Come salvare la nostra montagna. Parla Piero Mozzi

Il cambiamento climatico colpisce anche l’Italia, e le sue montagne. Che soffrono, anche per l’incapacità della politica di trovare soluzioni efficaci all’abbandono attuale, che è tutt’altro che irreversibile. Ne abbiamo parlato con il dottore “della dieta dei gruppi sanguigni”, nella sua casa nel borgo di Mogliazze, nell’Appennino piacentino.
scritto da CLAUDIO MADRICARDO

Metti una sera a Mogliazze, dopo cena, a parlar di ambiente con Piero Mozzi, mentre la grande stufa di maiolica che troneggia nella vasta cucina diffonde un buon tepore che tiene incollata ai suoi piedi la cagnetta freddolosa, e riscalda una pentola che sobbolle tenuamente e spande aromi tutto intorno.

Al borgo ci si arriva per una tortuosa strada che si alza da Bobbio, giù a valle. Con qualche giovane capriolo impaurito che di corsa ti taglia il percorso, in cerca di salvezza. Alle spalle, il Trebbia azzurro con le sue anse mansuete e ingannatrici, e il ponte romano che ne unisce le sponde, in un panorama addolcito e reso romantico dai promontori e dai bassi pendii all’orizzonte. Da selvaggio, salendo, finalmente si apre, ridandoci il respiro, sul borghetto di Mogliazze. Un capolinea del mondo, immerso nel verde delle vallate circostanti. Un po’ più in alto rispetto alle vecchie case di pietra, a poca distanza, brucano le pecore a un passo dall’ovile.

Bobbio: antico ponte in pietra sulla Trebbia, (xilografia di Barberis, 1890)

Piero Mozzi siede al suo posto a capotavola, davanti a mezzo bicchiere di vino:

Tra ottobre e novembre, talvolta anche in settembre, capita che arrivino queste perturbazioni potenti, con precipitazioni superiori alla norma. Sembra che ora queste cose accadano più frequentemente. Sono saltati degli equilibri, e ormai cade una quantità di acqua fuori dal normale, che in pochissime ore provoca dei guasti tremendi. Io credo che si siano aperte le porte alle correnti calde africane che stravolgono l’equilibrio delle nostre zone, che sono state sempre temperate.

Credi che ci possa essere un effetto diretto sull’uomo?

Di sicuro ci sono persone molto sensibili all’abbassamento della pressione atmosferica. Li chiamiamo metereopatici, perché avvertono particolarmente questi fenomeni. Tuttavia non credo che gli effetti su di loro siano così severi.

I climatologi parlano ormai di innalzamento della temperatura di quasi due gradi negli ultimi duecento anni e di quattro, cinque gradi entro la fine del secolo. Di sicuro questo avrà degli effetti, e non solo ambientali.

Se effettivamente si confermasse un tale innalzamento della temperatura, sarebbe un disastro non da poco. L’anno scorso qui abbiamo avuto una siccità tremenda e si sono seccate le fontane. Alcune addirittura non si sono più riprese. Per nostra fortuna la fontana di Mogliazze ha recuperato. Di certo l’innalzamento della temperatura creerebbe dei problemi seri, e non so a cosa potremmo andare incontro. Siamo in presenza di qualcosa di anomalo. È possibile che sia dovuto a un ciclo ma è altrettanto possibile che sia invece uno stravolgimento causato dalla mano dell’uomo, con tutta l’attività che ha messo in moto.

Penso sempre al bravo Luigi Neri, originario di queste zone nella Val d’Aveto, che aveva anticipato questi stravolgimenti che si stanno verificando. Egli sosteneva che la diga di Assuan avrebbe creato uno squilibrio su tutti i venti che avevano governato da sempre il Mediterraneo. Una diga all’equatore lunga sei, sette, ottocento chilometri a cinquanta gradi all’ombra e con un’evaporazione tremenda, che crea una massa di aria calda e umida che avrebbe alterato l’equilibrio. Negli anni Ottanta, quando Neri intraprese, come un don Chisciotte contro i mulini a vento, la sua lotta contro chi aveva ideato, pianificato e poi costruito la diga di Assuan, poteva sembrare una follia che un semplice cittadino italiano potesse pensare di bloccare la costruzione di quell’opera immensa. Forse aveva visto lontano e percepito il pericolo. Così sono cambiate molte cose, come l’umidità dell’aria che noi non percepiamo, ma se uno ci presta attenzione, se ne accorge. Dagli anni Ottanta in avanti le temperature stanno aumentando notevolmente.

Che cosa possiamo fare per cercare di riportare sotto controllo questo fenomeno?

