“Ho avuto l’onore di essere amico di Tiziano Terzani”

Lo storico fiorentino commenta la decisione dell’amministrazione leghista di Udine di ridurre drasticamente il finanziamento comunale al premio internazionale intitolato al grande giornalista e scrittore.
scritto da FRANCO CARDINI

Da Udine, il bel capoluogo del Friuli, giungono sinistri cigolii anche se a generarli è un tizio che pare orientato a destra: un assessore dal cigolante cognome il quale dall’alto della sua presumibile cultura pari solo alla fine sensibilità e al sicuro senso politico, ha decretato forse la fine del “Premio Terzani” tagliandone spietatamente i fondi. Ragioni: il Premio non concorrerebbe poi granché allo sviluppo turistico e culturale udinese; a parte il fatto poi – eccoci al dunque – che questo Terzani, trasformato in “santino” dal culturame di sinistra, sarebbe solo un mediocre prodotto di esso. Insomma, orrore!, un “comunista”.

Io sono un vecchio e fiero reazionario, uno che ha già maledetto in anticipo il governo del tristo Sánchez se oserà commettere il sacrilegio di esumare i resti di José Antonio Primo de Rivera dal Valle de los Caídos. Ma, proprio perché sono tale, non mi esimo da qualche incauta venatura castrista. E ricordo bene una vecchia canzone cubana, che diceva, “Si Fidel es comunista – que me pongan en la lista, porqué yo estoy con él”. Ecco, se Tiziano era comunista, ebbene sono comunista anch’io. E me ne vanto.  

Correva l’anno 2003 allorché il sessantacinquenne Tiziano Terzani – prossimo al momento dell’abbandono del suo corpo e di ciò ben conscio – intraprendeva, ravvolto nella sua coperta come in un paramento liturgico o in un sudario, l’ascesa mattutina a salutare le “sue” montagne partendo da quello ch’era ormai da cinque anni il rifugio delle sue sempre più frequenti meditazioni, la baita a 2400 metri d’altezza presso Almora nell’Himalaya indiano. 

Su quell’ascesa, forse l’ultima della sua vita, avrebbe scritto di lì a poco una pagina commossa. Le sue parole sarebbero state lette dal pubblico poco più tardi, nel marzo del 2004, quando egli si era ormai già rifugiato tra le altre “sue” montagne, quelle pistoiesi che circondano Orsigna. Lì attese con serenità il passaggio che ormai da tempo sapeva prossimo e inevitabile: e che avrebbe affrontato pochi mesi più tardi, il 28 luglio di quel medesimo anno. Ma tra le vette attorno ad Almora e i gioghi alpestri tra le valli dell’Appennino, antico regno di carbonai e di produttori di ghiaccio naturale e artificiale, per Terzani la continuità e l’identità erano ovvie, naturali, fiabescamente reali.

Cominciamo dunque da qui: dai giorni estremi della sua vita, ch’egli ci ha narrato con l’aiuto di un testimone d’eccezione, il figlio Folco, nel libro La fine è il mio inizio. Un padre racconta al figlio il grande viaggio della vita (Milano, Longanesi, 2006).  Qualcuno ha detto che chiunque scriva, e di qualunque cosa, in fondo finisce solo col fare dell’autobiografia; e qualcun altro ha aggiunto che parlar di sé, in un modo o nell’altro, equivale sempre e soltanto a parlare della propria morte. Forse perché proprio quell’inevitabile istante, quel “passo periglioso” la nostra Modernità ha cercato a lungo prima di “addomesticare”, quindi di dissimulare o di nascondere dietro imbarazzati silenzi o eufemistiche e apotropaiche perifrasi, non solo è parte esso stesso della vita, ma ne è in certo modo l’acme, l’istante rivelatore: la hora de la verdad, come la definiscono gli aficionados della tauromachia. Dai Maestri induisti a Platone ai mistici cristiani, la vita è stata non a caso interpretata come un’attesa della e una preparazione alla morte. Essa è l’estremo rito di passaggio. Lasciamo alla fede di chi ce l’ha e ai miti, alle speranze, alle paure, alle fantasie di tutti gli altri il chiedersi che cosa ci sia dopo. Nostro còmpito è impiegare al meglio il tempo che scorre prima. Tiziano lo ha fatto. 

