Le silenziose grida di Mapplethorpe

A trent'anni dalla sua morte, quarantacinque opere del grande fotografo sono esposte alla Galleria Corsini a Roma, tra quadri tardo-rinascimentali e barocchi, secondo il nuovo modulo di allestimento delle mostre che vede “antico” e “presente” in un unico contesto.
scritto da MARIO GAZZERI

La storia della fotografia americana del ’900 è la storia di un’inquietudine dai mille volti. Robert Mapplethorpe, Man Ray, Francesca Woodman, Annie Leibovitz, Diane Arbus, sregolati e folli, uniti nell’impossibile decifrazione dello “spirito del tempo” americano, persi nella perenne ricerca della poliedrica immagine di un Paese che sfugge a ogni univoca definizione. Quell’America vista da Arbus attraverso i più infelici, nani, storpi, mutilati. Attraverso la tecnica della infinita serialità di un Andy Warhol che la disegnò in una lattina di zuppa Campbell o attraverso gli incubi di nudi insidiati da inquietanti testuggini della giovane e bella Francesca Woodman, suicida a ventidue anni a New York.

Di origini irlandesi, il newyorkese Robert Mapplethorpe, nato nel 1946 e morto di Aids nel 1989 a Boston, esplorò con la sua opera la dimensione oscura del desiderio, il lato nascosto della figura umana. Ora, a trent’anni dalla sua morte, quarantacinque sue opere sono esposte nelle nobili sale della Galleria Corsini a Roma, tra i quadri tardo-rinascimentali e barocchi che tappezzano le pareti del palazzo-museo, quasi nascoste, e per questo forse più visibili, tra i Carracci, gli Spagnoletto, i Luca Giordano (ma anche vicine a un trittico del Beato Angelico), secondo il nuovo modulo di allestimento delle mostre che vede “antico” e “presente” in un unico contesto, a sottolineare forse anche l’unitarietà temporale dell’arte.

Dopo i Picasso alla Galleria Borghese e gli Schifano al Museo Etrusco di Valle Giulia, sempre a Roma, Mapplethorpe torna in Italia con i suoi demoni dopo il successo, dieci anni fa, della sua retrospettiva fiorentina alla Galleria dell’Accademia. Bianco e nero, i non-colori dei grandi fotografi, sono le tinte della sua tavolozza così come lo furono per la Woodman e la Arbus. Una scelta cromatica essenziale come i ritratti (che cominciò a riprendere con una Polaroid finendo con la leggendaria Hasselblad da studio) di amici e personaggi newyorkesi interpretati sempre nella loro dimensione di triste consapevolezza della condizione umana. Una scelta che, nelle arti figurative, potrebbe condurci a un possibile paragone con pittori come Francis Bacon o Lucian Freud.

Le foto di Mapplethorpe non sono “scatti”, “istantanee”, sono riflessioni. Omosessuale dichiarato (in tempi in cui tale orientamento sessuale era condannato o addirittura, come nella civile Gran Bretagna, considerato un reato) fotografò ripetutamente situazioni sado-maso indugiando poi nei primi piani degli organi sessuali maschili, quasi a voler rendere manifesto ciò che tutti nascondono sotto i vestiti per pudore. Pudore che poi è spesso una sublimazione di un atavico terrore. Nonostante la sua omosessualità, Mapplethorpe fu a lungo amante di Patti Smith, sua coetanea e leggenda della musica folk-rock americana, una relazione che si tramutò nell’amicizia di una vita con la Smith accorsa al letto di morte del suo amico che poi descrisse “sereno come un bambino molto invecchiato”.

Se tra i grandi fotografi americani del dopoguerra Diane Arbus interpretava il disagio e i tormenti dell’esistenza ritraendo, in forma quasi simbolica, le malformazioni fisiche degli infelici (riecheggiando quanto aveva fatto nel lontano 1932 il regista Tod Browning con “Freaks”), Francesca Woodman e ancor più Robert Mapplethorpe hanno sviscerato le infelicità nascoste dell’americano anonimo e singolo facendone fuoriuscire apatia e paura, abissi di solitudine e disperazione, come in una tragica versione illustrata dei protagonisti dei racconti di Raymond Carver. Secondo modalità però del tutto diverse anche da grandi come Saul Leiter o Vivian Maier (la “Tata” di Chicago), maestri della cosiddetta street art e dell’istantanea rubata al caso. Il terrore di un conflitto atomico che negli anni Cinquanta influenzò l’opinione pubblica americana più di quanto oggi non si possa credere e poi il Vietnam e la rivoluzione mondiale dei costumi del ’68, condizionarono la nuova generazione di fotografi americani, ormai distante e distaccata dai maestri dell’obiettivo come Alfred Stieglitz, scomparso nel 1946 proprio quando Mapplethorne nasceva.

Il fotografo si distinse anche per il suo amore per il classicismo con una serie di immagini di antiche statue greche e romane e fu tra i più costanti ricercatori di nuove tecniche fotografiche. Nel suo autoritratto del 1988, seduto con un bastone da passeggio che per pomello ha una testa di morto, c’è un’allusione evidente alla sua percezione di morte imminente. E così fu. L’anno successivo scomparve, ucciso dall’Aids come il suo compagno Sam Wagstaff. Sette anni prima, Francesca Woodman si era gettata da un grattacielo newyorkese. Suicida anche Diane Arbus, tanti anni prima, nel 1971. Breve la vita infelice dei fotografi americani.

Le silenziose grida di Mapplethorpe ultima modifica: 2019-03-18T13:17:40+02:00 da MARIO GAZZERI

VAI AL PROSSIMO ARTICOLO:

POTREBBE INTERESSARTI ANCHE:

Lascia un commento