Credo che ormai si siano instaurati dei meccanismi che sarà ben difficile poter fermare. L’unica cosa è attrezzarsi, diventare attenti e previdenti, saper prevedere l’insorgere di questi fatti. Oramai il processo è avviato. Tanto più che non viene presa in seria considerazione la rinuncia ai privilegi che l’Occidente si è concesso. I vari accordi internazionali che nel tempo sono stati raggiunti per ridurre le emissioni sono saltati per aria. Basta che uno dica: me ne frego, faccio quello che voglio. Quando poi a dirlo è la nazione guida nel mondo, figuriamoci gli altri!

Mi sono accorto del cambiamento climatico qui nel mio piccolo perché ho notato lo sviluppo di certi licheni che prima non esistevano. Licheni color ocra che costruiscono dei manicotti attorno ai rami, dai più periferici fino a quelli più grossi e perfino al tronco di un albero, fino a far seccare le piante. Nessuno ci fa caso. Prima c’erano licheni grigi che non davano alcun problema. Ora invece, da quando si sono sviluppati questi nuovi licheni, le piante sono in grande sofferenza. Probabilmente la causa di tutto ciò è la percentuale di umidità presente nell’aria.

Stiamo vivendo tanti di quegli stravolgimenti! Sono arrivati quei pidocchi dall’estremo Oriente, la Varroa, che hanno messo le api in condizione di pericolo. Ha fatto la sua comparsa la zanzara tigre che sta scalzando la vecchia zanzara autoctona. I cambiamenti sono tanti, e nessuno sa come si andrà a finire e che cosa comporteranno. In più questi accadimenti anomali, le bombe d’acqua potenti e impensabili che cadono in poche ore. E trombe d’aria con venti di duecento chilometri all’ora che si sviluppano anche a fine ottobre. Qui le trombe d’aria si sono sempre sviluppate al massimo nei mesi di luglio e agosto. Poi ci sono certi cosiddetti esperti che dicono che tutto ciò è sempre successo. Fatto sta che tutto quanto sta avvenendo è qualcosa di fortemente anomalo. Non so spiegarmi altrimenti delle trombe d’aria alla fine di ottobre nel bellunese, a un passo dalle Alpi. Mi sembra un fatto decisamente strano. Con l’abbattimento di una marea di pini e abeti, che certamente sono facili da sradicare perché non hanno un apparato radicale molto forte.

Case del borgo di Mogliazze

E non sarebbe meglio pensare di cominciare a cambiare il tipo di piante da piantare?

Bisognerà pensare a scegliere delle piante che abbiano delle caratteristiche adatte ad affrontare questi cambiamenti. Nell’ottobre scorso ci sono stati i venti fortissimi che hanno abbattuto i pini e gli abeti, ma nel dicembre del 2017 qui abbiamo avuto una pioggia gelata che ha sradicato, rotto e divelto un’infinità di piante. Qui vicino ci sono delle pinete i cui alberi sono stati spezzati. Di certo quella non è una vegetazione adatta e che è stata immessa. Se un pino ci rimette la chioma, è una pianta che poi devi abbattere perché non la recuperi più. Non si comporta come le piante tipiche di queste zone dell’Appennino, come il rovere, i faggi, i carpini, gli aceri, i frassini. Che sono tutte piante che se anche si spezzano, poi ripartono dal basso. Il problema è che nessuno sa prevedere a che cosa stiamo andando incontro. Chi vive a contatto con terra, chi è un po’ attento, si rende conto che è avvenuto un cambiamento. A cui si deve aggiungere anche lo stato di abbandono. Soprattutto la montagna è stata abbandona, mentre prima veniva accudita di generazione in generazione, da familiare a familiare in tutto quello che riguardava la gestione del territorio.

L’abbandono è conseguenza del venir meno dell’importanza economica della montagna. Secondo te è ipotizzabile che si ritorni a ripopolare le zone montuose? C’è una forma di economia che renda possibile un ritorno dell’uomo?

