Grosso guaio a Pyongyang

Il fallimento dell’incontro di Hanoi tra Stati Uniti, Corea del Nord e Corea del Sud non è una buona notizia per Kim Jong-un. Il leader nordcoreano si trova sempre più isolato. E nel frattempo è comparso un governo nordcoreano in esilio.
scritto da BENIAMINO NATALE

Il fallimento del vertice di Hanoi lascia i tre leader protagonisti della nuova stagione di distensione tra Usa, Corea del Sud e Corea del Nord in una posizione scomoda. Il presidente americano Donald Trump, che, come si dice, “ci ha messo la faccia” e buona parte della sua reputazione di “dealer”, quello sudcoreano Moon Jae-in, che ha inaugurato la politica di dialogo con Pyongyang, e il leader del Nord, Kim Jong-un, sono tutti e tre in difficoltà.

Ma mentre Trump e Moon hanno molte carte per difendersi dagli attacchi delle opposizioni – sicuramente Trump ha salvato il salvabile decidendo di tagliare corto con un dialogo che non portava da nessuna parte – vivono in paesi democratici e rischiano al massimo uno stop nelle loro carriere politiche, Kim rischia il futuro del suo regime – e forse la sua stessa vita.

Solo chi è stato in Corea del Nord – ci sono stato tre volte tra il 2006 e il 2011 – o chi ha a che fare quotidianamente con l’élite nordcoreana, come molti giornalisti e diplomatici, può rendersi conto dell’importanza per il regime di una rapida e positiva conclusione del processo negoziale iniziato con il colpo di teatro di Singapore, dove per la prima volta un presidente americano e un leader nordcoreano si sono stretti la mano e hanno dialogato.

Kim Jong-un e Donald Trump

Trump ha poi esagerato – frutto del suo carattere o della sua mancanza di carattere? – assolvendo pubblicamente Kim dalla responsabilità per la morte di Otto Warmbier, il giovane americano sequestrato per più di anno dai nordcoreani con un futile pretesto e restituito in coma ai suoi genitori e al suo paese, dove è morto pochi giorni dopo essere rientrato. Otto è stato fermato all’aeroporto di Pyongyang e accusato di aver rubato un manifesto in un albergo e per questo è stato condannato a quindici anni di lavori forzati.

Evidentemente è stato maltrattato almeno come i detenuti nordcoreani (un problema, quello dei diritti umani, che finora è stato accuratamente evitato sia da Trump che da Moon). Una cosa come questa – l’arresto e la feroce persecuzione di un cittadino americano – non può avvenire nella Corea del Nord senza il consenso dei massimi livelli, cioè lo stesso Kim Jong-un.

Per Moon, che ha fatto della distensione con i “fratelli” del Nord una delle iniziative più importanti della sua presidenza, il colpo è più grave. Ma non grave quanto per il dittatore nordcoreano. 

Facciamo un passo indietro. Fino all’inizio del 2018, Kim ha fatto la faccia feroce: test nucleari, test missilistici, terribili minacce, l’eliminazione dei veri o presunti oppositori, come lo zio Jang Song-thaek e il fratello maggiore Kim Jong-nam, che viveva a Macao sotto la protezione del governo cinese. Improvvisamente succede qualcosa che cambia le carte in tavola: Kim diventa amico del presidente cinese Xi Jinping, che prima aveva apertamente snobbato, poi invita Trump al dialogo e sospende tutte le attività provocatorie.

Il voltafaccia si deve evidentemente alle pressioni dei cinesi, che o hanno finalmente applicato davvero le sanzioni economiche contro Pyongyang o hanno trovato un altro strumento per ridurre il giovane dittatore a miti consigli. Ma anche – possiamo ragionevolmente ipotizzare – al fatto che lo stesso Kim e gli altri esponenti della giovane generazione del regime, tra cui sua moglie Ri Sol-ju e sua sorella Kim Yo-jong, si sono resi conto che il regime per sopravvivere deve cambiare. Deve gradualmente aprirsi al resto del mondo, smettere di promuovere la finzione secondo la quale viviamo ancora negli anni Cinquanta, con un’assillante propaganda in stile vetero-stalinista per convincere la popolazione che “gli imperialisti” americani e giapponesi e loro “lacchè” non fanno altro che escogitare trucchi per mettere in difficoltà i poveri coreani.

Si sono resi conto che è ora di mettere da parte i treni blindati della guerra civile russa – combattuta cent’anni fa – e passare agli aerei; che la comunicazione può essere controllata (come fanno con successo i “compagni” cinesi) ma che non si possono tenere ancora a lungo venti milioni di nordcoreani tagliati fuori dal mondo. I telefonini passano dalla frontiera cinese con i commercianti (molti sono ex-militari dei due paesi), con le prostitute che vanno a esercitare la loro nobile professione in Cina e attraverso altri mille canali, e con essi le notizie, le foto, eccetera.

