La via che porta da Matera a Strasburgo

Un’analisi del voto regionale in Basilicata per capire cosa sta succedendo in Italia, in vista delle elezioni europee. La linea più promettente da seguire sembra essere la ricostruzionee dal basso di una politica concreta di manutenzione di ciò che non va e di guida realistica nella tempesta della globalizzazione e della crisi.
scritto da MARIO GIRO

Durante la consueta maratona sulle elezioni regionali della Basilicata, Enrico Mentana ha detto – quasi sconsolato – che i risultati consolidano ormai un trend nazionale difficile da scardinare: una Lega trionfante che trascina ancora una volta il centrodestra alla vittoria, lasciando agli altri le briciole. Vero, senonché il sistema proporzionale va letto con occhi diversi. Siamo troppo abituati a ragionare in modo maggioritario per renderci conto di essere tornati in un vecchio mondo, quello dove contano spostamenti di pochi punti percentuali per cambiare scenario. E questo ha conseguenze dirette sul comportamento dei leader e dei partiti.

La Lega è effettivamente divenuta il primo partito d’Italia e forza trainante delle coalizioni locali di centrodestra, coprendo tutto l’arco simbolico nazionalista-popolare: da “Dio-Patria-famiglia”, al sovranismo/statalismo, al localismo/federalismo, fino all’atlantismo (senza dimenticare Putin). Insomma una specie di “ma-anchismo” di destra a cui per ora si lascia briglia sciolta. Il Pd di Zingaretti dal canto si accontenta di ottenere il secondo posto scavalcando i pentastellati.

Tutto avviene come se i partiti maggiori volessero utilizzare il voto europeo di maggio badando alle prossime scadenze nazionali di carattere interno: tenuta della maggioranza attuale; prossima finanziaria; eventuale rinascita del centro-destra; possibile cambiamento di quadro politico a sinistra. Scollinare le europee largamente in testa è essenziale per la Lega: se accade tutte le opzioni sono possibili, compresa una crisi di governo. Arrivare secondo con buona ripresa del consenso (negli ambienti più ottimisti si pensa addirittura al 26 percento!) serve al Pd per orientarsi nel dibattito sul campo largo (o “piazza grande”). Infatti tutti i padri nobili di sinistra non fanno che ripetere che la battaglia è ormai tornata a essere destra vs sinistra.

Tuttavia tali disegni potranno realizzarsi solo a certe condizioni.

La prima è il declino dei Cinque Stelle ma nulla è meno sicuro di questo. Per finalità opposte, Lega e Pd immaginano un crollo che deve ancora avvenire. Ogni calcolo “neo-bipolare” non può illudersi troppo presto della fine del terzo polo rappresentato dai grillini. È infatti possibile che la tripolarità parlamentare emersa dalle elezioni del 4 marzo 2018 sia destinata a durare, anche se riassestata nei numeri. Ciò implica che il M5S riveda rapidamente le sue strategie. Innanzi tutto quella del divieto di allearsi. È un tema valido in particolare nelle amministrative dove arrivare terzi mette fuorigioco. I primi segnali vengono dalla timida apertura alle liste civiche e all’idea (per ora impalpabile) di una “lista Conte”. Ci sarà bisogno di un bagno di realismo: le alleanze si fanno con chi c’è in campo: un alleato non si può creare a propria immagine e somiglianza. L’alternativa è generalizzare il metodo del “contratto” anche a livello locale ma ciò presupporrebbe la necessità di strutturare il Movimento a livello territoriale: un’evoluzione che nemmeno il sofisticato Rousseau potrebbe controllare. Potrà il M5S diventare un partito simile agli altri, accettando la compresenza di sensibilità diversificate al suo interno (leggi: le correnti) e alleandosi di volta in volta sul territorio con avversari al livello nazionale, come accade agli altri? Se ora pare di no, nulla impedisce di immaginare una veloce evoluzione in tal senso nel corso del prossimo anno, pena la crisi già evidenziata dalle regionali.

L’altra condizione è quella posta dal sistema proporzionale stesso. Appare del tutto improprio ragionare in termini bipolari dentro un quadro ormai cambiato. Per avere la maggioranza anche la Lega avrà pur sempre bisogno di alleati. Il problema è che alleati umiliati sono difficili da gestire. Una maggioranza (locale o nazionale) con “cespugli” è sempre a rischio: più è piccolo e meno un partito sente la responsabilità coalizionale. Così per il Pd: o si rende rapidamente conto di non essere più autosufficiente, oppure ogni rimonta sarà inutile. Ciò vale in primis nelle relazioni con i pentastellati: quanto conviene alla Lega mortificare l’attuale compagno di strada al governo? Tema ancor più difficile per il Pd, che deve sciogliere il veto posto da Renzi (e non solo) al dialogo con i grillini.