Se un politico, se un governo è in gamba lo si vede nelle situazioni di crisi, nelle emergenze. Per risolvere i problemi della montagna, per cui è indispensabile la presenza umana, i metodi e i mezzi ci sono. Nel modo di pensare attuale la proprietà è in primo luogo un diritto, ma dovrebbe comportare anche dei doveri. Basterebbe che chi ha la proprietà di un terreno avesse anche l’obbligo di accudirlo, tenendolo in buone condizioni. Se lo Stato fosse lungimirante, la montagna potrebbe ritornare a vivere. Sarebbe sufficiente liberare la gente che ci vive da ogni onere, abbattere anche la stessa IVA, introducendo un’imposta forfettaria minima per chi in montagna svolge la propria attività. Così, la gente che ci vive dovrebbe essere lasciata libera di programmare le proprie attività con un unico obbligo: sei libero di fare quello che ritieni opportuno per costruire la vita tua e della tua famiglia in montagna, ma con l’obbligo di accudire il territorio. Essendo costretto a tenere a posto fossi, argini, canali, tombini, liberando le piante da infestanti come la vitalba o come l’edera. Di sicuro tutto ciò non inciderebbe sul cambiamento climatico, ma avrebbe un effetto positivo sulla cura del territorio. Qualche tempo fa, quando qui è venuto giù un finimondo d’acqua che ha creato un torrente tra le case, nonostante la pioggia e i fulmini eravamo fuori con la zappa e con la roncola per liberare i canali. Per fare in modo che l’acqua non uscisse nei campi. Questa è una cosa che non fa più nessuno, non viene più riconosciuta. Lo fa soltanto chi è animato da buona volontà ed è legato al suo territorio e a quello che col suo lavoro ha messo in piedi.

Purtroppo la burocrazia, che è ormai fine a se stessa, ha preso in mano questo paese a tutti i livelli, per cui nessuno può fare più niente. Il burocrate pensa solamente a portarsi a casa lo stipendio. Più menate burocratiche riesce a mettere in movimento, più fa vedere che lavora e che è indispensabile. Mentre in realtà la burocrazia è l’ostacolo. Se in montagna metti a posto un fabbricato, ti creano un sacco di problemi. Se invece lo lasci diroccato e pericolante, nessuno ti dice niente.

Molti pensano che la rinascita che il Paese ha vissuto nel dopoguerra sia dovuta al Piano Marshall e ai soldi venuti dall’America. Io credo che il merito sia stato di quei politici lungimiranti che decisero che chi ricostruiva la casa era esentato dal pagamento delle tasse per venticinque anni. E questo ha generato un’occupazione incredibile. Ed è quello che potrebbe avvenire anche adesso, e non soltanto in montagna. Sarebbe il volano per far girare di nuovo l’economia partendo dal recupero del materiale edile che c’è in circolazione.

Qui in montagna c’è gente che è costretta a pagare tasse su dei pollai, e che decide di abbattere i tetti lasciando in piedi solo i muri. Uno Stato stupido spinge il proprietario a non usufruire di quel bene e si preclude anche l’eventuale tassazione. Il risultato è il danno totale. Mentre potrebbe costringere il proprietario di un fabbricato a metterlo a posto non facendogli pagare nulla per venti o venticinque anni. Facendo quindi girare i soldi e creando occupazione. Invece di regalare dei soldi come sta avvenendo, prima con gli ottanta euro, poi con i cinquecento ai ragazzi, e ora con il reddito di cittadinanza. Invece di favorire il reddito da lavoro. Lavoro onesto, creato senza alcun intervento pubblico, ma grazie alla disponibilità che c’è ancora, visto che il nostro è uno dei popoli che più risparmia. Credo che in questo modo verrebbero messe in gioco quantità di soldi che invece sono fermi, nascosti nelle case dei cittadini o nei forzieri delle banche. Se riparte l’edilizia, riparte tutto. A costo zero e recuperando un patrimonio edile che altrimenti andrà perduto. Poi, dopo il periodo di esenzione, lo Stato ritornerebbe a lucrarci sopra facendosi pagare le tasse. Mi pare tutto di una semplicità disarmante.

Piero Mozzi

Vivi qui a Mogliazze ormai da quarant’anni. Che ricordi hai di allora?

Era tutto in ordine. Ma anche ora, pur facendo i salti mortali, continua a essere tutto in ordine, e manteniamo a posto fosse e canali. Sono state fatte delle ottime opere idrauliche con canali, tubature e tombini, ma certamente bisogna continuare a starci dietro. Poi ti arrivano quelle batoste come quella dell’11 dicembre 2017 quando sono state abbattute un’infinità di piante. Siamo riusciti a intervenire su quelle del circondario e non molto al di fuori, perché i boschi sono enormi. Anche qui, se ci fosse lungimiranza da parte dello Stato, nella vicenda che ha colpito il bellunese con la caduta delle piante, basterebbe coinvolgere quella massa di persone giovani che è lì a marcire nei centri di accoglienza a fare nulla e a imparare niente, neanche la lingua. Che potrebbe essere coinvolta su base volontaria a fare dei lavori socialmente utili, e per di più a stretto contatto con le popolazioni. Quando c’è l’emergenza, si creano una solidarietà e un legame strabiliante. Per insegnargli a usare una motosega, un’accetta o una roncola non ci vuole molto. Fargli imparare giorno per giorno una lingua, non ci vuole molto a contatto con la popolazione locale.

