Dove va la nuova Israele di re Bibi

L’analisi del voto che ha regalato il quinto mandato a Benjamin Netanyahu non può basarsi su consuete categorie politologiche, essendo il frutto di una trasformazione profonda della società che la divide e che allontana il paese dalle comunità ebraiche, specie quella americana.
scritto da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

Non va letto con le vecchie categorie di “destra” e sinistra”, così come sono state ereditate dal secolo scorso. Il voto del 9 aprile scorso in Israele va ben oltre e, nella sua polarizzazione tra innovazione e tradizione, è un voto “moderno”, nel senso che è figlio dei tempi, di una radicalizzazione che prim’ancora che politica è sociale e culturale, mettendo in difficoltà convinzioni, molto europee e molto vecchie, per le quali si vince conquistando il centro, senza peraltro neanche essere capaci di ridefinire cosa significhi, in termini politici, sociali, culturali, di aspettative e visioni, il “centro”.

Non serve a comprendere la portata di un voto che con ogni probabilità porterà Bibi Benjamin Netanyahu a guidare il suo quinto governo, quarto consecutivo, utilizzare categorie abusate quali la “paura” del Nemico esterno (Iran, Hamas, Hezbollah…) e la sicurezza minacciata perennemente da vicini arabi irriducibilmente ostili.

Certo, Netanyahu ha dimostrato per l’ennesima volta di essere il politico israeliano che negli ultimi decenni ha saputo meglio di chiunque altro interpretare, interpretare non semplicemente cavalcare, quei sentimenti di paura e insicurezza che sono diventati parte importante della “psicologia di una nazione”. Ma quei 65 seggi su 120 che sono andati alle forze di destra – una destra plurale, radicalizzata – danno conto di una profonda trasformazione sociale, di una “rivoluzione demografica” che negli ultimi cinquant’anni ha progressivamente fatto cambiar “pelle” a Israele, provocando, peraltro, una faglia sempre più larga tra Israele, come Stato degli Ebrei, e le diaspore ebraiche occidentali, a cominciare da quella americana. Divisioni che vanno oltre la dimensione puramente politica, per abbracciare il senso di sé, la propria identità culturale, la stessa concezione dell’essere ebrei.

Distanti geograficamente sessanta chilometri, Gerusalemme e Tel Aviv tornano anche oggi ad esprimere due società molto differenti: nella prima hanno spopolato i partiti nazionalisti e confessionali che hanno sostenuto Netanyahu, mentre nella seconda “Blue and White”, il partito centrista dell’ex capo di stato maggiore, Benny Gantz e la sinistra hanno sbaragliato i rivali politici.

A Gerusalemme il Likud ha ottenuto quasi il 25 per cento e assieme con i suoi alleati ha preso quasi l’ottanta per cento dei voti. Il partito Blu-Bianco non è andato oltre il dodici per cento. A Tel Aviv, all’opposto, Gantz ha raccolto quasi la metà dei voti ed assieme con le liste di sinistra ha raggiunto il 65 per cento dei consensi. Il Likud, a Tel Aviv, non supera il 19 per cento. Considerata un tempo città proletaria e di sinistra, Haifa ha visto un pareggio (49-49) fra i due blocchi rivali. Nel Neghev, a Beer Sheva, le destre hanno vinto alla grande (77 per cento), lasciando a “Blu-Bianco’” solo il 17 per cento.

Prima che politica ed elettorale, la vittoria della destra ebraica (nelle sue diverse articolazioni partitiche) è culturale, perché ha saputo ridefinire la psicologia di una nazione sulla base di una visione nazional-religiosa che trae fondamento dal revisionismo sionista di Zeev Jabotinsky, il vate ideologico del quale fu segretario e tenace assertore Benzion Netanyahu, il padre di Bibi. Jabotinsky, colui che ha sempre messo al primo posto “Eretz Israel” (la Sacra terra d’Israele), rispetto a “Medinat Israel” (lo Stato d’Israele). A vincere, nelle urne, è la visione messianica che Israele ha di se stesso, quella di un popolo eletto che ha una missione da compiere e una terra da conquistare.

Il nuovo governo Netanyahu avrà due obiettivi principali: sbarazzarsi delle accuse che incombono nel futuro del primo ministro, e annettere gli insediamenti a Israele, in coordinamento con l’amministrazione Trump,

annota Aluf Benn, analista di punta di Haaretz. 

Ytali ha raccontato con più articoli la trasformazione sociale d’Israele, la tensione permanente tra la sua iper modernità e l’ancoraggio sempre più radicalizzato alla tradizione, ad un uso “politico” della religione, con una inquietante torsione etno-nazionalista.

Tel Aviv è un concentrato di tecnologia. Una combinazione di forte educazione tecnica (sostenuta dall’esperienza nelle forze armate israeliane degli imprenditori locali), alti livelli di coraggio per gli investimenti e una rete di supporto di diversi imprenditori hanno consolidato la reputazione della città nel costruire compagnie innovative.

Con queste parole inizia un articolo pubblicato sull’edizione di settembre/ottobre 2018 della rivista Wired – annota Nathan Greppi, in un documentato report per Bet Magazin Mosaico, il sito ufficiale della Comunità ebraica di Milano – che all’interno della sua lista delle cento migliori startup europeene ha inserita una specifica sulle dieci migliori israeliane.

