Chi è Sergej Lavrov, il top diplomat di Putin

Il ministro degli esteri russo, ormai da tempo sulla scena, è il volto più noto nel mondo, dopo il presidente. È considerato una “versione aggiornata” di un suo predecessore sovietico, famoso per la sua tenacia nel porre il veto all’ONU nel corso dei decenni: Andrej Gromyko.
scritto da ANNALISA BOTTANI

Nella diplomazia americana non vedo altro che ultimatum e sanzioni, in caso questi non vengano rispettati. Altri strumenti sono in qualche modo scomparsi dal patrimonio della diplomazia statunitense. Ed è deplorevole.

Così ha dichiarato il ministro degli affari esteri russo Sergej Viktorovič Lavrov [Сергей Викторович Лавров] il 31 marzo, replicando al segretario di stato americano Mike Pompeo, convinto della necessità per i Paesi della NATO di agire congiuntamente contro la Russia per la questione ucraina. Poche righe per intuire non solo i punti chiave della retorica politica adottata dalla Russia in ambito internazionale, ma anche la visione di un ministro appartenente ad una lunga stirpe di diplomatici sovietici che ha saputo distinguersi in tutto il mondo per stile e competenza, nel bene e nel male. 

Sulla sua figura sono state spese moltissime parole e scritti altrettanti “ritratti” per carpirne l’essenza e il suo posizionamento nell’amministrazione Putin. Ritratti che, nel corso degli anni, si sono arricchiti di molti aneddoti.

“Un supereroe in abiti su misura”, “una figura virile, nobile, dal fascino rude” e dalla “leggendaria resistenza sul lavoro”. Queste sono solo alcune delle espressioni utilizzate dai media per descriverlo. 

Classe 1950, di origini armene, dopo la laurea in Relazioni internazionali, ha iniziato la sua carriera da diplomatico in Sri Lanka, trasferendosi, successivamente, al ministero degli affari esteri russo. Consigliere sovietico all’ONU per quasi un decennio negli anni Ottanta, Lavrov, dopo il rientro a Mosca al ministero, è stato, dal 1992 al 1994, viceministro degli affari esteri della Federazione sotto Boris El’cin. Divenuto nel 1994 ambasciatore della Russia all’ONU, nel 2004 è stato nominato ministro degli affari esteri dal presidente Putin.  

Nei suoi numerosi ritratti emerge sempre l’immagine di “un diplomatico duro, affidabile ed estremamente sofisticato”, una descrizione arricchita da dettagli più personali: la sua estrema dedizione al lavoro che lo porta ad essere il primo ad arrivare al ministero anche dopo lunghi viaggi, la sua passione per il rafting, il football, la poesia, i sigari, lo scotch e il fumo, un vizio che non aveva perso nemmeno ai tempi del suo incarico all’ONU, quando era stato imposto il divieto di fumare all’interno dell’edificio. Un’imposizione che aveva mal tollerato sostenendo che l’allora segretario generale Kofi Annan non era “proprietario dell’edificio”. 

Innumerevoli sono anche gli aneddoti sui suoi rapporti alquanto burrascosi con alcuni esponenti dei governi occidentali, tra cui, ad esempio, l’allora presidente francese Nicolas Sarkozy, e con i segretari di stato americani, da Colin Powell a Condoleezza Rice, passando per Hillary Clinton. Dopo un iniziale avvio positivo, le relazioni diplomatiche, ma anche personali, si deterioravano. Il giornalista Glenn Kessler ricorda che Lavrov aveva un talento speciale nel far irritare Condoleezza Rice. La Rice spesso rispondeva in modo emotivo e tagliente, tra tensione e ostilità. Anche con la Clinton non sono mancati i dissapori: Lavrov la rimproverò quando gli Stati Uniti donarono nel 2009 un “pulsante” simbolico a Lavrov e su quel pulsante vi era la parola “reset” in inglese e russo, ma la traduzione in russo corrispondeva al termine “overload”. Entrarono in aperta ostilità, invece, quando la Russia, bloccando una risoluzione ONU sulla Siria, provocò la reazione degli Stati Uniti (e, dunque, della Clinton) che lui definì “isterica”. Madeleine Albright disse che

è molto intelligente. Conosce molto bene le procedure dell’Onu. Può essere gentile e pratico, ma può anche essere l’opposto.