Tempo fa è stata avanzata una proposta per incentivare la procreazione, che prevedeva il dono alla famiglia di terreni incolti di proprietà dello Stato alla nascita del terzo figlio. Una proposta che solo un folle, un incompetente può avanzare. A chi dai i terreni? A uno che abita a Milano? Per mettere in piedi un’attività economica hai bisogno di mezzi, d’infrastrutture e di strutture. Alla fine degli anni Settanta venne fatta la legge sulle terre incolte, che avrebbe potuto incidere moltissimo sul futuro della montagna. Una cosa che è finita nel nulla, perché le amministrazioni che dovevano censire le terre incolte erano terrorizzate dalla prospettiva che venissero tolte ai legittimi proprietari. Se ci sono terreni incolti devono essere dati a chi ne fa richiesta e ha delle capacità. Magari a chi ha un’azienda lì vicino, e può in questo modo allargarla. Fare una cosa del genere avrebbe un effetto positivo.

In queste settimane sono stati fatti parecchi lavori sugli edifici qui a Mogliazze. Che cosa vuoi farne dopo la fine dei lavori?

Voglio tenerlo innanzitutto in piedi. Quando sono venuto quarantaquattro anni fa il mio sogno era risistemare il paese, e questi ultimi lavori hanno riguardato l’ultimo tetto, mentre gli altri sono stati messi tutti a posto. Sono stati messi a posto anche i campi e i terreni, e coltivati solo quelli strettamente necessari che sono stati recintati, perché qui è una guerra con gli animali selvatici. Poi uno può pensare di fare tante cose.

Per lo sviluppo della Val Trebbia c’è chi pensa a creare un’università della montagna. Io credo che non serva una cosa del genere, serve chi vive qui trecentosessantacinque giorni all’anno, come è sempre stato da trecento anni a questa parte, quando il territorio montano è stato antropizzato, quando si è disboscato, tolto sassi, sistemato canali per coltivare il territorio. Che poi, dopo l’ultima guerra e sempre più dagli anni Sessanta, è stato abbandonato rapidamente. Un territorio che prima era tenuto come un giardino, venivano sradicati gli infestanti, i castagneti erano tenuti in ordine e potati, e le foglie erano raccolte in autunno per fare la lettiera degli animali, per risparmiare la paglia.

Serve della gente che ci viva per tenere in ordine un territorio come la montagna, che ha bisogno di grandi cure. È un territorio fragile, che essendo stato poi modificato dall’uomo, richiede di essere mantenuto sempre in ordine, altrimenti salta tutto per aria. Se non ti accorgi delle infiltrazioni d’acqua, cominciano le frane e non hai più modo di fermare un bel niente. Qui a Mogliazze abbiamo fatto di tutto. Abbiamo captato delle sorgenti, le abbiamo ricaptate e poi riprese. Cerchiamo di tenere a posto tutto, il più possibile. Quando si vive in montagna si sa che la cosa importante è la stabilità del territorio.

Una volta qui la gente viveva in miseria ma era capace di esprimere una devozione incredibile nei confronti di queste terre, che erano tenute come gioielli. Al confronto le case erano delle catapecchie, ma la gente ci andava a dormire e a malapena mangiare. La vita di allora era perennemente dedicata alla manutenzione del territorio. Questo era il legame che per secoli c’è sempre stato, e che poi si è rotto. E adesso abbiamo disastri da tutte le parti.

Tornando al discorso di prima, si potrebbero creare dei nuclei composti da quei giovani che ora intristiscono nelle strutture di accoglienza, che, su base volontaria, decidessero di dedicarsi a quest’attività di manutenzione del territorio. Potrebbero essere spostati dove se ne fa richiesta. Credo che il risultato sarebbe tremendamente positivo. Si potrebbero creare dei nuclei di dieci, quindici persone, che poi potrebbero essere anche ospitate da privati cittadini che ne fanno richiesta. E come già succede nelle scuole, a chi accettasse di fare quest’attività potrebbero essere dati dei crediti utili all’ottenimento della residenza e alla possibilità di insediarsi. Sono cose che credo siano sempre state fatte. Ma chi governa non si rende conto delle mutazioni avvenute, non sa prendere le decisioni rapide che sarebbero invece necessarie. Vedremo quel che succede. Certo mi farebbe proprio piacere vedere squadre di questi giovani lavorare a fianco dei locali e mettere a posto il territorio. Non riesco neanche a immaginare quante cose potrebbero essere fatte. Sarebbe molto meglio sparpagliarli sul territorio, evitando i ghetti. Tanto più che l’integrazione è ben più agile nei piccoli centri, dove la vita è meno frenetica e il contatto con la popolazione più facile.

Come salvare la nostra montagna. Parla Piero Mozzi ultima modifica: 2019-04-05T20:48:43+02:00 da CLAUDIO MADRICARDO

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