Il regalo di Trump a Netanyahu

Con il riconoscimento della sovranità israeliana sulle Alture del Golan, il presidente statunitense irrompe nella campagna elettorale israeliana per aiutare “Bibi” in difficoltà.
scritto da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

Le cose sembrano mettersi davvero male per Benjamin “Bibi” Netanyahu se, a due settimane dal voto, in suo soccorso deve precipitarsi l’amico Trump. Il quale ha spedito in Israele il segretario di stato Mike Pompeo, per ribadire il sostegno incondizionato all’amico-alleato nel contrastare la minaccia iraniana. Evidentemente ciò non è bastato a far risalire nei sondaggi Netanyahu e il suo partito, il Likud, se The Donald ha avvertito la necessità di affermare, con un tweet:

È arrivato il momento per gli Stati Uniti di riconoscere pienamente la sovranità d’Israele sulle Alture del Gola. Sono di un’importanza fondamentale dal punto di vista strategico e di sicurezza per lo stato d’Israele e la stabilità della regione.

Non è un caso che “Bibi” esulti per la decisione: “hai fatto la storia”, ha detto in una conversazione telefonica il premier israeliano – come riferisce il suo ufficio – al presidente americano. Netanyahu ha anche diffuso un tweet in cui afferma:

In un momento in cui l’Iran cerca di usare la Siria come piattaforma per distruggere Israele, il presidente Trump coraggiosamente riconosce la sovranità israeliana sulle alture del Golan. Grazie Presidente Trump! @realDonaldTrump.

Netanyahu in un incontro con Pompeo a Gerusalemme ha poi definito la decisione di Trump “il miracolo di Purim” facendo riferimento alla festa che si celebra in questi giorni in Israele e che ricorda la salvezza degli ebrei nell’antica Persia, oggi Iran, da parte della regina Ester.

Ho ringraziato telefonicamente il presidente Trump a nome del popolo di Israele. Ha di nuovo fatto la storia. Prima ha riconosciuto Gerusalemme come capitale di Israele, poi ha lasciato il disastroso accordo nucleare con l’Iran ed ora ha preso forse la decisione più importante.

Le “Alture elettorali” irrompono in una campagna avvelenata.

Siamo al pronto soccorso elettorale.

Afferma Tamara Zandberg, la leader del Meretz (sinistra sionista). In attesa della presentazione del Deal of the Century (il piano messo a punto dai consiglieri di Trump per una soluzione del conflitto israelo-palestinese, ndr). L’amministrazione Usa si mobilita a sostegno non d’Israele e neanche di un partito, ma di un primo ministro che ha trasformato le elezioni in un referendum su sé stesso, avvelenando il confronto politico con attacchi senza precedenti sferrati alla magistratura, alla polizia, oltre che ai suoi avversari politici, tacciati sia di connivenza con l’Iran sia di tradimento.

Accusato di corruzione – il procuratore generale ha raccomandato la sua incriminazione – il primo ministro israeliano viene sfidato alle elezioni dal nuovo partito di centro Blue and White dell’ex capo di stato maggiore Benny Gantz.

Il generale Benny Gantz, il principale sfidante di Benjamin Netanyahu

Netanyahu ha insistito molto sui vantaggi del suo stretto rapporto con Trump, tanto da usare in campagna elettorale mega cartelli che lo ritraggono accanto al presidente americano.

Trump non poteva aspettare fino a lunedì quando Netanyahu lo raggiungerà a Washington, ma la sua mossa calcolata prima delle elezioni potrebbe causare danni a Israele.

Rimarca Anshell Pfeffer, analista politico di Haaretz. Una considerazione che trova conferma nelle reazioni internazionali al cadeau di Trump per Netanyahu. Quello di The Donald all’amico “Bibi” appare sempre più come un regalo “avvelenato”. Avvelenato perché ricompatta il fronte arabo, rafforza l’immagine del presidente Bashar al-Assad come il paladino della sovranità siriana su tutto il territorio nazionale (Golan compreso), perché crea una nuova frattura con l’Europa. Una conferma è venuta da Bruxelles con le parole dell’Alto rappresentante per la politica estera dell’Ue Federica Mogherini:

La posizione dell’Unione europea per quanto riguarda lo stato delle alture del Golan non è cambiata. In linea con il diritto internazionale e le risoluzioni 242 e 497 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, l’Unione europea non riconosce la sovranità israeliana sulle alture occupate del Golan.

Come per Gerusalemme, più di Gerusalemme. La nuova forzatura dell’inquilino della Casa Bianca si evidenzia nella riunione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, convocata ieri su richiesta della Siria. Quattordici dei quindici paesi presenti nel massimo organismo decisionale del Palazzo di vetro hanno unanimemente condannato la decisione americana di riconoscere la sovranità di Israele sul Golan.

Disprezzo del diritto internazionale, violazione delle risoluzioni Onu, questo riconoscimento è nullo.

Ha tuonato il rappresentante russo Vladimir Safronkov.

Dal Belgio alla Germania via Kuwait, Cina, Indonesia, Perù, Sudafrica e Repubblica Dominicana, tutti hanno denunciato una decisione unilaterale che rompe con il consenso internazionale finora osservato.