La fine e l’inizio: il mistero di un uomo, di un giornalista, di un viaggiatore innamorato della vita e anche della politica intesa come sforzo per migliorare il mondo, che per mesi affini lo spirito fino a raggiungere la condizione di anam (in sanscrito “anonimo”: colui che rinunzia al suo essere individuale e al suo stesso nome per accedere alla meditazione assoluta), salvo poi rientrare in limine, quando le forze vitali stanno per abbandonarlo, nel suo paese d’origine. 

Nato a Firenze nel 1938, Terzani non aveva ancora sessant’anni ed era uno dei giornalisti e scrittori di viaggio più noti in Europa e nel mondo quando, nel ’96, gli fu diagnosticata una grave malattia ch’egli affrontò con il coraggio e l’ottimismo che gli erano propri. Combatté circa otto anni: fiero, vitale, perfino allegro, scrivendo e viaggiando.

Cominciò con scelte terapeutiche precise, scegliendo prima New York, quindi San Francisco. Ma nella città californiana conobbe un Maestro induista, Swami Dayananda, il quale lo invitò a un corso di filosofia e mistica veda in un ashram, un eremo dell’India meridionale. Il Maestro decise che Tiziano era degno di divenire uno shisha, “uno che merita di studiare”: in quell’eremo egli avrebbe passato tre mesi , fra aprile e giugno del 1999, che avrebbe da allora in poi considerato fondamentali per la sua ascesa spirituale e centrali per la sua intera esistenza. Tre mesi bellissimi, che nel libro Un altro giro di giostra (Longanesi 2004) egli descrive magistralmente, con una serenità e una gaiezza che la maggior parte di noi troverà purtroppo – ed è la misura che serve a capire a che cosa ci siamo ridotti – incomprensibile in un appena sessantenne che aveva ricevuto una diagnosi medica equivalente a una condanna capitale. Andando verso quell’ashram, gli accadde di far un incontro:

Sul marciapiede avevo visto un uomo accucciato davanti a due gabbie di bambù con dentro dei passerotti. Aspettava che qualcuno glieli comprasse per liberarli e guadagnarsi così del buon karma. Mi feci dare tutti quelli che gli restavano e detti loro il via, godendo del loro cinguettìo e dei commenti della gente attorno (p.341).

Dall’ashram, Tiziano passò poi al silenzio dell’Himalaya. Ma ai primi del 2004, quando si rese conto che il passo finale era prossimo, tornò dai suoi, in famiglia, sui monti della Toscana: dalla moglie Angela, dai figli Saskia e Folco. E accettò anche di confrontarsi con la gente, tanta, che lo cercava e aveva bisogno di lui. Seppe ricapitolare, in quei pochi ultimi mesi, la testimonianza di tutta la sua vita trascorsa in gran parte tra le guerre e i pericoli dell’Estremo Oriente che aveva testimoniato dal Vietnam alla Cambogia. Parlò di pace e di lotta alla guerra, ma anche di giustizia e di amore per la vita. Non si lasciò piegare mai da nessuno. Dalla Cina, che amava, si fece espellere pur di non adulterare la verità di quanto vedeva. Negli Stati Uniti d’America non entrò più perché quel che aveva scritto e continuava a scrivere – dagli orrori del Vietnam alle tragiche bugie sparse in giro dalla propaganda ufficiale dopo l’11 settembre 2001 – gli rendeva consigliabile mantenersene alla larga. Ancora una volta la verità, e la capacità di raccogliere corrette informazioni, e il coraggio di mantener fede al suo dovere di uomo d’onore contro minacce e tentativi di corruzione. Anche sull’Islam, lui ed io pensavamo cose diverse da altri due grandi amici comuni, Fosco Maraini e Oriana Fallaci: eppure il confrontarsi con sincerità e schiettezza era sempre proficuo e – anche nei momenti di dissenso più forte – sempre affettuoso e piacevole. 

