Come non farci prendere nella Rete

“Chiudete internet” di Christian Rocca, edito da Marsilio, è un pamphlet ferocemente attuale e lucido sull’influenza (non irrimediabile però) del web nella moderna società.
scritto da Barbara Marengo

Buongiorno, mi presento, mi chiamo Internet con la “I” maiuscola, sono il vaso di Pandora alla rovescia, dentro di me ci siete tutti e c’è di tutto. Si può presentare così il saggio di Christian Rocca Chiudete Internet. Una modesta proposta (edizione Marsilio Ancora), un excursus ferocemente attuale e lucido sull’influenza della rete sulla moderna società.

Un percorso che parte dalla letteratura citando testi e giornali che hanno percorso la nascita, la crescita e forse la degenerazione di Internet dal 1985, quando “Internet era ancora roba per scienziati” fino ai giorni nostri, con tutte le implicazioni politiche, economiche, sociali, che sono sotto i nostri occhi quotidianamente.

Controllo psicologico da Grande fratello orwelliano in 1984 o controllo sociale attraverso i media come scrive Neil Postman ne Il Mondo nuovo, siamo arrivati in pochi anni a una rivoluzione digitale che permea la vita di ognuno. Collegamento tra miliardi di persone, e-commerce, voci, informazioni, musica, tutto in un turbine di invii e ricezioni, con i Big Data accumulati a sorvegliare e dirigere le nostre vite. Intelligenza artificiale sempre più simile alla mente umana, una globalizzazione che ha permesso la circolazione di notizie, arricchendo conoscenza e sviluppo a fronte di innumerevoli e obiettivi vantaggi.

Il pericolo di manipolazioni e trasformazione degli utenti in prodotto da usare come cavie sotto l’imperio dell’algoritmo è reale, e Rocca lo collega con la crisi della democrazia rappresentativa e liberale in tutto il mondo.

Il caos globale, un avvicinamento tra il potere e il popolo che porta in realtà all’indebolimento delle istituzioni democratiche, con l’ascesa dei populismi, proteste di piazza, demagogia, rigurgiti di nazionalismi, gilets jaunes, Brexit, Trump, Putin, leadership illiberali impreparate invocate per un ritorno all’ordine, sono solo alcune conseguenze della rivoluzione telematica secondo l’autore, che si dichiara “entusiasta consumatore dell’economia digitale”, mettendo in guardia la società contro i pericoli di una rete senza controllo.

Cambiamento epocale che parte da Internet, dal Web, da Google, da Facebook, da Twitter, compagnie che scandiscono ogni momento della nostra giornata.

Sostiene Rocca:

Se fino a dieci anni fa eravamo tutti commissari tecnici della Nazionale, a livello di discorsi fatti al bar del quartiere, oggi siamo scienziati, medici, meteorologi, giardinieri, costituzionalisti. Studiamo su Google, ci laureiamo su Youtube, ci specializziamo su Wikipedia, dando sfogo a frustrazioni, emettendo sentenze grazie all’acquisizione di notizie non verificate, le italiche bufale che oramai si chiamano fake news.

Come scriveva quasi un secolo fa Beatrice Webb, economista inglese fondatrice col marito della School of Economics and Political Science di Londra (ebbene sì, ho cercato su Google chi fosse la nostra Beatrice, come ironicamente l’autore consiglia di fare),


la democrazia non è la moltiplicazione di opinioni ignoranti.

La Rete (con la “R” maiuscola per rispetto e reverenza) rappresenta un rischio? Usata da una folla meschina nascosta dietro l’anonimato, in una rivendicazione di tutti contro tutti e slogan come “uno vale uno” e “questo lo dice lei”, la dittatura dell’algoritmo o l’interferenza delle potenze straniere nei processi democratici derivano da una sorta di “maoismo digitale”. Paradossale e spaventoso il meccanismo che ha in noi utenti i passivi protagonisti che Rocca descrive infilati in una Skinner box, gabbia da esperimenti per topi, dove le cavie inconsapevoli siamo noi, la scatola sono i social che si appropriano di tutti i nostri dati, gli algoritmi sono gli stimolatori che anticipano e dirigono le nostre mosse, le fake news, ovvero bufale, sono gli stimoli che eccitano i nostri comportamenti (like, indignazione, emoticon, etc.), le piattaforme “vendono le possibilità di farci cambiare comportamento”.

Esempi clamorosi sono gli attacchi alle elezioni americane del 2016 e del 2018 da parte di troll russi, allarmi infondati su presunte accettazioni da parte di Hillary Clinton di donazioni da parte del Ku Klux Klan, esasperazione degli elettori neri con immagini di eccessive brutalità della polizia nei loro confronti, l’endorsement presunto di papa Francesco per Trump, bufale da oltre dieci milioni di tweet, mille e più video su Youtube, centomila foto Instagram, sessantamila post su Facebook. Numeri da capogiro che dimostrano come il lato oscuro di Internet sia in agguato, sempre: un malessere che serpeggia anche e soprattutto tra i creatori della Rete.

