Israele. Per i Democrat non è più l’amico indiscusso

I nuovi equilibri demografici nella base elettorale democratica, con il peso crescente di minoranze e giovani, cambiano la tradizionale visione della scena mediorientale, finora dominata dalla priorità inossidabile dell’amicizia con lo stato ebraico. Per il partito dell'asino è un passaggio molto complicato e delicato.
scritto da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

Questa storia parte da lontano. E investe un tema delicato, scottante, che va ben oltre il perimetro della politica. Una storia americana che, però, a ben vedere è una storia che si proietta su scala mondiale e che arriva fino a noi, noi europei, noi italiani. Un storia, quella americana, che investe il legame, che per decenni è sembrato indissolubile, indiscutibile, tra i democratici e Israele. Più che un legame, un giuramento di fedeltà, uno schierarsi senza se e senza ma sempre e comunque a fianco dello stato degli ebrei.

Ma qualcosa cambia quel 9 giugno 2016. Quel giorno il comitato incaricato di redigere la nuova piattaforma del Partito Democratico tiene il suo secondo giorno di audizioni all’Omni Shoreham Hotel, nel raffinato quartiere di Woodley Park a Washington. La piattaforma, che viene riscritta ogni anno di elezioni presidenziali, intende esprimere un consenso tra i Democratici sulle principali questioni del giorno. La sessione pomeridiana, sul “ruolo dell’America nel mondo”, includeva una discussione sul conflitto israelo-palestinese. La posta in gioco era se i democratici avrebbero ribadito la posizione fortemente filo-israeliana del partito o fatto qualche concessione ai palestinesi.

Giorni prima dell’udienza, l‘Associated Press aveva scritto che Hillary Clinton aveva varcato la soglia dei delegati e dei superdelegati necessari per assicurarsi la nomina. Ma Bernie Sanders non aveva ancora ammesso la sconfitta. E la leadership del partito, il DNC (Democratic National Committee), che normalmente sceglie il comitato di redazione della piattaforma, a maggio decide di consentire ai due principali candidati di selezionare la maggior parte dei quindici membri della commissione: a Sanders è permesso di sceglierne cinque; Clinton, sei; al partito i restanti quattro.

I rappresentanti scelti da Sanders che hanno parlato durante l’udienza dedicata all’eterno conflitto israelo-palestinese erano tutti appartenenti alle minoranze, tra cui James Zogby – alla testa dell’Arab American Institute e stratega-sondaggista, anche delle campagne presidenziali di Jesse Jackson del 1984 e 1988 -, e l’attivista nativa americana Deborah Parker. I rappresentanti selezionati da Clinton e DNC erano tutti legati, più o meno strettamente, ai principali gruppi di pressione pro-Israel: il deputato in pensione Howard Berman, che ora è un lobbista; Wendy Sherman, ex sottosegretario di stato per gli affari politici; e Bonnie Schaefer, filantropa della Florida e donatrice democratica, che aveva contribuito fortemente al finanziamento della campagna di Hillary

Sanders e Clinton avevano indicato i rispettivi esperti che avevano il compito di riassumere la loro posizione. L’esperto di Sanders era Matt Duss, allora presidente della Fondazione per la pace in Medio Oriente e che sarebbe diventato il consulente di politica estera di Sanders. L’esperto di Clinton, Robert Wexler, un ex membro del Congresso della Florida, ebreo, viene presentato come “un esplicito sostenitore del legame indissolubile tra Stati Uniti e Israele”.

Wexler parla a favore di una soluzione a due Stati ma si oppone strenuamente all’inserimento nella piattaforma del partito di due parole-chiave: “occupazione” e “insediamenti”. Wexler si lancia poi in una fremente filippica contro il movimento di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS), che cerca di esercitare pressione economica, morale e politica su Israele per porre fine alla sua occupazione di territori palestinesi, concedere uguali diritti ai cittadini palestinesi di Israele e riconoscere il diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi. Wexler sosteneva:

Mentre alcuni sostenitori del movimento di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni possono sperare che la pressione su Israele porterà alla pace, la verità è che le forze esterne non risolveranno il conflitto israelo-palestinese. In particolare quando l’antisemitismo sta crescendo in tutto il mondo, i democratici devono condannare gli sforzi per isolare e delegittimare Israele.

