitismo stabilita dall’Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto (Ihra) che integra l’antisionismo tra le espressioni di antisemitismo:

La Francia, che l’ha approvata a dicembre con i suoi partner europei, attuerà la definizione di antisemitismo adottata dall’Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto […] l’antisionismo è una delle forme moderne di antisemitismo.

Emmanuel Macron

Secondo l’IHRA sono infatti da considerare espressioni di antisemitismo:

[…] Tutte le accuse che attribuiscono agli ebrei una volontà di cospirare per nuocere all’umanità. Spesso queste accuse sono usate per incolpare gli ebrei per tutto ciò che va male. Si esprime nel linguaggio, nella scrittura, nelle forme visive e nell’azione e impiega sinistri stereotipi e tratti negativi del carattere.

Ihra aggiunge anche che la critica a Israele non può essere considerata antisemita in generale. Lo diventa quando prende di mira lo stato di Israele come “collettività ebraica”. Ed elenca anche una serie di accuse tipicamente antisioniste che nascondono in realtà l’antisemitismo di chi le sostiene: accusare gli ebrei in quanto popolo o Israele in quanto stato di esagerare l’Olocausto; accusare i cittadini ebrei di essere più leali a Israele che agli interessi dei loro paesi; negare agli ebrei il diritto all’autodeterminazione, sostenendo che l’esistenza di Israele è un atto razzista; delineare delle comparazioni tra la politica israeliana e quella dei nazisti; ritenere gli ebrei responsabili collettivamente per le azioni dello stato di Israele.

La proposta ha suscitato molte polemiche, come prevedibile. A sinistra La France Insoumise ha parlato di strumentalizzazione da parte del governo. A destra Jean-Marie Le Pen ha invece affermato che non esiste un’emergenza legata alla crescita dell’antisemitismo in Francia. Molti specialisti hanno sottolineato che allargare la definizione di antisemitismo all’antisionismo ridurrebbe la libertà di opinione, poiché sarebbe impossibile qualsiasi critica nei confronti delle politiche condotte dallo stato di Israele. A sostegno di quest’argomentazione si è espresso Pascal Boniface, direttore dell’Institut de relations internationales et stratégiques (Iris):

Assimilare antisionismo e antisemitismo permetterà di ostacolare le critiche al governo israeliano ma potrebbe essere controproducente nella lotta contro l’antisemitismo.

Il dibattito è appena iniziato, ma già ora si rivela molto acceso. E potrebbe essere un problema, soprattutto per la sinistra. Abituati a pensare all’antisemitismo razziale dell’estrema destra o a quello antiglobalista dell’estrema sinistra, questi anni di crisi hanno visto numeorsi esponenti politici dei partiti progressisti mainstream attraversare il labile confine tra la critica alle politiche di Israele, il sostegno alla causa palestinese e l’antisemitismo. Ne sa qualcosa Jeremy Corbyn.

Il leader del Labour è da tempo al centro dell’attenzione dei media per le sue frequentazioni politiche e alcune sue dichiarazioni. Negli anni l’esponente della sinistra laburista ha partecipato a convegni e commemorazioni in cui in confine tra le critiche alle politiche di Israele e l’antisemitismo era molto sottile. Se non addirittura inesistente.

Come è accaduto quando l’allora deputato Corbyn partecipa a una cerimonia in Tunisia nel 2014, durante la quale furono onorate alcune persone legate all’attentato terroristico di Monaco del 1972, durante il quale undici membri della squadra olimpica israeliana furono presi in ostaggio e uccisi. Il leader laburista ha dovuto anche scusarsi per un evento del 2010 sulla Palestina, in cui un sopravvissuto all’Olocausto paragonava le politiche di Israele al nazismo.

Una volta diventato leader, Corbyn ha cominciato a fare attenzione. Soprattutto non utilizza più il termine “sionista”, che gli ha procurato qualche problema nel passato. Nel 2013, durante un’accesa discussione sulla Palestina con alcuni esponenti ebrei del Labour, Corbyn aveva risposto che quel “gruppo di sionisti non aveva senso dell’umorismo, nonostante vivessero in questo paese da molto tempo”.

Jeremy Corbyn

Ed è poi qui, nella parole stesse di Corbyn, che il confine tra antisemitismo e antisionismo diventa più scivoloso. Perché quest’affermazione non ha nulla a che vedere con la sorte dei palestinesi.

[…] Corbyn vede gli ebrei essenzialmente come corpi estranei, stranieri che potrebbero vivere qui per un certo periodo, che potrebbero essere nati qua, ma che rimangono essenzialmente qualcosa di diverso. Persone che non saranno davvero mai degli inglesi.

ha scritto Jonatahan Freedland su The Guardian a proposito dell’episodio.