Con John Kerry sicuramente le relazioni sono state più agevoli, seppur tra alti e bassi. Molti, sottolineando la differenza rispetto ai predecessori, hanno intuito l’esistenza di un feeling tra i due, entrambi “amanti dell’hockey” e della “grazia dello stile vecchia maniera”. Sono celebri le foto delle passeggiate nel giardino della guesthouse del ministero degli affari esteri o del confronto sulle dichiarazioni da rilasciare concordate sulla panchina in giardino.  

L’ammirazione per il capo della diplomazia russa balza in evidenza negli apprezzamenti che gli riserva Paolo Gentiloni nel diario dei suoi anni alla Farnesina e a Palazzo Chigi, La sfida impopulista: “Sornione e spiritoso”, “l’uomo più intelligente mai conosciuto”, capace di risolvere le crisi con il fascino di un personaggio da film.

L’allora ministro degli esteri Paolo Gentiloni con il suo omologo russo, 1 giugno 2015

Ma, al di là della mitizzazione della figura di Lavrov, a cosa bisogna prestare attenzione quando si parla di lui? 

Alcuni analisti ritengono che Lavrov non sia solo una “persona”, ma anche e soprattutto “un’arma creata solo per perseguire gli interessi del governo russo nell’arena globale”. Un’intuizione confermata anche da Susan Glasser per Foreign Policy alcuni anni fa. Secondo un funzionario americano, la Russia è la sua “religione”. Per lui essere contro gli Stati Uniti è una tattica, non una strategia. Uno dei suoi punti di riferimento? Il Principe Aleksandr Gorčakov, ministro degli esteri al servizio dello Zar dal 1856 al 1882, la cui figura era stata “riportata in vita” da un altro ministro degli affari esteri russo, Yevgeny Primakov, in carica sotto la presidenza El’cin, in quanto, a suo avviso, poteva essere un modello per la nuova diplomazia russa. A metà dell’Ottocento, infatti, la Russia versava in condizioni difficili dopo la sconfitta nella guerra di Crimea, mentre in Europa si discuteva dei confini dell’impero russo in quanto i turchi avevano fermato l’espansione russa al Mar Nero.

Anni dopo, quando Glasser chiese a Lavrov cosa fosse cambiato nella politica estera russa da quando nel 2012 Putin era tornato al potere, il ministro decise di ricordare l’esempio del Principe Gorčakov, che era riuscito a

gestire il ripristino dell’influenza russa in Europa dopo la sconfitta nella guerra di Crimea e lo fece senza ricorrere alle armi, ma esclusivamente attraverso la diplomazia.

Lavrov afferma di non credere nell’ideologia quando si tratta di relazioni internazionali:

Ho iniziato a lavorare da diplomatico in epoca sovietica e, malgrado l’ideologia fosse predominante nell’agenda del Partito comunista, posso assicurare che abbiamo sempre cercato di essere pragmatici.

Andrej Kozyrev, primo ministro degli affari esteri della Federazione Russa sotto El’cin, commentando la preferenza di Primakov e Lavrov per il Principe, si mise a ridere sottolineando che

tutti credono di fare realpolitik, ma è realpolitik di due secoli fa. Questo è il problema della Russia. L’Europa non è in guerra. Il mondo è cambiato, la Russia finge che questo non sia avvenuto.

Sicuramente meglio Gorčakov come modello rispetto a Molotov, ha sottolineato, tuttavia, Kozyrev. 