Ma non si tratta soltanto di tecnica politicistica delle alleanze: il sistema proporzionale rappresenta con maggior fedeltà la volatilità delle opinioni sul territorio e soprattutto la pluralità delle identità politiche. E si sa quanto gli italiani siano affezionati a tali corrispondenze. Le forze politiche minori avranno quindi agio a rappresentare mondi e particolarità che i partiti più grandi non possono incarnare. In tempi di assottigliamento della tenuta sociale ciò è molto importante.

Con la globalizzazione e la conseguente società liquida, sono cambiati gli italiani e il voto acquista un altro significato. Il frazionamento ora è dentro il tessuto umano e sociale: le reti si sono indebolite e i corpi intermedi sono stati umiliati. Una società infragilita reagisce con le emozioni e la paura: questo spiega l’immediato successo di slogan semplicistici e l’attuale consenso populista o sovranista. Ma allo stesso tempo una società frammentata sente il bisogno di ricomporsi: in breve non si accontenterà più di un’offerta “di pancia”, che oltretutto dimostra di saper solo rimandare i problemi. Mai come oggi c’è un proliferare di civismo nato sul territorio e indipendente dai grandi partiti, mentre nel profondo del corpo sociale si operano ricomposizioni. Ciò che molti attendono è un nuovo disegno nazionale offerto con stile non contrapposto ma pragmatico.

In tale contesto ricostruire dal basso sembra oggi la linea più promettente: dare cioè rappresentanza nazionale al civismo; riconnettere autonomie e solidarietà nazionale; portare a emersione le esigenze e le attese del dinamismo della società civile; superare la politica dell’emergenza; utilizzare l’Europa in senso protettivo; difendere il welfare da ulteriori erosioni che approfondiscono la diseguaglianza. Questo può suscitare l’emersione di forze politiche alla ricerca di una nuova sintesi e intimamente connesse con i bisogni delle persone.

Stanchi di proclami para-autoritari o di ipotetiche “grandi riforme”, ciò che gli italiani attendono è qualcuno che si occupi di “riparare” il paese: una politica concreta di manutenzione di ciò che non va e di guida realistica nella tempesta della globalizzazione e della crisi.

A questo livello nulla può essere più affrontato in termini ideologici o demagogici: serve invece il pragmatismo di chi ricuce gli interessi particolari in un quadro collettivo nazionale che difenda il cittadino spaesato e in difficoltà. Lo scontro in atto tra le grandi forze politiche si ferma in superficie in un contrasto tutto epidermico e teorico tra binomi di “scelte impossibili”: società aperta o chiusa; Europa o egoismi nazionali; grandi opere o decrescita felice, innovazione o retrotopia. Anche se la domanda è posta in termini fideistici, ognuno può (e deve) certamente schierarsi. Ma tutto ciò non è sufficiente a risanare l’Italia.

È invece necessario ritessere la tela strappata della società; guarire il divorzio tra politica e cultura; tornare a vedere lo Stato come amico; combinare l’esigenza ecologica con il modello di sviluppo; restaurare la solidarietà sociale per sconfiggere la solitudine; ritrovare il metodo del compromesso che fonda la democrazia. Insomma riparare l’Italia (e l’Europa) a partire dalle persone e dal loro vitale collegarsi nella società. Questo significa partire dal basso: un lavoro che non può essere facilmente operato da chi deve garantire un proprio vecchio ceto politico o da chi manipola le istituzioni per mettere in allarme la società.

C’è necessità di nuovi soggetti sobri che abbiano lo stile leggero del convivere civile e non quello pesante della burocrazia partitica. C’è bisogno di uno stile nuovo e non contrapposto che sappia anche individuare i temi bipartisan (e cioè l’interesse nazionale) senza timore di smentirsi. Occorre un discorso inedito sull’Europa che sveli e dimostri la sua effettiva capacità di difesa dei nostri valori.

La via che porta da Matera a Strasburgo ultima modifica: 2019-03-25T23:25:37+01:00 da MARIO GIRO

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