Venezia. Una ragazza. Gli anni 60

Maria Luisa Semi torna in libreria con un nuovo "capitolo" della sua affascinante autobiografia. Lo sfondo è il decennio che più ha segnato la seconda parte del secolo scorso
scritto da Barbara Marengo

Che bellezza avere avuto vent’anni e ricordarli così bene in età matura… E sono certamente anni da raccontare, se chi scrive è Maria Luisa Semi e quelli ripercorsi in una cavalcata piena di avvenimenti sono i mitici anni Sessanta. 

Dieci capitoli densi di vita, sensazioni, episodi, esperienze, di “Una ragazza… i suoi anni Sessanta” (LINEA edizioni), capitoli che ripercorrono la storia con acuta lungimiranza in un’epoca che sembra lontana:  tutto è cambiato, società, comunicazioni, etica, costumi, musica, ma la ragazza Maria Luisa ripercorre la sua giovinezza fornendo un esempio per le ragazze d’oggi e non solo. Ragazze d’oggi che vivono libertà e consapevolezza, o almeno lo credono, proprio sulla scia di quanto è successo cinquant’anni fa, alle loro nonne. 

Laurearsi in legge  a inizio anni Sessanta: una conquista non banale per la venezianissima ragazza di Castello, che frequenta a Padova le ingessate aule del Bo e che già in quell’anno fa ciò che le nostre ragazze fanno oggi, un Erasmus ante litteram, spostandosi da Venezia a Torino. Ed è già un fatto, quando certamente già tante giovani donne si laureavano ma la scala dei valori prevedeva in primis matrimonio etc etc.

Nemmeno farlo apposta, in questi giorni di cosiddetta “festa della donna” (purtroppo in realtà invertirei le parole visto che quasi quotidianamente alla donna viene “fatta la festa”, tra ammazzamenti e stupri  nella nostra pseudocivilissima Nazione) la personalità della Semi emerge dal libro  e dimostra tante cose alle nuove generazioni: tenacia, superamento di obiettive difficoltà economiche, chiarezza di vedute per il proprio futuro, lavoro all’inizio precario e infine denso di soddisfazioni, amori e viaggi, coscienza politica, tragedie internazionali, delusioni, rimpianti, audaci decisioni controcorrente…

In una città piccola e sicura, una culla d’acqua come Venezia, attraverso la radio e la televisione Maria Luisa s’informa, partecipa, s’appassiona alla politica, s’angoscia per eventi tragici e lontani, dal terremoto di Agadir all’assassinio di John Kennedy, dalla guerra del Vietnam alla dittatura dei colonnelli in Grecia. Avvenimenti dei quali oggi si parla molto poco, fanno già parte della “storia”, ma hanno rappresentato  forse la prima vera presa di coscienza da parte di milioni di persone e non solo di élite di uomini e donne, di ciò che accadeva nel mondo. Papa Giovanni XXIII che trasforma la liturgia e avvicina la Chiesa alla gente, la tragedia del Vajont letta sul giornale la mattina del 10 ottobre 1963, la morte di Marylin Monroe, la nazionalizzazione dell’energia elettrica…. E la mentalità dell’epoca, ahimè estremamente conservatrice, marcata dalla “ diffidenza verso il progresso, verso un progresso condiviso, che non guarda al bene comune…”

Protesta contro la Biennale all’Accademia di Belle Arti

Allora come oggi, vien da dire.  Erano anni di impegno, un impegno sociale e politico che sarebbe sfociato nel bene e nel male nel 1968: e per preparare quel fatidico anno di lotta e di voglia di cambiare società e politica, Maria Luisa e la sua famiglia leggevano, ogni giorno tanti giornali. Giornali di carta usciti dal piombo e dalle rotative, giornali che viaggiavano sui treni per raggiungere ogni città e paese di un’Italia che viveva, allora sì, un boom economico. Corriere della Sera, La Stampa, Il Gazzettino locale, ma anche l’Osservatore Romano, Il Giorno di Mattei, l’Europeo, i partiti politici che hanno segnato gli anni della Repubblica italiana, che facevano viaggiare la mente dell’autrice in Sud America a piangere la morte di Che Guevara, o nelle lontane battaglie nel Vietnam, assieme ai primi tentativi di apertura di un’impenetrabile cortina di ferro che divideva il mondo, il sovietico Yuri Gagarin, primo uomo nello spazio (e Valentina Tereshkova, prima donna…), l’erezione del muro di Berlino: un viaggio a Praga, un amore portoghese, tanti lavori e finalmente il superamento del concorso per il notariato, la sicurezza economica, l’amore vero, il matrimonio, le figlie.