Ho avuto l’onore di essere amico di Tiziano. Negli Anni Settanta collaborai con lui nell’Università di Firenze e ci divertimmo parecchio facendo insieme commissione d’esame: lui eccezionale esperto nella cose d’Oriente, io avventizio “orientalista di complemento”. Proveniva da una povera, generosa, onesta famiglia fiorentina di tradizioni comuniste: non aveva avuto un’educazione religiosa, per quanto dei valori della fede avesse sempre un grande rispetto e vivesse naturalmente – come tutta la brava gente faceva una volta – secondo una morale cristiana “spontaneamente” respirata nell’aria attorno a lui e da lui accolta (questo vuol dire rimaner fedeli alla propria identità). Ci perdemmo poi di vista, per quanto io continuassi a seguirlo e ad ammirarlo come scrittore: chi ha letto Un indovino mi disse e Buonanotte signor Lenin mi capirà.

Lo ritrovai ai primi anni del nuovo millennio: era invecchiato, ammalato, ma sempre lo stesso. Stessa energia, stessa generosità. Ma con una nuova dimensione: una profonda consapevolezza del valore della vita. Intraprendemmo insieme le stesse battaglie, con una decisa e precisa identità di vedute. Venivamo da lontano e lo sapevamo benissimo. Ma, come ha detto Giorgio La Pira: “Non è importante sapere da dove gli uomini vengono, è importante dove stanno andando”. 

Tiziano non era solo uno straordinario giornalista: era un grande scrittore e un formidabile insegnante. Invece, non era affatto un sia pur eccezionale e anticonvenzionale pacifista: è fuori strada chi tenta di appiattirlo sulla dimensione immanente della “grande anima”; sbaglia chi cerca di farne un guru da new age. Al pari del Mahatma Gandhi era senza dubbio un adepto della Nonviolenza; ma era anche, e proprio per questo, un intrepido combattente.

L’esperienza del ritiro induista, dalla quale trasse un’immensa ricchezza e alla quale fu sempre profondamente riconoscente, non lo aveva tuttavia “convertito” a una religione diversa da quel cristianesimo che non era personalmente “suo” ma che apparteneva alle basi della sua cultura: gli aveva insegnato in cambio quanto sia prezioso il vivere appieno la propria esistenza e il donare gioia e speranza agli altri. Quel che aveva appreso ripensando alla sua vita e alle persone care che gli stavano attorno è che nessuno può bastare a se stesso e che la morte può, ma proprio per questo non deve far paura: aveva superato di slancio quell’individualismo ch’è forse il peggior male dell’Occidente moderno; aveva imparato che la vita è il grande dono e il grande patrimonio dell’uomo e che non si deve aver paura perché essa è infinita; aveva compreso appieno che, a meno di non essere tanto sciagurati dal volerlo essere, in realtà non si è mai soli. Nemmeno sulle vette himalayane.

Non voglio fare del mio amico Tiziano un convertito perché rispetto le sue scelte e il suo silenzio. Voglio però testimoniare, da cristiano, che pochi come lui sia pur senza volerlo riuscivano – con la sua stessa presenza e con la testimonianza del suo dolore e del suo coraggio, del suo amore e della sua gioia – a far sentire la presenza viva del Cristo nell’universo, nell’umanità, nella natura, nella storia. Questo è il grande regalo che egli ha saputo fare a tutti: ai credenti e agli altri. Il resto è Mistero. 

“Ho avuto l’onore di essere amico di Tiziano Terzani” ultima modifica: 2019-04-05T17:09:32+02:00 da FRANCO CARDINI

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