Che il problema non fosse però limitato a Corbyn, lo si è visto negli anni successivi alla sua elezione. Come se l’elezione del deputato laburista a leader e le sue posizioni filo-palestinesi avessero liberato la parola dei molti che a sinistra arrivano a mettere in discussione l’esistenza stessa di Israele. E, in questo clima, nel 2016 il Labour aveva dovuto sospendere l’ex sindaco di Londra Ken Livingstone, detto “il Rosso”, per una serie di dichiarazioni su Israele, tra le quali spiccava l’idea che Hitler fosse stato un sostenitore del movimento sionista prima dell’Olocausto. Con lui il partito ha sospeso altri diciotto iscritti (e tra questi un parlamentare), sempre per dichiarazioni contro Israele, che in realtà nascondevano idee antisemite.

I casi e le critiche si sono fatte nel tempo più numerosi e Corbyn, sotto pressione, aveva deciso di intervenire. Anche per tutelare la propria immagine: come può un acceso sostenitore dei diritti umani accettare dichiarazioni da esponenti del suo partito che ammiccano alla scomparsa di Israele? Alla fine dell’estate 2018, il Labour aveva quindi adottato la definizione di antisemitismo dell’Ihra e v’includeva un’ulteriore dichiarazione a tutela della libertà di parola su Israele. Jeremy Corbyn aveva proposto una dichiarazione aggiuntiva più lunga – che avrebbe permesso di bollare la fondazione dello stato di Israele come razzista – ma non era stata accettata dall’esecutivo del partito.

Proprio in reazione alla cattiva gestione della questione antisemitismo/antisionismo, recentemente sette deputati hanno lasciato il Partito laburista. Uno dei deputati fuoriusciti, Luciana Berger, è stata anche oggetto di numerosi insulti antisemiti via social media e oggi deve spostarsi sotto scorta, dopo numerose minacce di morte.

Più recentemente anche negli Stati Uniti i democratici non sembrano immuni dal discorso “antisionista tendente all’antisemitismo”. In questo caso le infelici dichiarazioni vengono dalle prime deputate musulmane nella storia del Congresso, Ihlan Omar e Rashida Tlaib. Entrambe sono state la centro di polemiche per dichiarazioni antisemite e frequentazioni di persone legate alla propaganda antisionista e antisemita. Ne aveva già parlato su ytali Umberto De Giovannangeli.

Rashida Tlaib ha partecipato ad eventi e pubblicato foto in compagnia di Abbas Hamideh, che è a capo di una fondazione per il diritto al ritorno dei palestinesi, e che afferma che Israele non ha diritto di esistere, poiché “un’entità terrorista illegale, senza alcuna base se non un’ideologia delirante simile a quella dell’Isis”.

Ilhan Omar, invece, aveva pubblicato alcuni tweet che avevano suscitato molte polemiche:

Israele ha ipnotizzato il mondo, possa Allah svegliare le persone e aiutare a vedere i mali fatti da Israele.

A cui aveva fatto seguire altre dichiarazioni in cui diceva che il Congresso sostiene Israele perché si è venduto alla sua lobby. E più recentemente Omar ha suggerito che i gruppi pro-Israele negli Stati Uniti siano fedeli ad un altro paese. Un’affermazione quest’ultima che ha spinto Nancy Pelosi, la presidente della Camera, e altri leader democratici a condannare le affermazioni antisemite della deputata e a preparare una bozza di risoluzione di condanna dell’antisemitismo.

Rashida Tlaib (a sinistra) e Ilhan Omar (a destra)

Il problema infatti non sono le critiche alle politiche di Israele. Che sono possibili e a loro volta però criticabili. Quando, tuttavia, queste attribuiscono agli ebrei il ruolo di gruppo influente che agisce dietro le quinte degli eventi mondiali o utilizzano il termine “sionista” come codice per “ebreo” o “israeliano” o ritengono che il governo israeliano parli per tutti gli ebrei, ebbene qui si entra nel campo dell’antisemitismo.

Corbyn, Tlaib e Omar in fondo hanno commesso proprio questo “errore”: considerare il gruppo di interesse pro-Israele come espressione dell’ebraismo; o i cittadini britannici di fede ebraica degli stranieri; o ancora considerare il movimento sionista come parte del “progetto imperialista occidentale” o peggio di un complotto.

Se di errore tuttavia vogliamo parlare. E non invece del risultato di un pregiudizio antiebraico che ha radici profonde a sinistra (e purtroppo anche nel mondo musulmano e che data prima della nascita di Israele).

Certamente si deve fare attenzione. Che una legge oggi in Francia lasci al giudice la possibilità di determinare se alcune dichiarazioni anti-israeliane siano antisemite è sicuramente rischioso. Vedremo dove il dibattito parlamentare porterà.

La politica però farebbe bene a domandarsi che cosa ha fatto in questi anni per combattere i discorsi pubblici che in realtà nascondono incitazioni all’odio nei confronti di Israele. E la sinistra soprattutto, che dice di appassionarsi della difesa delle minoranze, dovrebbe cominciare a riflettere. Perché da questi pregiudizi non sembra essere immune.

Europa. Il caso dell’antisionismo ultima modifica: 2019-03-07T11:58:13+01:00 da Marco Michieli

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