Piazzale Roma, negli anni Sessanta, quando circolavano ancora i filobus

Episodi di vita descritti con sensibilità, e dentro tanto amore per Venezia: una Venezia che non c’è più ma che è necessario ricordare, com’era , dov’era e perché c’era: con le botteghe dove si vendeva la stoffa che le sarte avrebbero trasformato in abiti e cappotti, la tragica “aqua granda” del novembre 1966 ( un evento che per i veneziani segnò un “prima” e un “dopo”, e adesso ancora una grande incertezza sul futuro), i veri veneziani circolanti tra le calli vivaci, le cene con gli amici che davano sicurezza. E le decisioni fondamentali per il futuro di una ragazza, come quella di rifiutare un posto di lavoro fisso in banca: Maria Luisa costretta a svolgere le stesse mansioni dei colleghi maschi, ma pagata di meno ed indossando un grembiule!!! Mai. E allora ben vengano i viaggi per insegnare in provincia, i tragitti in “bateo” e in treno, il contatto, da insegnante quasi coetanea, con un mondo diverso da quello veneziano, nella campagna al confine col Friuli: gente tosta fin da giovane, che incarnava già allora la teoria dell’alternanza scuola – lavoro tanto in voga oggi, nel senso che i ragazzi studiavano per diventare “motoristi per autoveicoli” di mattina, e di pomeriggio guidavano i suddetti autoveicoli… Maria Luisa in cattedra, chiede al bidello una biro nera: e, secondo le migliori tradizioni venete, a metà mattina, si vede recapitare una lattina di birra “ciara, scura no la go trovada”.  

I reali d’Inghilterra a Venezia La foto è di Giovanni Puppini ed è tratta dal suo libro illustrato “Venezia anni Sessanta”

Assieme alla minigonna di Mary Quant, ai Beatles, ai Platters (che tennero un concerto al Lido di Venezia, ah bei tempi), la Palestina e il neonato Stato di Israele innescavano una tormentata stagione che continua ancora oggi:

tragica quotidianità. Due Stati e due popoli: sarebbe, sottolineo sarebbe, una, se non l’unica soluzione, ma chi veramente ne è convinto?

L’autrice è affascinata dalla scrittura di una giovane giornalista, una donna!, che intervista, viaggia, discute: l’Oriana Fallaci degli esordi che invia  servizi e foto dal Vietnam di soldati americani neri, mentre in Europa ci si rende conto che negli USA esiste ancora una segregazione razziale feroce, che Martin Luther King combatte con la non violenza e l’organizzazione.

In un mondo che cambia, le novità trottano, nonostante internet sia ancora di là da venire:  Adriano Olivetti aveva posto le basi per l’indispensabile moderno computer, nel 1965, e fu lui a organizzare

quasi una città intorno alla sua azienda, molto vicina ai dipendenti….era solito circondarsi di intellettuali che sugli argomenti relativi al lavoro e su molto altro ragionavano, scrivevano e suscitavano inevitabilmente profonde riflessioni.

Queste basi per una nuova presa di coscienza venivano elaborate in un Paese in movimento, e Maria Luisa, da ragazza di Laguna, viaggia non solo col pensiero verso il nuovo tunnel del Monte Bianco, opera grande e ammirata. Sic transit gloria mundi: oggi siamo fermi a cavillose, direi bizantine con tutto il rispetto per Bisanzio, discussioni sulla TAV. 

Ora la nostra autrice guida una Fiat 850, su e giù per le montagne del Veneto e non solo: è diventata notaio – professione che eserciterà per quarant’anni a Venezia- dopo aver passato – al secondo tentativo, ma tutto serve nella vita – il concorso nei mitici locali di via Induno, a Roma. Notaio a Forno di Zoldo, prima sede come da prassi: paese di migranti, allora come oggi, ma con un vivace mercato di venerdì. E di venerdì Maria Luisa, la prima ad avere patente e automobile in famiglia (caso non raro a Venezia in  quegli anni e non solo), corre a Forni, e pranza

in tutta allegria e amicizia col carabiniere, col farmacista, col geometra: un tavolo di persone importanti.

Alla fine di questa nitida escursione di vita e di emozioni, Semi si apre ancora di più al lettore, affermando che le sue sono

pagine scritte da una donna, non da una sociologa, una donna normale come moltissime altre, che un tempo è stata una ragazza riflessiva e critica: 

una precisa modalità, un input diremmo oggi, un incitamento per le ragazze d’oggi così apparentemente libere e forti ma estremamente vulnerabili e inconsapevoli. Con un passato non lontano da conoscere, capire, interpretare per vivere meglio un mondo pieno di contraddizioni e trabocchetti. Ma anche di speranza.


Acqua alta a Rialto nell’immagine d’apertura. La foto è di Giovanni Puppini ed è tratta dal suo libro illustrato “Venezia anni Sessanta”

Venezia. Una ragazza. Gli anni 60 ultima modifica: 2019-03-09T11:54:08+02:00 da Barbara Marengo

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