I rappresentanti di Sanders avevano un’opinione diversa. James Zogby contesta l’opposizione di Wexler a menzionare le parole “occupazione” e “insediamenti”. Nella sua relazione di apertura, Wexler parla sì una soluzione negoziata a due stati, aggiungendo, però, che Gerusalemme, nella sua interezza, doveva essere ritenuta la capitale dello stato d’Israele. Wexler fa appello al rapporto storico con Israele:

Sia che si sia d’accordo con il primo ministro Netanyahu o no, un punto che deve restare fermo è che Israele è il nostro unico alleato che mai e poi mai ha chiesto e non posso immaginare mai chiederà a un americano di combattere per loro. Gli israeliani combattono per se stessi.

A questo, un membro del pubblico lo interrompe esclamando ad alta voce: “Con i nostri soldi!”.

Il filosofo Cornel West, uno dei massimi intellettuali africano-americani, uno dei rappresentanti di Sanders, esprime preoccupazione per il fatto che “per troppo tempo il Partito Democratico è stato fedele ad AIPAC – l’American Israel Public Affairs Committee, il gruppo di pressione bipartisan pro-Israele – ” “non ha preso sul serio l’umanità di fratelli e sorelle palestinesi”, aggiungendo che il partito era ora a un “punto di svolta”, motivo per cui sosteneva il BDS, contestando l’accusa che si trattaasse di un movimento antisemita. “Dobbiamo combattere l’antisemitismo, l’odio antiebraico”, sostenne West, aggiungendo:

È sbagliato, è ingiusto. Ma questa non può essere la scusa per minimizzare in alcun modo l’incredibile sofferenza che vediamo a Gaza, in Cisgiordania e in altri luoghi.

Per l’establishment democratico, il confronto sembrava andare fuori dai binari. Wendy Sherman, un incaricato di Clinton, ribadisce l’impegno del Partito Democratico per una soluzione a due stati e dichiara che “le nostre differenze sono in realtà con il Partito Repubblicano”.


Ma il confronto non si placa.

Più tardi quel pomeriggio, Duss, l’esperto della squadra di Sanders, afferma che gli Stati Uniti devono

[…] riconoscere che l’occupazione dei territori palestinesi da parte di Israele e le restrizioni quotidiane imposte alle più elementari libertà politiche e civili del popolo palestinese sono contrarie ai fondamentali valori americani.

In aggiunta, Duss sostenne che il conflitto israelo-palestinese ha danneggiato gli interessi americani, citando le osservazioni fatte all’Aspen Security Forum nel 2013 da James Mattis, l’ex capo del Comando centrale degli Stati Uniti, che divenne il segretario alla difesa di Trump:

Ho pagato un prezzo di sicurezza militare ogni giorno come comandante di Centcom perché gli americani erano considerati di parte in appoggio a Israele.

Come l’esperto di Clinton, anche Duss esprime il sostegno per una soluzione a due stati. Ma, ed è è una puntualizzazione fondamentale,

[…] in assenza di tale soluzione e in una situazione di occupazione continua, i palestinesi hanno diritti in base al diritto internazionale umanitario che devono essere riconosciuti e tutelati.

Nella piattaforma finale, il team Clinton prevale. Il testo non menziona gli insediamenti, esclude la parola “occupazione”, fa riferimento a Gerusalemme come la sola capitale di Israele e si oppone a “ogni tentativo di delegittimare Israele, anche alle Nazioni Unite o attraverso il movimento di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni”.