I diplomatici che hanno lavorato con lui al Consiglio di sicurezza dell’ONU vedevano già al tempo una forte somiglianza con un altro esponente governativo che metteva sempre gli interessi del suo Paese al primo posto: Andrej Andreevič Gromyko, il ministro degli affari esteri sovietico, che ha servito il proprio Paese dal 1957 al 1985, soprannominato anche “Mr. Nyet”. Una somiglianza che anche altri esponenti del governo americano hanno visto durante il suo mandato, considerando Lavrov una “versione aggiornata” del precedente ministro, famoso per la sua tenacia nel porre il veto all’ONU nel corso dei decenni. David Remnick nel 1985 ne ha delineato per il Washington Post un affascinante ritratto, in cui racconta la sua ascesa al potere soffermandosi sulle peculiarità che lo hanno reso agli occhi di molti americani una figura misteriosa. Dopo aver iniziato la sua carriera durante il periodo delle purghe staliniane, Gromyko, soprannominato anche “Diplomatic Dreamboat No. 1”, “Handsome Diplomat”, “Grim Grom”, “Old Stoneface” e, ironicamente, “Amiable Andrej”, è divenuto prima consigliere all’ambasciata sovietica a Washington, approdando poi al Consiglio di sicurezza dell’ONU nel 1946. Noto per i veto posti all’ONU e i numerosi walkout, tra cui quello più celebre avvenuto durante una crisi in Iran, che durò tredici giorni, 21 ore e 46 minuti. Remnick ricorda la sua fama di uomo riservato – “La mia personalità non mi interessa”, così rispondeva ai giornalisti che ponevano domande di carattere personale -, l’arredo austero del suo ufficio (con un solo ritratto appeso alle pareti, quello di Lenin), il suo stile sartoriale impeccabile, la sua capacità di ascoltare per ore i suoi interlocutori senza prendere alcun appunto, ma ricordando tutto ciò che avevano detto, la sua risposta pronta e le sue battute di spirito. Una volta, racconta Remnick, un occidentale gli chiese spiegazioni in merito ai cambiamenti inaspettati all’interno del Politbjuro. Gromyko rispose: “Sa come va da queste parti – è un po’ come il Triangolo delle Bermuda. Ogni tanto alcuni di noi spariscono.” 

Al di là degli aneddoti, non dobbiamo dimenticare un fattore chiave della figura di Gromyko. A differenza di altri ministri, era davvero, secondo l’intelligence americana e altri esperti, l’architetto della politica estera sovietica, non un mero emissario. Anch’egli ammiratore di Gorčakov, secondo Remnick, lo stesso Gromyko è divenuto nel corso degli anni l’equivalente bolscevico di Gorčakov o di Charles-Maurice de Talleyrand-Périgord, diplomatico e politico francese rimasto al potere anche dopo la monarchia durante la Rivoluzione francese, l’impero di Napoleone Bonaparte e poi di nuovo la monarchia.

Seppur questo accostamento non sia pienamente condiviso da alcuni ufficiali russi e considerato eccessivo da altri esponenti a livello internazionale, Lavrov in effetti, a tratti, può essere accostato a Gromyko. Non è di certo un problem solver. È capace di gestire negoziazioni complesse in maniera flessibile, ma il suo approccio è prettamente sovietico: duro con l’Occidente, sospettoso nei confronti delle iniziative altrui, cauto nei confronti delle trappole diplomatiche e molto attento alla possibilità che la Russia possa essere bypassata. 

Sono, dunque, lontani i tempi della “Dottrina Sinatra”. Malgrado alcuni segnali di lieve apertura manifestati da Chruščëv durante il suo mandato, segnato, tuttavia, da episodi di grave violenza e interferenza nella vita politica dei Paesi del blocco sovietico, fu solo con il ministro degli affari esteri Eduard Ševardnadze, successore di Gromyko, che tale dottrina trovò una prima applicazione, consentendo ai Paesi dell’Est di scegliere liberamente il proprio percorso politico e liberandosi dall’interferenza dell’Unione Sovietica nelle questioni di politica interna. 

Con Lavrov, dunque, si è tornati al passato. Ma sono in molti a chiedersi quanto Lavrov sia autonomo nelle scelte di politica estera o quanto sia eterodiretto, considerata l’estrema attenzione che il presidente Putin riserva e ha sempre riservato a questo ambito che rappresenta uno strumento fondamentale per consolidare la propria posizione di potere in patria.