Kim Jong-un e Donald Trump a Hanoi

Insomma, si sono resi conto che l’unico futuro possibile per il paese è quello di trasformarsi gradualmente in una piccola Cina o in un altro Vietnam, paese che si sta sviluppando a ritmi indiavolati (chissà che ha pensato Kim vedendo quanto sono diventati ricchi i vietnamiti, che hanno combattuto una guerra con gli Usa vent’anni dopo la Corea del Nord). Purtroppo per loro, si tratta di un gioco rischioso.

Se la grande maggioranza dei nordcoreani vive al limite della sopravvivenza, per le poche migliaia di membri dell’élite la vita è fatta di caviale e champagne. Costoro, che hanno conti bancari a Macao, in Svizzera e in altri paradisi fiscali e che sono liberi di viaggiare in lungo e in largo, difficilmente rinunceranno ai loro privilegi. Certo non vi rinunceranno senza combattere. E questo è un primo problema.

L’altro è che, mano mano che il paese procede sulla via della modernizzazione e dell’apertura, sempre più persone capiranno che pochi privilegiati le hanno coscientemente ingannate per decenni: le ultime ore di Nicolae Ceausescu (il dittatore rumeno deposto e fucilato nel 1989 insieme alla moglie Elena) devono essere un incubo ben presente nella mente di Kim e dei suoi associati. Lo spazio che hanno per muoversi è minimo: idealmente, dovrebbero riuscire a calibrare il cambiamento in modo che la situazione dei loro sudditi migliori, evitando però che decidano di prendere la situazione nelle loro mani e di sbarazzarsi di una classe dirigente arrogante e spietata.

Una cosa interessante è successa nei giorni scorsi: un gruppo chiamato Choellima Civic Defence (CCD) ha annunciato la creazione di un “governo in esilio” pochi giorni dopo l’imprevista conclusione del vertice di Hanoi. Si tratta di un gruppo misterioso, comparso sulla scena per la prima volta nel 2017 quando diffuse un video nel quale Kim Han-sol, figlio di Kim Jong-nam, il fratellastro di Kim Jong-un assassinato a Kuala Lumpur, proclamava di essere in salvo con la madre e la sorella in un luogo segreto grazie all’aiuto del CCD.

La maggior parte degli osservatori della Corea del Nord ritiene che il gruppo sia legato ai servizi segreti della Corea del Sud. Nell’annuncio della creazione del governo in esilio, il CCD usa termini legati alla tradizione storica coreana chiamando il paese “Joeson”, un’espressione tradizionale per indicare la Corea, che è in disuso, e lanciando il suo proclama il primo marzo, centesimo anniversario di una rivolta contro il Giappone, la potenza che aveva colonizzato il paese.

Donald Trump e Kim Jong-un

Il “Choellima” è un mitico cavallo alato della tradizione cinese e coreana usato più volte nel passato per indicare movimenti popolari. Fu usato dai patrioti coreani anti-giapponesi e dallo stesso fondatore della Corea del Nord, Kim Il-sung, come simbolo della mobilitazione del popolo. Una statua del cavallo alato sorge nel centro di Pyongyang ed è uno dei simboli del regime che i giornalisti in visita vengono portati ad ammirare.

Il linguaggio usato dal CCD, che nell’annuncio invita la popolazione a ribellarsi al dittatore, rafforza la “pista” dei servizi segreti. La domanda da porsi è: come mai ora? Gruppi umanitari e religiosi sudcoreani e internazionali, con l’appoggio dei servizi di Seoul, da molti anni gestiscono una “strada della libertà” attraverso la quale centinaia di fuggitivi dalla Corea del Nord sono riusciti a raggiungere paesi amici senza essere intercettati dalle forze di sicurezza cinesi, che li rispediscono in Corea del Nord.

L’apparizione di Kim Han-sol, un membro della “famiglia reale”, nel video del 2017 e la recente creazione del “governo in esilio” sono significativi. Potrebbero indicare che la dissidenza è arrivata fino nel cuore del regime e che ora, forte della mezza apertura e dell’impasse del processo di distensione, potrebbe sferrare un attacco mortale al dittatore e ai suoi alleati.

Grosso guaio a Pyongyang ultima modifica: 2019-03-07T20:01:14+01:00 da BENIAMINO NATALE

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1 commento

Pierluigi Gatteschi 10 Marzo 2019 a 17:09

Bellissimo articolo illuminante sulla Corra del Nord e sul suo feroce dittatore.

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