Qui la storia si allarga e cambia, in parte, verso. Democratici e Repubblicani hanno registrato un atteggiamento pro-Israele sostanzialmente eguale dalla fine degli anni Settanta fino ai primi anni del Duemila. Ma negli ultimi dieci anni, una serie di sondaggi del Pew Research Center mostrano che tra le parti si è aperto un varco molto ampio, con un rapporto tre a uno: i Repubblicani pro-Israele sono tre volte più dei Democratici.

Questi cambiamenti sono guidati, in parte, dalle tendenze demografiche. Più di un quarto degli elettori alle elezioni di medio termine erano bianchi evangelici che, insieme agli ebrei, sono il gruppo religioso più filo-israeliano del paese e che dagli anni Settanta hanno sostenuto in gran parte il Partito Repubblicano. Allo stesso tempo, alcuni dei gruppi meno pro-Israele – neri e ispanici e religiosamente non affiliati, secondo un sondaggio del Pew del 2018 – sono diventati una quota più ampia di elettori democratici.

Molti neri e ispanici tracciano forti parallelismi tra la discriminazione che hanno sofferto a casa e la difficile situazione dei palestinesi. Mentre il Partito Democratico è tirato verso una base più progressista e un futuro in cui la maggioranza del partito sarà molto probabilmente gente di colore, le tensioni su Israele sono scoppiate.

Negli ultimi mesi, un acceso dibattito sul sostegno americano a Israele ha periodicamente dominato il ciclo di notizie e oscurato l’agenda politica dei Democratici. A gennaio, i Repubblicani hanno introdotto un disegno di legge per il rafforzamento della sicurezza americana in Medio Oriente: la legge punta a sostenere più di due dozzine di stati americani che negano i contratti statali o bloccano gli investimenti statali con individui o gruppi americani che sostengono boicottaggi di Israele o che rifiutano di firmare documenti in cui si impegnano a non boicottare Israele.

La neo congressista democratica di origini palestinesi, Rashida Tlaib, rappresentante del Michigan, ha twittato che gli sponsor del disegno di legge “dimenticavano il paese che rappresentano”. Un mese dopo, il rappresentante Ilhan Omar del Minnesota, una “matricola” somalo-americana che è l’altra Congress woman musulmana, ha twittato che la difesa di Israele da parte dei politici americani era “tutto sui Benjamin” e in seguito ha aggiunto che si riferiva all’influenza politica di Aipac.

“I democratici sono diventati un partito anti-israeliano”, tuonò Trump. L’assioma resta sempre lo stesso: chi critica Israele è un antisemita, più o meno mascherato. Un nemico degli ebrei. Ma qui la storia si fa ancor più interessante, perché svela una realtà più complessa.

Gli ebrei americani – il 79 per cento dei quali ha votato per i Democratici nelle elezioni di medio termine del 2018, secondo analisi dei flussi elettorali – sembrano divisi su quale fonte di antisemitismo rappresentasse il maggior rischio. C’è una sinistra estrema che comprende attivisti come Tamika Mallory della Marcia delle donne, che si è rifiutata di condannare Louis Farrakhan, leader della nazione antisemita dell’Islam. Dall’altra parte c’è la destra apparentemente pro-Israele, in un periodo di crescente antisemitismo in Europa e in tutto il mondo è la patria di leader evangelici antisemiti come il reverendo John Hagee (gli ebrei “hanno tutto tranne che vita spirituale” e suprematisti i bianchi, uno dei quali ha commesso forse l’attacco più micidiale contro gli ebrei nella storia americana, massacrando undici fedeli alla sinagoga “Albero della vita” di Pittsburgh in ottobre).