Secondo Newsweek, Lavrov, in quanto a popolarità, è secondo solo al ministro della difesa Sergej Shoigu ed è uno dei pochi esponenti del governo a non essere stati “reclutati” da Putin nell’ambito dei servizi segreti o dallo staff delle istituzioni della Città di San Pietroburgo. Non è mai stato inserito nella lista americana delle sanzioni e non è mai stato collegato al Russiagate. Ma, secondo Bobo Lo, un esperto di politica estera della London’s Chatham House, Lavrov è considerato un outsider nel Governo russo e non fa parte del suo inner sanctum. Per valutare la sua persona conta, soprattutto, la sua grande competenza, rafforzata dall’esperienza maturata in qualità di ambasciatore alle Nazioni Unite ove ha avuto modo di approfondire e comprendere i meccanismi del Consiglio di sicurezza. 

All’aeroporto Genghis Khan di Ulan Bator, Lavrov, in jeans, è salutato dalla guardia d’onore, 19 aprile 2016

Il suo impegno all’ONU, soprattutto sui temi del disarmo, ai tempi della guerra in Iraq lo ha reso un perfetto candidato, supportato da uno staff di primo piano. Basti pensare alla sua portavoce Maria Zakharova, prima donna cui è stato assegnato nel 2015 l’incarico di direttore dell’Information and Press Department, rientrando nel 2016 nella classifica della BBC delle donne dell’anno.  

Nei suoi discorsi ricorre spesso l’immagine di un Occidente, guidato dagli Stati Uniti e “ossessionato dal complesso di superiorità”, che continua a imporre la propria volontà e la propria egemonia a livello internazionale e di un mondo multipolare in cui, tuttavia, l’unilateralità continua a persistere, malgrado il mondo sia cambiato. Lavrov insiste sulla necessità di rispettare le norme del diritto internazionale, spesso sostituito da un ordine basato su regole che cambiano a seconda della convenienza, le istituzioni internazionali – in primis, l’ONU – e i “sistemi” istituzionali di sicurezza definiti dopo la Seconda Guerra Mondiale e recepiti anche dall’Onu stessa. 

D’altro canto, se ascoltiamo i suoi discorsi, la Russia è un Paese che sta implementando una “politica estera ‘multivettoriale’”, consolidando le “relazioni di buon vicinato” con i Paesi confinanti con la Russia, promuovendo l’idea di una vasta cooperazione euroasiatica, lavorando in organizzazioni chiave come l’ONU e il G20, contribuendo a individuare soluzioni pacifiche per Paesi in stato di crisi come la Siria e impostando le relazioni con UE, USA e Occidente sulla base di un dialogo equo e del rispetto reciproco. Il mantra è sempre il medesimo: secondo Lavrov, “la Russia è uno dei principali ostacoli sulla strada dell’egemonia di un mondo composto da piccoli Stati occidentali guidati dall’America” e la Russia, secondo questa visione, cerca di promuovere un ordine mondiale policentrico più equo e democratico tra ultimatum, attacchi verbali, sanzioni e azioni nemiche.

Parole che possono essere pronunciate ora, ossia in una fase in cui il vuoto lasciato dagli Stati Uniti e la frammentazione dell’Occidente hanno reso possibile la trasformazione della Russia in un player globale che, oltre a rafforzare la cooperazione con i Paesi asiatici, sta sviluppando relazioni bilaterali in uno spazio politico non più presidiato, almeno al momento, dagli USA. Questo ha permesso a Putin di riguadagnare terreno, riprendendo spazi importanti in Medio Oriente, in Siria o in altri scenari internazionali e rendendo più agevole la gestione di quanto sta avvenendo in Ucraina. 

Il grattacielo, nel centro di Mosca, che ospita il ministero degli affari esteri

Solo nel 2014, anno delle Olimpiadi di Sochi, dell’annessione della Crimea e un anno dopo l’emanazione della legge sulla “propaganda gay”, tutto questo sarebbe stato impensabile. Mikhail Zygar ricorda che il 15-16 novembre del 2014, durante il G20 che si tenne a Brisbane, in Australia, la Russia, in particolare Putin, subì una pesante umiliazione. Non solo nella tradizionale foto dei leader Putin fu posto a lato, ma anche durante il lunch previsto Putin non era al tavolo delle potenze internazionali, ma da solo accanto a Dilma Rousseff. Il 16 novembre decise di rientrare immediatamente in Russia.