Il Golan è un territorio siriano occupato da Israele, chiediamo che venga liberato.

Ha affermato il suo omologo del Kuwait, Mansour Al-Otaibi.

Sul fronte opposto si trincera l’ambasciatore dello stato ebraico all’Onu Danny Danon, secondo cui:

Per diciannove anni, la Siria ha usato il Golan come posizione avanzata contro Israele. Oggi, è l’Iran che vuole mettere i suoi soldati sulle rive del Mar di Galilea. Israele non accetterà mai che questo si realizzi ed è ora che la comunità internazionale riconosca che il Golan rimarrà per sempre sotto la sovranità israeliana.

Una mappa delle Alture del Golan

La decisione del Tycoon è stata duramente criticata anche da diversi ex dirigenti dell’amministrazione statunitense. Ad esempio, Richard Haass, già alto funzionario del dipartimento di stato e attualmente presidente del think-tank Council on Foreign Relations, che ha condannato la svolta impressa dal leader di Washington alla politica estera americana:

La presenza israeliana nel Golan è la conseguenza di un atto di aggressione verificatosi ai danni della Siria e tale violazione della sovranità di Damasco non può, in base al diritto internazionale, ricevere alcuna legittimazione.

Le Alture del Golan sono state conquistate da Israele nel 1967 e annesse ufficialmente nel 1980. La Siria, come del resto la comunità internazionale, non ha mai riconosciuto l’annessione e rivendica l’intero territorio, fino alla sponda del lago Tiberiade. Israele teme che Damasco, dopo aver sconfitto i ribelli, tenti un attacco sulle Alture, che porterebbe a una guerra aperta e diretta tra i due stati, dopo una cessate il fuoco che dura dal 1973.

Le guerre non si fanno per irredentismo. E se Israele, dopo la Guerra dei sei giorni, prese possesso di quelle alture e ne pretende il controllo nonostante le risoluzioni Onu contrarie, ha motivi molto pragmatici. Quell’area a est del lago di Tiberiade rappresenta un tassello fondamentale per chiunque voglia avere il controllo della regione.

Una prima ragione è di natura strategica. Incastonato fra Israele, Siria e Libano, il Golan ha una posizione invidiabile. Avere il controllo dei suoi rilievi, permette di avere il controllo a ovest su Tiberiade e parte della Galilea, e a est sulla pianura che scende fino a Damasco.

Inoltre, riuscire a posizionare un avamposto militare sul monte Hermon (in arabo Jabal al-Shaykh) significa ottenere una torre da cui controllare i movimenti del nemico. Militarizzare le alture serve a monitorare tutto. Ma controllare le alture del Golan si traduce soprattutto nel controllare uno dei più grandi serbatoi idrici del Medio Oriente. Controllare l’acqua di una regione significa avere un potere contrattuale immenso su tutti gli stati limitrofi.

Per l’agricoltura israeliana, avere accesso diretto alle acque del monte Hermon è fondamentale. Basandosi su un modello intensivo, ogni goccia d’acqua è essenziale.

Secondo alcune stime, le acque del Golan forniscono a Israele un terzo del fabbisogno idrico del Paese. Già solo questo motivo rende chiaro perché Israele teme qualsiasi tentativo di riconquista da parte della Siria. Se è importante per Israele, tanto più lo è per la Siria, che di quelle risorse idriche è stata privata manu militari. L’acqua è un bene primario (tanto più per uno stato devastato dalla guerra) e l’economia siriana necessita di un approvvigionamento idrico costante.

Uno scorcio delle Alture del Golan

Inoltre, i cambiamenti della produzione agricola, specialmente con la scelta del cotone al posto di altre piantagioni, hanno modificato radicalmente l’esigenza idrica del Paese, che è aumentata a dismisura. Ora la Siria vorrebbe quell’acqua di cui è stata privata.

Chi ha in mano l’acqua, controlla la vita dei suoi vicini. Non c’è solo l’oro blu a motivare la centralità del Golan; ma, novità dell’estate 2014, anche dieci siti che potrebbero nascondere riserve petrolifere. La società incaricata delle perforazioni avrebbe tra gli azionisti anche Rupert Murdoch, il magnate dei media, e come consulente Dick Cheney, l’ex vicepresidente americano.

Trump e i suoi consiglieri per il Medio Oriente, a cominciare dall’attivissimo genero Jared Kushner, avranno pure messo nel conto la reazione contraria dell’Europa (per quel che conta, cioè zero alla Casa Bianca) e forse anche il ricompattamento del fronte arabo (più di facciata che di sostanza).

Ciò che li ha spiazzati è la ricaduta di questo “regalo” sull’opinione pubblica israeliana e sulla comunità ebraica statunitense: apprezzamento, certo, ma nessun peana e, soprattutto, le “Alture elettorali” non sembrano aver modificato, a tredici giorni dal voto, gli orientamenti elettorali degli israeliani.

Impegnato nella guerra a bassa intensità a Gaza, Israele non può aprire un altro fronte di conflitto a Nord, che in breve tempo potrebbe regionalizzarsi. Un prezzo troppo alto da pagare per garantire la vittoria elettorale di Benjamin Netanyahu.

Il regalo di Trump a Netanyahu ultima modifica: 2019-03-29T13:29:00+02:00 da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

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