@jstreetdotorg

Quanto ai Democratici, se restano uniti nell’opporsi all’antisemitismo, sono sempre più divisi su Israele. Nel 2015, quando Netanyahu si rivolse al Congresso per discutere contro l’imminente accordo nucleare del presidente Obama con l’Iran, l’IranDeal, che presto avrebbe definito “la vita dello stato d’Israele”, cinquanta democratici della Camera boicottarono il discorso. Più della metà erano neri o latini. Nel 2018, il Pew Research Center ha condotto un sondaggio su un campione di oltre 1.500 americani. Tra i Democratici che si sono auto-identificati come liberal, quasi il doppio hanno dichiarato di identificarsi più con i palestinesi che con Israele. Nel 2016, un sondaggio dell’Università del Maryland ha rilevato che il sessanta per cento dei Democratici ha sostenuto le sanzioni economiche o chiedeva azioni azioni più serie in risposta ai nuovi insediamenti israeliani.

Eppure, anno dopo anno, il Congresso Usa, tra le altre cose, vota per fornire aiuti militari a Israele, con un costo di 3,8 miliardi di dollari all’anno: 500 milioni di difesa missilistica e 3,3 miliardi di finanziamento militare straniero.

In un sondaggio dell’ottobre 2018 su ottocento elettori americani che si identificano come ebrei, condotto dal Gruppo Mellman per conto dell’Istituto elettorale ebraico, il 92 per cento ha dichiarato di essere “generalmente pro-Israele”. Nello stesso sondaggio – condotto dopo che gli Stati Uniti hanno chiuso la missione diplomatica palestinese a Washington, spostato l’ambasciata americana a Gerusalemme, nominato un finanziatore degli insediamenti come ambasciatore degli Usa, tagliato gli aiuti umanitari ai palestinesi – circa la metà degli ebrei americani ha dichiarato di aver approvato la gestione delle relazioni del presidente Trump con Israele.

Su quella che è considerata la questione più controversa nei rapporti Usa-Israele, gli insediamenti in Cisgiordania, un sondaggio elettorale post-midterm del novembre 2018 su oltre mille ebrei americani commissionato da J Street, la lobby filo-israeliana progressista allineata con i democratici, ha rilevato che circa la metà degli intervistati ha affermato che l’espansione degli insediamenti non ha avuto alcun impatto sul modo in cui si sono sentiti riguardo a Israele.

Una manifestazione a sostegno della campagna BDS

La base più progressista e militante del Partito Democratico, al contrario, si trova lontana anni luce dai suoi rappresentanti a Washington. The Movement for Black Lives, la coalizione di giustizia razziale che include la rete Black Lives Matter, ha chiesto di sostenere le campagne di disinvestimento con l’obiettivo di porre fine all’aiuto militare americano a Israele; i socialisti democratici americani hanno appoggiato BDS. E l’elenco potrebbe proseguire a lungo.

Per molti americani, il fulcro del conflitto israelo-palestinese è l’occupazione della Cisgiordania e di Gaza dopo la vittoria di Israele nella guerra del giugno 1967. Di conseguenza, la soluzione al conflitto sarebbe la creazione di uno stato palestinese in quei territori. Ma Netanyahu e i suoi sostenitori negli Usa affermano che il conflitto israelo-palestinese è molto precedente all’occupazione, e che i gruppi palestinesi si sono sempre opposti alla creazione o all’esistenza di uno stato ebraico in Palestina.

“Il problema non è la terra, il problema non è la statualità”, dice Morton A. Klein, presidente della Sionist Organization of America, un gruppo pro-israeliano un tempo marginale che ha stretti legami con l’amministrazione Trump. “I palestinesi non vogliono la pace, non importa cosa”. Riferendosi agli anni delle principali proposte di partizione e ai negoziati israelo-palestinesi, ha aggiunto:

Perché ai palestinesi è stato offerto uno stato nel ’37 e nel ’47, e hanno detto di no. Nel 2000, 2001, 2008, hanno detto no.

Il BDS, dal canto suo, inquadra il conflitto israelo-palestinese nell’ottica di una lotta contro l’apartheid, come definito dalla Corte penale internazionale, “un regime istituzionalizzato di oppressione sistematica e dominio da parte di un gruppo razziale su qualsiasi altro gruppo o gruppo razziale e impegnato con l’intenzione di mantenere quel regime (le Nazioni Unite definiscono la discriminazione razziale come diretta a “razza, colore, origine o origine nazionale o etnica”).