Medesima situazione si ripeté nel 2015 durante la Munich Security Conference nel mese di febbraio del 2015. Questa volta fu il turno di Lavrov che durante il discorso vide la platea scoppiare a ridere, un’altra umiliazione cui rispose “Potete ridere se volete. Il riso fa girare il mondo”. Durante il suo discorso Lavrov sottolineò che il caso della Crimea rientrava nel principio di “autodeterminazione dei popoli” previsto dalla Carta dell’ONU, solo per citare uno degli esempi riportati, e ricordò a tutti le numerose violazioni delle norme internazionali portate avanti dai Paesi occidentali. Queste argomentazioni non furono prese in considerazione e vennero considerate ridicoli pretesti. “Ok, forse qualcuno ha violato qualche regola una volta”, disse un diplomatico americano, ma la Russia “ha schierato le proprie truppe in un Paese confinante”, riferendosi alla condizione ucraina. 

Quel tempo sembra essere passato, malgrado gli alti e bassi legati alla persistente azione in Ucraina condotta dai militari russi e alla Crimea, non ancora riconosciuta a livello internazionale.  

Per l’analista Bobo Lo, Putin è consapevole che le vittorie della Russia in ambito internazionale sono molto delicate e reversibili e che il suo Paese deve superare molti ostacoli per diventare un rule-maker nel nuovo ordine mondiale post-americano. L’obiettivo di Putin è quello di essere “l’uomo forte” impegnato nel mantenimento di un approccio multilaterale, di valorizzare una grande potenza che sta cercando di rinascere, rivestendo il ruolo di problem solver a livello locale e globale e cambiando approccio a seconda delle situazioni: accomodante, assertivo o aggressivo.

Al di là della contingenza, secondo Bobo Lo, vi sono quattro driver che modelleranno in futuro la politica estera russa: la personale interpretazione di Putin del concetto di interesse nazionale, l’ideologia e la nozione di identità, la cultura strategica russa e la capacità di “improvvisare” in risposta a determinati eventi. 

Se pensiamo al concetto di interesse nazionale, il caso ucraino può dimostrare facilmente la differenza tra gli interessi nazionali e quelli di Putin. Da una parte, infatti, l’annessione della Crimea e l’intervento militare nel Donbass sono stati controproducenti in quanto hanno determinato reazioni negative a livello internazionale, poi concretizzatesi nelle sanzioni, una maggior dipendenza della Russia dalla Cina, dando nuova linfa alla mission della NATO e spingendo l’Ucraina verso l’Unione europea. Ma, dall’altra, se si analizza la questione dal punto di vista di Putin, gli interessi nazionali e personali sono divenuti un unicum, trasformando l’annessione in un atto di rinascita nazionale e di risposta all’Occidente, all’anomia ucraina e all’estensione progressiva della NATO. 

Anche il binomio ideologia e identità consente di contestualizzare l’approccio adottato a livello internazionale. A differenza di quanto dichiarato da Lavrov in più occasioni, la politica estera di Putin non è affatto priva di ideologia, anzi. È più ideologico che mai in quanto è influenzato da un sistema di valori zaristi e sovietici. Bobo Lo cita l’esempio di Nicola I, la cui base ideologica era fondata su una triade di valori – l’autocrazia, l’ortodossia e l’identità popolare – ancora presenti nell’era putiniana. Mentre una volta la contrapposizione era tra comunismo e capitalismo, ora abbiamo il nazionalismo conservatore, da una parte, e l’internazionalismo liberale, dall’altra. E Putin, secondo Lo, intende rivestire il ruolo di “difensore della fede”, difensore non solo dei valori russi, ma anche dell’essenza della civilizzazione europea. Considera la Russia un Paese unico, una potenza in virtù del suo destino storico, portatore di un proprio modello di civilizzazione e, nel contempo, parte integrante della civilizzazione europea. Un impero che non lo è, ma con aspirazioni imperiali. Anche l’occupazione del Donbass non ha solo ragioni geopolitiche, ma è supportata dall’idea che Ucraina e Russia siano una cosa sola e che, dunque, l’Ucraina non possa perseguire un proprio percorso politico autonomo, soprattutto in ambito internazionale. In futuro la scelta ideologica, secondo Lo, potrebbe declinarsi sia nella promozione dei valori tradizionali sia nell’integrazione con i nuovi valori del XXI secolo. 

