Napoli, capitale della cultura e della lotta al climate change?

Le sfide che concludono un ciclo lungo aperto nel 1993 e che determineranno quello che verrà dopo.
scritto da GIANFRANCO NAPPI

Fu Antonio Bassolino tra i primi a comprendere quanto una città possa comunicare. Così segnò la sua stagione a Napoli. E determinò/alimentò uno spazio aperto a nuovi sviluppi ed esiti per la città che, da allora, non si è riassorbito. Forse unica tra le grandi città in Italia, Napoli ha trovato nelle diverse esperienze di governo che si sono susseguite dal ’93 a oggi – compresa questa ultima di De Magistris, che pure è sorta per tanti versi in distinzione e persino in contrapposizione con le precedenti – una via per tenere aperta la contraddizione. 

Oggi, con la città, comunicano anche i cittadini, posti al centro di una catena di produzione di valore che, nell’economia contemporanea, ha superato quella rappresentata dalla produzione di cose e di merci. E, anzi, la stessa produzione di cose e di merci è sempre più orientata/influenzata dalla capacità di connetterle a valori e simboli, a narrazioni che trovano proprio nello spazio metropolitano il luogo di più alta concentrazione.

Napoli è parte di questa realtà.

Partiamo dal centro storico. Il cuore antico di Napoli è attraversato e segnato da un flusso turistico crescente, costante tutto l’anno. Nella dinamica di valorizzazione immobiliare a esso legata crescono le spinte all’espulsione dei suoi abitanti per far posto alla ricettività di cui Airbnb rappresenta il protagonista globale sempre più presente localmente. Con un termine non bellissimo si dice che Napoli viva nel suo centro storico un processo di turistizzazione che spinge oggettivamente a un allontanamento della popolazione, e segnatamente delle sue fasce più esposte economicamente, a causa sopratutto di una crescita incontrollata ed esponenziale dei costi degli affitti, secondo modalità del resto comuni ad altre città nel mondo, tra le quali massimamente Venezia.

Sottolineare questo elemento non vuol dire ovviamente porsi in termini critici nei confronti del turismo. Tutt’altro. Significa vedere criticamente la dinamica aperta, chi l’orienta e in che modo invece la comunità napoletana e del suo centro storico possa determinarne sempre di più gli esiti.

Peraltro andrebbe indagato a fondo il modo in cui la camorra sta reagendo/interloquendo a/con tutto questo.

Grandi metropoli – è il caso di Barcellona, delle grandi città del Nord Europa, di New York – assumono questo come un terreno di nuova regolazione della vita della città in quanto spazio del comune. Lo stesso comune di Napoli ha varato una delibera importante sul valore di stabili storici abbandonati da destinare ad attività sociali e da sottrarre alla speculazione privatistica.

Inutile dire che il punto al centro dell’attenzione non potrà mai essere soltanto quello dei divieti ma deve essere sempre più quello di modelli alternativi di valorizzazione di spazi e di costruzione di relazioni sociali: un’attiva strategia di resilienza.

Serve un progetto attivo, fatto di regole, risorse e partecipazione, per il reticolo del centro storico che, con le sue stratificazioni archeologiche e architettoniche, con il tessuto di centri e istituzioni culturali e formative, con i suoi archivi, con la realtà del lavoro di tanti artisti e di tanto artigianato artistico con storia antica, con l’evocazione di una cultura gastronomica tra le più alte del Mediterraneo, con i suoi siti religiosi e di culto, con i suoi abitanti, si presenta come un unicum che attrae sempre di più.

E serve immaginare l’insieme di queste soggettività operanti come grandi produttrici di informazioni, di conoscenze e di saperi: anche qui, e con urgenza, c’è da immaginare un progetto attivo per la costruzione di una rete intelligente aperta e socialmente condivisa, distributrice di servizi avanzati per residenti e non, catalizzatrice di soggettività presenti sul territorio e al tempo stesso vetrina per loro. Un’altra idea di città smart.

L’università, i centri di ricerca, le accademie, le guide del sistema museale possono essere chiamate al servizio della realizzazione di un progetto del genere.

Ecco un esempio non dico per arrivare prima ma almeno insieme ai grandi operatori monopolistici della Rete per valorizzare saperi e conoscenze nella loro dimensione comune sottraendoli a una logica di privatizzazione e di saccheggio predatorio.

Dati, archivi, memorie, simboli: il terreno di uno scontro globale gigantesco su cui la città/metropoli può affermare per l’intera sua comunità un primato che parli anche di lavoro creativo e nuovo, diffuso.

Qui però davvero occorrerebbe giocare un’altra partita: servirebbe davvero fare squadra: istituzioni, cultura, professioni legate ai saperi. 

Qui servirebbe la/una Politica.

Metropoli e cambiamenti climatici

Può porsi Napoli, con la sua Area metropolitana, tra le più congestionate al mondo, l’obiettivo in dieci anni, con un preciso e progressivo scadenzario annuale, di:

a) abbattere del cinquanta per cento le sue emissioni inquinanti; 

b)costruire le condizioni per avere non meno del venti per cento della mobilità metropolitana elettrica, con, invece, una totale elettrificazione del trasporto pubblico su gomma; 

c) riorganizzare in tre anni tutta la filiera logistica al suo interno individuando aree di interscambio ai suoi confini e promuovendo/imponendo la distribuzione delle merci al suo interno esclusivamente con veicoli commerciali elettrici;

d)fare nell’area metropolitana, con obiettivi triennali nell’arco del decennio, di ogni tetto di edificio comunale, scuola, ospedale, deposito di bus, ufficio pubblico un pezzo dell’equivalente della più grande centrale di produzione di energia elettrica dal sole al mondo, integrando anche questa produzione con una rete fitta di colonnine di rifornimento elettrico; 