BDS e i suoi i leader citano spesso il sesto primo ministro sudafricano, Hendrik Verwoerd, che paragonò Israele al Sudafrica nel 1961: gli ebrei “hanno preso Israele dagli arabi dopo che gli arabi vi hanno vissuto per mille anni. In questo sono d’accordo con loro. Israele come il Sudafrica è uno stato di apartheid.

Anche israeliani hanno usato la parola “razzismo” (gizanut) per includere la discriminazione contro arabi e palestinesi. Nel dicembre 1977, quando il primo ministro Menachem Begin presentò un piano di autonomia al parlamento israeliano che avrebbe dato a tutti i palestinesi in Cisgiordania e a Gaza la libertà di movimento in Israele e nei territori occupati, nonché il diritto di scegliere la cittadinanza israeliana, con tutti i suoi privilegi, disse: “Non abbiamo mai voluto essere come la Rhodesia”, lo stato africano a maggioranza nera che, come il Sudafrica, era allora governato da una minoranza bianca, “qui proponiamo la piena uguaglianza dei diritti”. Il piano non fu mai attuato, sebbene parti di esso divennero la base degli Accordi di Camp David del 1978 e dell’Accordo di Oslo del 1993, che stabilirono una limitata autonomia palestinese per quello che doveva essere un periodo temporaneo di cinque anni, ma è durato fino ad oggi.

Secondo un sondaggio del Pew del 2013, il 44 per cento degli americani e il quaranta per cento degli ebrei americani credono che Israele sia stato dato da Dio al popolo ebraico. Ma nel “popolo progressista” statunitense gli orientamenti si sono radicalizzati nella direzione opposta.

In una fredda mattinata di inizio marzo, una folla di oltre diecimila persone si riunisce nell’East Quad del Brooklyn College, il grande spazio verde del campus dove sovente si tengono comizi. Sono in tanti ad ascoltare Bernie Sanders che tiene il primo discorso della sua campagna presidenziale del 2020. Due dei relatori che lo presentano citano la stessa frase di Martin Luther King: “la misura ultima di un uomo non è nei momenti di conforto e dell’ordinarietà, ma si trova nei momenti di sfida e polemiche”.

Sanders ringrazia gli oratori che l’avevano preceduto, compreso Shaun King, l’attivista di Black Lives Matter, che aveva dichiarato il suo pieno sostegno per il BDS meno di un anno prima. Il 15 maggio 2018, il giorno dopo che le forze israeliane avevano ucciso più di sessanta manifestanti palestinesi a Gaza, aveva twittato:

Come contribuente americano, ho il cuore a pezzi e sono disgustato dal fatto che anche un solo centesimo di denaro è stato usato per massacrare tanti palestinesi ieri… La nostra nazione invia a Israele miliardi di dollari in aiuti, quasi tutti usati per armi e munizioni.

Presentando Sanders, King parla dei partenti del senatore del Vermont vittime dell’Olocausto, e come la maggiore età in queste circostanze “abbia dato a Bernie un profondo senso di ciò che giusto e di ciò che è sbagliato”. Dice King:

Ha sempre rifiutato lo status quo. Ha parlato contro l’apartheid in Sudafrica, quando – follemente – quella era certo una casa popolare. E anche oggi parla contro le condizioni di apartheid in Palestina, anche se non è popolare farlo.

La folla, raccontano le cronache giornalistiche, esplode in un applauso. Se non è finito di certo il “matrimonio” tra gli elettori democratici, specie i giovani, e Israele, tuttavia è fortemente in crisi. E in questo c’è da chiedersi quanto conti l’antisemitismo. Forse niente.

Israele. Per i Democrat non è più l’amico indiscusso ultima modifica: 2019-04-04T13:02:38+02:00 da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

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