La cultura strategica russa, tuttavia, è condizionata da alcuni bias e contraddizioni: da una parte, Putin pretende che la Russia riceva un trattamento a livello internazionale degno di altre grandi potenze; dall’altra, questa assertività è condizionata dalla consapevolezza della vulnerabilità e dei limiti del proprio Paese. 

Al di là dei principi cardine vi è un elemento, infine, che influisce sulle azioni e sulle strategie in politica estera, ossia la capacità di reagire alla contingenza e ad eventi totalmente inaspettati. Tale fattore, insieme a questioni di interesse nazionale, è uno degli elementi maggiormente determinanti nella definizione delle questioni di politica estera. Anzi, la natura imprevedibile degli eventi è in grado di rafforzare i trend definiti da Putin proprio in quest’ambito. 

In un periodo in cui a livello internazionale la Russia, malgrado le sanzioni, sta mantenendo una posizione di forza, sono, invece, le questioni di politica interna a causare fasi di turbolenza. L’approvazione della controversa riforma sulle pensioni ha creato, infatti, forti frizioni tra il Presidente e l’opinione pubblica, elemento che ha comportato un calo della popolarità del Presidente stesso. Secondo l’ultimo sondaggio del Levada Center, malgrado gli indici di gradimento verso Putin siano in calo, l’opinione pubblica sembra, tuttavia, approvare ancora a larga maggioranza l’annessione della Crimea.  

Prima del 2014 è stato proprio questo evento a “salvare” Putin da un calo del consenso, dando alla popolazione russa ciò che si aspettava: determinazione, giustizia storica e orgoglio nazionale. 

I fenomeni politici avvenuti dopo il 2014, invece, sono stati studiati con attenzione dall’analista Tatyana Stanovaya, che ha fornito una diversa interpretazione del contesto che si è delineato dopo l’annessione della Crimea. A suo avviso, dopo il 2014 il regime putiniano ha subito una profonda evoluzione. L’annessione della Crimea è stata la prima iniziativa significativa intrapresa senza curarsi della reazione occidentale. Un approccio adottato anche nel Donbass e in Siria e nella gestione delle cyber policy verso i Paesi occidentali. Stanovaya compara i primi due mandati di Putin con quello attuale, affermando che, mentre in passato il suo obiettivo primario era la crescita del Paese, dopo l’annessione ha adottato “una nuova mission che non è collegata in alcun modo ai bisogni economici e sociali dei cittadini”. Ritiene, inoltre, che “focalizzando costantemente la propria attenzione sulla politica estera, il presidente si sia allontanato dall’élite politica di appartenenza, trasformando non solo il presidente stesso in una figura “distante”, ma causando anche un vuoto politico risoltosi in lotte tra le élite, come dimostra l’arresto del ministro dello sviluppo economico Alexei Ulyukayev e il senatore Rauf Arashukov, arrestato per omicidio. L’annessione della Crimea avrebbe portato ad un “avvizzimento” della figura di Putin come leader nazionale. La Russia, dunque, si sarà anche impadronita della Crimea, ma, in cambio, secondo la Stanovaya, la Crimea stessa sembra aver inghiottito Putin. Un’immagine forte che porta a interrogarsi non solo sull’andamento del quarto mandato e sulla ricerca di un equilibrio tra consenso interno e proiezione internazionale, ma, soprattutto, su quanto avverrà nel 2024.  

Chi è Sergej Lavrov, il top diplomat di Putin ultima modifica: 2019-04-03T14:56:32+02:00 da ANNALISA BOTTANI

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