  1. Missbeez fondata da Maya Gura e Gil Bouhnick nel 2015, quest’app serve a prenotare trattamenti di bellezza; questa startup si è diffusa anche nel Regno Unito e a Madrid, e quest’anno aprirà un ufficio a Barcellona.
  2. Con Healthy.io si può scannerizzare la propria urina per trovare malattie quali disfunzioni dei reni, cancro alla vescica o complicazioni della gravidanza. Il prodotto è già stato approvato anche nell’Unione Europea, ed è in fase di approvazione negli Stati Uniti.
  3. CommonSense Robotics è stata fondata nel 2015 da Ori Avraham, Shay Cohen ed Elram Goren. Questa startup consiste in piccoli centri dove dei robot ricevono le ordinazioni dei clienti e aiutano i lavoratori nell’imballaggio e la consegna dei prodotti.
  4. LawGeex è un software di intelligenza artificiale creato nel 2014 dall’avvocato Noory Bechor assieme a Ilan Admon, che in pochi secondi esamina numerosi documenti anche complessi, con una probabilità di successo del 94 per cento. L’idea era venuta a Bechor poiché al lavoro passava molto tempo a rivedere documenti legali: “una volta che hai visto centinaia di esempi di un tipo specifico di contratto, i concetti tendono a ripetersi. Ho pensato, ‘è così ripetitivo, può essere automatizzato’”.
  5. Bancor, analogamente ai bitcoin, crea monete virtuali che possono essere usate per acquistare e vendere merci.
  6. Otonomo è un mercato virtuale di dati legati al mondo delle automobili, che permette alle compagnie di organizzarsi e vendere dati a parti terze, in settori che vanno dalle assicurazioni alla vendita al dettaglio. Tra i loro clienti vi è la Daimler, una compagnia legata a Mercedes-Benz, e Otonomo ha ricevuto 43 milioni di dollari dai suoi sostenitori, tra i quali figura l’ex-vicepresidente della General Motors Steve Girsky.
  7. Zeek permette alle persone di vendere e comprare buoni acquisto a prezzi scontati. Fondata nrl 2013 da Daniel Zelkind, Itay Erel e Ziv Isaiah, Zeek afferma di aver venduto oltre un milione di buoni solo nel 2017, e sta sviluppando una sua cripto-valuta.
  8. Lightricks è un’app per ritoccare foto, la più acquistata app della Apple nel 2017. 
  9. Lemonade è stata fondata nel 2015 e ha sede a New York ma è stata sviluppata a Tel Aviv. Questa compagnia attraverso i suoi algoritmi ti aiuta a trovare le polizze assicurative più eque. 

Vayyar Imaging: offre una tecnologia che tramite sensori può creare un’immagine 3D di qualunque oggetto o spazio interno. Fondata nel 2011, essa serve per individuare tumori e visualizzare tubature dentro i muri. Ytali ne ha dato conto in uno degli articoli che hanno come filo conduttore, come terreno di ricerca “Dove vai Israele”.

Credo importante riproporlo oggi, alla luce del voto del 9 aprile. Perché è questa Israele, l’Israele delle startup che ha perso. Anche se è questa Israele che “mantiene” l’Israele che ha vinto. È a Tel Aviv che Israele produce ricchezza, che rafforza il suo Pil, ma è a Gerusalemme che forma la sua identità maggioritaria. Un’identità fortemente mediorientale, nel senso di un’accentuazione in chiave “fondamentalista”, destinata a ridefinire, con rotture dolorose, l’identità e il senso di sé delle diaspore ebraiche, in primis quelle di Usa ed Europa, sempre più lontane dalla “mediorientalizzazione “ d’Israele. Un distacco “sentimentale” testimoniato, solo per fare un esempio, dal crescente disinteresse, indicato da diversi sondaggi, dimostrato dai giovani ebrei americani nei confronti d’Israele, non più visto come meta privilegiata di viaggio, tanto meno come un’alternativa di vita. Perché l’Israele radicalizzata, abbarbicata a una idea respingente dell’essere Ebreo, mostra di non esercitare più una capacità attrattiva verso i giovani ebrei occidentalizzati, che invece provano a tenere insieme modernità e identità, portando le proprie aspettative, le proprie peculiarità dentro le società nazionali.

Al di là dei fatti contingenti, vi è però in atto da tempo uno spostamento profondo e permanente della società israeliana verso posizioni etno-nazionaliste. Il Likud, un tempo più moderato, oggi sostiene l’annessione in parte o toto della Cisgiordania. Alcuni dei partiti minori alla destra del Likud sono dominati ormai da un’ideologia integralista. Oltre il cinquanta per cento degli israeliani si dichiara di destra, contro circa il 25 per cento di centro e meno del quindici per cento di sinistra. Tra varie cause, il fenomeno è dovuto alle trasformazioni sociali e demografiche del paese, quali la grande immigrazione dalla Russia post-sovietica dei primi anni Novanta e il crescere del peso demografico dei religiosi

È quanto sostiene Giorgio Gomel, uno dei fondatori di JCall Italia, in un interessante saggio, post voto, su Aspenia. Il futuro dirà se la demografia riuscirà a cancellare l’innovazione, marginalizzando ancor più l’Israele che ha investito sul futuro (cyber sicurezza, startap, etc.). Il presente, però, due sentenze le ha già pronunciate. Due sentenze di morte: quella di una pace israelo-palestinese fondata sulla soluzione “a due Stati”. E la morte della suggestione, cara ad Abraham Yehoshua e a una intellighenzia israeliana tanto apprezzata in Europa quanto irrilevante, come formatrice di senso, all’interno: la morte di Israele come Stato binazionale. 

Dove va la nuova Israele di re Bibi ultima modifica: 2019-04-14T21:42:41+02:00 da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

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