I ricercatori dell’intelligenza artificiale che si fronteggiano ad esempio con testi emessi da un programmatore che sembrano scritti da esseri umani, e dei quali hanno secretato i codici. Gli haker che attaccano il sistema bancario (tra il 2017 e il 2018 hanno rubato oltre due miliardi in cripto valute), e Cambridge Analytica che ha ricevuto da Facebook i dati di ottanta milioni di utenti che inconsapevolmente hanno partecipato alla campagna presidenziale pro-Trump, come questi mille altri esempi, che fanno auspicare una regolamentazione del sistema digitale. Guardia alta quindi verso il rischio che la trasformazione culturale e sociale dovuta al digitale diventi un eccesso, una manipolazione.

Rocca dimostra come rancore, risentimento, rabbia, portino ad un indebolimento delle organizzazioni politiche, facendo saltare un sistema legato ai partiti, ai sindacati, all’informazione. Un ribaltamento verso il basso, che deriva dal populismo.

Introduzione della menzogna coerente per salvaguardare il (loro, delle società segrete) mondo fittizio. Le masse erano giunte al punto di credere tutto e niente. Credere al peggio senza ribellarsi; la gente poteva essere indotta ad accettare le frottole più fantastiche e il giorno dopo dichiarare di aver sempre saputo che si trattava di una menzogna,

scriveva Hannah Arendt nel 1951 nella sua opera Le origini del totalitarismo.

Siamo a Biscardi a Palazzo Chigi e alla Casa Bianca,

commenta l’autore, spiegando che da Mani Pulite nel 1993 (corruzione, tangenti, processi in piazza e sui giornali) il cammino è stato tracciato e oggi

le creature politiche di questa resa incondizionata pretendono l’asservimento e il mondo dell’informazione un po’glielo concede enfatizzando la fine della povertà o sventolando vessilli di assolute verità sulle quali, come per l’abolizione della fame nel mondo, è difficile che tutti non siano d’accordo.

Il caos che regna in rete fa apparire reale ciò che non lo è (come i bot travestiti da persone reali), porta ad un mondo di realtà contraffatta, manipolabile dalle piattaforme dei social. “La verità non è la verità”, ovvero le falsità e la menzogna assurte al rango di fatti alternativi trovano una conferma in molti esempi, come sostiene un sottosegretario dei Cinque Stelle al ministero dell’interno affermando che “essere andati sulla Luna è tutta una sceneggiata.”

Attuale e impietosa l’analisi del sistema politico italiano, tra populismo e sovranismo, impreparazione e riscoperta dell’amore di patria, odio per le élite, in un malcontento diffuso che si basa sullo scarto tra la percezione e la realtà. Tutto questo in un brodo dove si mescolano difetti e pregi della globalizzazione, insicurezze economiche generali, sfiducia verso tutto e tutti, dagli scienziati agli idraulici, con illusioni a raffica applicando modelli di assistenzialismo.

Il tutto diretto a un mondo di cambiamenti continui, drammatici e vorticosi, dove le notizie in rete non lasciano il tempo di riflettere ma sono immediatamente ritrasmesse a milioni di persone senza essere verificate.

Tutto e il contrario di tutto legato a interessi economici enormi, che l’utente che preme un like non immagina nemmeno:

i social network oggi sono il far west.

Un mondo senza governo che gli stessi gestori stanno cercando di controllare (ad esempio la non più gratuità della rete?) insieme a regolamenti come il Gdpr, che naturalmente nessuno sa cosa sia. Entrato in vigore il venticinque maggio del 2008, il regolamento generale sulla protezione dei dati voluto dai vilipesi burocrati di Bruxelles ha costretto i colossi globali di Internet ad attenersi a un codice complicato come tutti i codici giuridici, composto da 99 articoli, che affronta per la prima volta il dibattito sull’impatto di fake news, violazione della privacy e prevalenza dell’algoritmo sulle società aperte e sui sistemi democratici.

Si attende un corrispondente codice al di là dell’oceano, ma almeno adesso chi immagazzina dati personali degli utenti non ha più la totale libertà di usarli senza limiti. Per il momento tutto molto complicato, ma la speranza è che si arrivi ad applicare codici di comportamento di autoregolamentazione da parte di Facebook e altre compagnie.

Difficile che le cose cambino, che i signori della Silicon Valley siano al tempo stesso guardie e ladri. Ecco il perché, basta leggere le cifre che Rocca ci spiattella ben bene: nel 2018 i ricavi per Google sono stati 137 miliardi di dollari, Amazon invece ha raggiunto i 233 miliardi, Facebook quasi 56 miliardi. Difficile spezzare i monopoli? Facebook ha dalla sua due miliardi e trecentomila utenti, Google arriva a due miliardi di persone, Apple ha un miliardo di apparecchi attivi nel mondo, Wikipedia ogni mese è consultata 18 miliardi di volte.

Nuove regole servono, e servono

regolatori di nuova generazione, capaci di pretendere che le piattaforme digitali si assumano le proprie responsabilità.

Un codice Internet con la “I” maiuscola, una “grande battaglia culturale” in questo XXI secolo pieno di sfide, per una società “libera e aperta”. “L’alternativa è chiudere Internet”, come qualche anno fa scrisse provocatoriamente (definendola una modesta proposta) la giornalista Guia Soncini, per tutelare la libertà dell’opinione pubblica.

Come non farci prendere nella Rete ultima modifica: 2019-04-03T17:03:55+02:00 da Barbara Marengo

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