e) incentivare a fare altrettanto a opera dei privati sui tetti della case; 

f) piantare, e manutenere attraverso il lavoro delle agenzie regionali e comunali già esistenti dedicate all’ambiente, un milione di alberi, catturatori di CO2 e diffusori di ossigeno, centomila nuovi alberi all’anno; 

g) dar vita a mille orti urbani da gestire socialmente; 

h) riacquisire a una gestione sottratta alle peraltro ampiamente inefficienti logiche del profitto quell’acqua risorsa sempre più scarsa ed effettivamente pubblica e comune; 

i) vietare progressivamente nell’arco di un anno, l’uso della plastica e dell’usa e getta promuovendo invece l’uso di beni durevoli e sostenendo la diffusione, attraverso il sostegno alla ricerca e la nascita di nuove imprese, dell’uso di nuovi materiali per involucri e packaging, ecosostenibili e totalmente biodegradabili; 

l) realizzare, finalmente, nel proprio territorio, almeno tre impianti legati al ciclo della raccolta differenziata di trattamento dei rifiuti/risorsa, a cominciare dalla frazione umida.

e, con una scelta netta della Regione, di destinare il cinquanta per cento delle risorse della nuova programmazione di fondi europei in agricoltura – parliamo di alcuni miliardi di euro – non alle grandi aziende di trasformazione ma al sostegno della ricerca e dei produttori, dei contadini nella conversione biologica, biodinamica, nobile delle produzioni agricole e allevatoriali:

i per la nascita di almeno dieci biodistretti in Campania;

ii per lo sviluppo dei presidi nati con Slow Food;

iii per l’alimentazione di una vasta rete di consumo critico e di coproduzione tra consumatori e produttori, realizzando così una nuova alleanza tra la metropoli con i suoi bisogni e la realtà di territori, colline e montagne delle aree interne che si vedrebbero così immediatamente in posizione centrale in uno sviluppo nuovo e, peraltro, costruendo con il contributo diretto anche dei migranti, le condizioni di rivitalizzazione di centri, paesi, borghi, pendii destinati oggi allo spopolamento e al dissesto idrogeologico? 

E, intorno agli obiettivi di un grande progetto del genere, nella loro definizione puntuale e nel loro ampliamento, nella verifica di quante risorse sarebbero necessarie e di quanta ricchezza economica e socialmente diffusa essi produrrebbero, si può chiamare, in un vasto processo partecipativo, tutto il mondo dell’associazionismo, della ricerca e dell’alta formazione, i soggetti economico-sociali, ma anche artisti, registi, scrittori per costruire insieme un grande palinsesto comunicativo che parli al mondo di quello che vogliamo e possiamo fare qui?

Già parlare di questo significa parlare di programma di governo e di sviluppo per la città, significa parlare di ruolo di Napoli.

E se la politica non si misura con questo, che cosa ne rimane?  

La sfida politica da rilanciare

Un progetto politico nuovo non potrà mai nascere dalle intese di vertice o tra gruppi di ceti politici in competizione tra di loro per il potere, per quanto possano definirsi democratici o di sinistra.

Un progetto politico nuovo nasce se vengono sollecitate e alimentate le mille soggettività della società, se s’afferma per davvero una pratica partecipativa diffusa, resa possibile e al tempo stesso imposta dalla società in rete, se si fonda su un nuovo asse progettuale.

E invece, in un Paese in bilico tra deriva a destra e voglia di reagire, tra risposte semplificate e demagogiche e ricerca di rappresentanza politica per nuove istanze e nuove soggettività, questa città (Regione), con le sue forze democratiche e di sinistra, divise e contrapposte, rebus sic stantibus, sta correndo allegramente verso una sconfitta clamorosa, nel mentre il Paese scivola su terreni di rottura della sua unità e di ulteriore marginalizzazione del Mezzogiorno con la secessione dei ricchi che attrae, perché non dirlo, anche componenti di un potenziale schieramento democratico.

Non abbiamo amato molto o sostenuto le esperienze legate a Luigi de Magistris. Non si può negare però che esse siano espressione di una cultura di larga partecipazione e di solidi contenuti di progresso e di sinistra: dirà pur qualcosa ad esempio la collocazione nei confronti delle vicende dei migranti.

E comunque, anche questa esperienza volge al termine.   

Cosa si va preparando?

Un nuovo campo di contenuti e di soggettività può essere posto al centro di una ricerca che punti ad individuare capisaldi ideali, assi programmatici , protagonisti sociali e rappresentanti per una nuova stagione per la città? 

È possibile provare, muovendo da quel riconoscimento di valore reciproco (la contraddizione non riassorbita), al di là delle differenze, a segnare il futuro come una tappa necessariamente innovativa rispetto a tutte le esperienze precedenti e però ancorata a quel bisogno di protagonismo e di giustizia sociale che non può non caratterizzare le pratiche riformatrici?

Qui vedo l’urgenza di un lavoro e di un movimento politico e ideale comune, ricco delle molteplicità di esperienze e sensibilità, ricco anche delle spinte critiche e autocritiche al suo interno, aperto anche ad un confronto con posizioni come quelle dei Cinque Stelle che (non a caso?), vedono a Napoli prevalere radici e ansie più vicine alla sinistra.

C’è troppo in gioco per limitarsi a commentare, dopo, una sconfitta tanto annunciata quanto evitabile.


Questo articolo appare nella sua versione integrale sul bimestrale InfinitiMondi, che ringraziamo.

Le illustrazioni sono tratte da RISD portfolios

Napoli, capitale della cultura e della lotta al climate change? ultima modifica: 2019-04-11T21:22:04+02:00 da GIANFRANCO NAPPI

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