Belgrado nel caos

Migliaia di serbi protestano da mesi contro il presidente Aleksandar Vučić per chiedere maggiore libertà di stampa ed elezioni trasparenti. Tra manifestazioni e contro-manifestazioni, le tensioni aumentano di giorno in giorno.
scritto da GIUSEPPE ZACCARIA

Dopo quattro mesi di crescita sorda e costante, l’opposizione esplode anche in Serbia: fra sabato a domenica sono stati migliaia i manifestanti che prima hanno invaso la sede di RTS, la tv di Stato, protestando per la faziosità dei notiziari proni al regime, e poi ieri mattina hanno diretto la loro rabbia contro l’edificio della presidenza, dove Aleksandar Vučić, padre-padrone del paese, è rimasto praticamente assediato per più di due ore a dispetto delle cariche della polizia antisommossa contro i dimostranti.

A sera il bilancio dei disordini annoverava qualche centinaio di fermati e molti contusi, ma questa volta i cortei non si sono fermati, dirigendosi anche verso una stazione di polizia per reclamare la liberazione dei molti giovani trattenuti. E per la prima volta da quando il paese ha cominciato a ribollire, il potere pur continuando a fare la faccia feroce ha dovuto cedere a qualche concessione: una delegazione di giovani è stata lasciata entrare nella caserma per verificare che tutti i loro amici stessero bene.

“Gotov je” (“è finito”) è lo slogan che gli oppositori del presidente Vučić hanno cominciato a scandire, lo stesso che segnò la fine politica di Slobodan Milošević.

Vučić prima ha tentato di ostentare indifferenza poi è comparso con l’aria stravolta per chiamare a raccolta le sue truppe cammellate:

Non possono fare nulla, non hanno potere e la Serbia saprà come rispondere, molte persone sono pronte a venire a Belgrado per difendermi.

Un uomo politico che ha progressivamente perso il sostegno della capitale e delle grandi città si rivolge alla provincia per organizzare contro-manifestazioni che potrebbero anche trasformarsi nei prodromi di una guerra civile.

È come se un genio maligno (o forse più semplicemente la forza dell’imitazione) abbia preso ad aggirarsi per il Sud-Est d’Europa: tre settimane fa in Albania manifestanti avevano assaltato a Tirana l’edificio della presidenza, ieri è stata la volta della Serbia mentre le proteste si riaccendevano anche a Podgorica, capitale del Montenegro. È proprio a Belgrado, però, che la situazione sembra più seria, se non altro perché la linea seguita da Vučić – quella di ignorare prima, e poi di minimizzare le proteste – ha sortito l’effetto contrario a quello sperato.

Ieri, poche ore dopo gli scontri alla televisione, il presidente aveva voluto una conferenza stampa straordinaria che in teoria avrebbe dovuto marcate l’anniversario del “pogrom” commesso dai kosovari contro gli ortodossi, ma subito si è trasformata in un violento attacco ai protestatari, che però mentre il presidente li definiva “teppisti, fascisti e ladri” stavano circondando l’edificio, e formavano un cordone che facesse sentire il capo supremo circondato.

La polizia prima ha lanciato lacrimogeni, poi ha caricato (anche se l’impressione è stata che lo stesse facendo senza troppa convinzione) mentre dall’interno del palazzo un’informazione ormai del tutto schiavizzata faceva filtrare una strana istantanea: Vučić giocava a scacchi col ministro degli interni, Stefanović, quasi ad ostentare calma olimpica.

Quando però qualche ora dopo ha potuto uscire in sicurezza dal palazzo, l’impressione è stata molto diversa: le foto mostrano un uomo gonfio e dall’aria smarrita che sale in fretta sull’auto ufficiale. E, quel è più importante, la tensione sembra non calare affatto, anzi sul futuro prossimo del paese paiono addensarsi altri nuvoloni. Anzi, da ieri gli oppositori hanno cominciato a scandire lo slogan che segnò la fine politica di Slobodan Milošević, “Gotov je”, ovvero “è finito”.

Adesso, tutto sta a vedere se nel presidente-padrone Aleksandar Vučić prevarrà l’anima del Conducator o la sapienza politica che di sicuro non gli manca. Voci insistenti vogliono che dall’ambasciata americana si siano infittiti gli appelli a cedere almeno in parte aprendo la via ad un governo di coalizione coi movimenti di opposizione (che peraltro appaiono del tutto sprovveduti nel caso di ipotetica cogestione del potere), ma per il momento il sentimento che prevale fra gli opposti schieramenti è il ben noto “inat” del serbi, parola che in questo caso va tradotta come “tigna”.

Il presidente serbo Aleksandar Vučić

In queste ore e nelle prossime si inseguono e continueranno ad accavallarsi insulti e proclami bombastici, e fra gli annunci di guerra già se ne contrappongono due: da un lato, come si è detto, Vučić chiama a raccolta i fedelissimi delle campagne pronto a farli calare su Belgrado su centinaia di pullman noleggiati dal governo, dall’altra le opposizioni lanciano un ultimatum.

O entro le tre di lunedì tutte le persone fermate dalla polizia torneranno libere o chiameremo a raccolta nella capitale tutti i serbi che non ne possono più.

Insomma, se le cose andassero male la più grande città di Serbia e dei Balcani potrebbe vivere le sfilate di due cortei contrapposti e aggressivi. Ed in questo caso, si può solo sperare che non si incontrino.

Belgrado nel caos ultima modifica: 2019-03-18T10:02:32+02:00 da GIUSEPPE ZACCARIA

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